IAI
Annuario Iai-Ispi 2010

La strategia “Europa 2020” banco di prova per l’Italia

18 Mar 2010 - Federico Eichberg - Federico Eichberg

Gli scenari di politica internazionale delineatisi nel corso dell’ultimo anno aprono nuove prospettive per il nostro paese e pongono i decisori dinanzi ad opzioni sempre più complesse. Le scelte di politica estera cui l’Italia è chiamata – presentate sotto forma di scenari all’interno dell’Annuario Iai/Ispi “La politica estera dell’Italia” – assumono un rilievo particolarmente pregnante, in particolare, alla luce del prossimo varo della strategia “Europa 2020 – per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva”. Si tratta di un importante test per l’Italia, che su questo decisivo dossier dovrà misurare, nel prossimo decennio, il proprio peso nella definizione delle priorità europee e la propria capacità di interazione con le istituzioni bruxellesi nell’era del trattato di Lisbona.

In linea con quanto emerge dal Rapporto Iai-Ispi, è necessaria una riflessione sulle priorità nazionali e su quegli “elementi di sistema” che sono alla base della proiezione internazionale dell’Italia, al fine di individuare le opzioni da perseguire, a cominciare proprio dalla strategia “Europa 2020”.

L’Italia in un mondo senza barriere
La proiezione internazionale di un paese a forte vocazione globale come l’Italia ha risentito, negli ultimi decenni, di alcuni fattori che hanno contribuito a ridimensionare le ricadute positive – i “dividendi della pace”– di quel mondo “senza barriere” affermatosi nel quindicennio che va dall’inizio dell’Uruguay Round dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) (1986), fino al varo della Doha Development Agenda (2001).

In un mondo che si liberava delle contrapposizioni ideologiche, l’Italia è stata fortemente penalizzata, oltreché dal crescente debito pubblico, da una progressiva frammentazione dei centri decisionali e della «capacità di proiezione» (effetto della devolution), da un’inedita (rispetto alla Guerra Fredda) perifericità nelle nuove aree di punta (Asia e Pacifico), e dall’avvento di una politica monetaria comune che ha consegnato alla storia, con l’ultima svalutazione della lira del ’95, un atout competitivo. A tali fattori – di natura eminentemente pubblica – si è aggiunto il mancato sviluppo dimensionale d’impresa, arenatasi al « piccolo è bello », che ci consegna un sistema produttivo con il 95% delle imprese con meno di 10 addetti, e la conseguente difficoltà di internazionalizzazione.

A queste criticità l’Italia ha supplito negli anni post Guerra Fredda consolidando i due pilastri tradizionali – Atlantico/sicurezza, Europa/crescita economica – e sviluppando il terzo – il «cerchio della politica creativa» – caratterizzato, anche nei decenni precedenti, da iniziative mediterranee, terzomondiste, filoarabe e filosovietiche.

Tra “politica della sedia” e istinto di frontiera
Sui primi due fronti, quelli “occidentali”, vi è stato un forte impegno nella politica del dining power (o “politica della sedia”), in cui la presenza nei fora – G8, Quint, quattro grandi Ue, Consiglio di Sicurezza Onu, etc. – è stata vista come una conferma tautologica – della mantenuta rilevanza.

Su un fronte prevalentemente orientale e mediterraneo, invece, si è sviluppata una significativa proiezione internazionale del sistema produttivo italiano, soprattutto nei mercati emergenti, grazie a un “istinto di frontiera” che lo ha portato a conquistare mercati e insediarsi in diverse latitudini.

È stato il quindicennio delle quattro “a” del made in Italy – automazione, agroalimentare, arredo, abbigliamento – che hanno portato l’Italia ad affermarsi, pur in assenza di grandi mezzi di produzione, e giacimenti energetici, innanzitutto nel manifatturiero, come il secondo partner commerciale dei Bric (dopo la Germania). In quei 15 anni, the rise of the rest, di cui ci parla Fareed Zakaria, presentandoci il nuovo mondo degli “emergenti”, ha giocato un ruolo tutto sommato positivo per l’Italia.

Con lo sgretolamento del sistema dell’Omc, verificatosi immediatamente dopo il varo (e il pressoché simultaneo naufragio) della Doha Development Agenda, l’Europa e l’Italia hanno dovuto invece fronteggiare un mondo con geometrie variabili di apertura e trasparenza, in una « globalizzazione selettiva », caratterizzata da alleanze “liquide”, e quindi estremamente più insidiosa.

Con l’ingresso della Cina nell’Omc (2001) e la scadenza dell’accordo multifibre (2004) il sistema Italia ha visto indebolirsi la propria tenuta in ragione della crescente concorrenza dei paesi asiatici nelle produzioni manifatturiere – in cui l’Italia è specializzata – spesso frutto di dumping o altre politiche di concorrenza sleale, a cominciare dalla contraffazione. In più gli effetti della crisi finanziaria globale hanno colpito il sistema Paese (fortemente vocato all’export) proprio in ragione del crollo della domanda globale nei comparti dell’abbigliamento, dei beni per la casa, dell’automazione e in alcuni altri settori maturi, dove spesso l’Italia occupava una posizione dominante nel commercio mondiale.

Benché riposizionatisi su una fascia a più alto valore aggiunto, i beni di consumo italiani hanno conosciuto un progressivo ridimensionamento. Non si tratta di un fenomeno solo italiano e, anzi, la specializzazione multisettoriale del paese ha garantito una tenuta complessiva del sistema, se si considera che l’Italia si colloca al secondo posto dopo la Spagna per “pernottamenti” (turismo), al secondo dopo la Francia per valore dell’agroalimentare e al secondo dopo la Germania per performance della meccanica. Ma il mondo post-Doha è lungi dall’esaurire i suoi effetti di asimmetria e di concorrenza sleale. Per cui sarà importante operare per un’efficace strategia italiana in seno all’alveo europeo.

Pensare italiano agire europeo
Nel contesto della strategia “Europa 2020” l’Italia può sviluppare alcune linee prioritarie di azione che offrano una ricaduta sul sistema produttivo nazionale e, in ultima analisi sulla propria proiezione ed il proprio ruolo nella competizione globale.

Innanzitutto portando avanti l’iniziativa “dazio zero sulle materie prime” per facilitare l’approvvigionamento dei prodotti strategicamente rilevanti per l’industria europea che si tradurrebbe in un beneficio di 2 miliardi di euro l’anno per l’intero continente europeo, ed in particolare per i paesi trasformatori come l’Italia. Per facilitare la commercializzazione dei manufatti in un momento in cui la domanda statunitense langue, sarà opportuno fissare nella strategia europea, sempre in tema di scambi commerciali, la priorità della pronta realizzazione dell’Area di libero scambio con gli Usa (anche per bilanciare il trans-Pacific link).

In secundis prevedendo, provvedimenti specifici in tema di proprietà intellettuale a cominciare dall’obbligo di stampigliatura del paese d’origine sulla merce importata nell’Unione, passando per il negoziato Trips (Trade related intellectual property rights) per la tutela delle indicazioni geografiche, fino a normative sanzionatorie per paesi che perseguano con diversa intensità le azioni doganali nazionali nel respingere le merci contraffatte.

L’imperativo della sostenibilità energetica
Da ultimo è necessario perseguire una sostenibilità energetica attraverso la diversificazione in termini di tipologia e di approvvigionamento. Sul primo aspetto è necessario operare un rilancio dell’Euratom (anche come strumento di dialogo e promozione del nucleare civile nei paesi dell’area mediterranea), mentre sul fronte degli approvvigionamenti sarà opportuno mantenere la diversificazione (rotta South Stream e rotta Nabucco) fin quando non saranno completati gli studi di fattibilità della Trans Caspian pipeline che richiedono il pieno coinvolgimento di Turkmenistan e Kazakhstan.

Più in generale bisognerà perseguire la politica per l’Italia di hub europeo dell’energia anche attraverso lo sviluppo dei rigassificatori. Oltre all’aspetto energetico la vocazione di hub dovrebbe essere perseguita anche nella sfera commerciale, ampliando le infrastrutture di trasformazione e mobilizzazione delle merci.

.

Vedi anche:

L’Italia e la trasformazione dello scenario internazionale fra rischi di marginalizzazione e nuove responsabilità

S. Silvestri: I ritardi dell’Italia in un mondo che cambia

E. Greco: Sei scenari per la politica estera dell’Italia

B. Biancheri: La politica estera italiana tra multilateralismo e nuovi slanci bilaterali