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La politica estera italiana tra multilateralismo e nuovi slanci bilaterali

18 Mar 2010 - Boris Biancheri - Boris Biancheri

Non c’è probabilmente paese al mondo che non abbia compiuto all’inizio del 2009 una riflessione su come sarebbe mutato il contesto internazionale per effetto della nuova presidenza americana e quali conseguenze ciò avrebbe comportato nella definizione della politica estera di ciascuno. L’Italia non ha fatto eccezione.

Otto anni prima, tuttavia, l’era Bush aveva avuto un avvio che, almeno sul piano internazionale, non si differenziava troppo da quello del suo predecessore e solo in seguito – soprattutto dopo l’11 settembre e ancor più nel secondo mandato – avrebbe assunto quella dimensione unipolare di dogmatismo democratico che l’ha poi contraddistinta. L’era Obama, invece, si è presentata come fortemente innovativa fin dall’inizio (anzi, ancor prima), come se un mutamento profondo dovesse intervenire nei rapporti internazionali. Mutamento che poi invece ha tardato a manifestarsi. O, non si è manifestato affatto.

Impronta bipartisan
La politica estera italiana ha finito così col muoversi anche nel 2010 secondo linee che le sono consuete dalla fine della guerra fredda ad oggi – mantenendo tra l’altro la sua tradizionale e prevalente impronta bipartisan – all’interno del quadro multilaterale che costituisce il suo primo e più stabile punto di riferimento (Unione Europea, Onu, Nato, G8, G20 ecc.) e sviluppando al contempo i rapporti bilaterali lungo alcune direttrici di interesse prioritario.

Sul piano propriamente multilaterale, uno dei classici settori di attività della diplomazia italiana, quello del controllo dei tentativi di allargamento del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, non ha richiesto particolare attenzione, data la relativa (e forse temporanea) stasi in cui questo processo si trova attualmente.

Il G8, invece, ha offerto all’Italia un’occasione per attirare l’attenzione internazionale. Il declino della formula G8 era visibile e noto da tempo. Nata negli anni settanta in un contesto del tutto diverso, poi modificata con l’aggiunta della Russia, ma rimasta manchevole come foro globale a causa dell’assenza di altri grandi protagonisti come la Cina o l’India, quando nel 2009 l’Italia ha assunto la presidenza il G8 era praticamente in punto di morte. Anziché piangerci su, la presidenza italiana ne ha festeggiato la scomparsa facendone il trampolino per il formato successivo, qualunque esso sia. Per il livello di partecipazione e per il rilievo mediatico che l’ha accompagnato – favorito senza dubbio dalla scelta di tenere gli incontri in una città portata agli occhi del mondo da un tragico terremoto – esso ha costituito un successo sia politico che d’immagine.

Crescente bilateralismo
In termini generali, il multilateralismo universale predicato da Barack Obama nella sua campagna elettorale e nei primi mesi del suo mandato ha finito con il mettere in ombra i singoli ambiti multilaterali in cui la società internazionale si struttura e cioè proprio il terreno nel quale l’Italia esercita preferenzialmente la sua azione diplomatica. Hanno acquistato, di conseguenza, maggiore rilievo talune accentuazioni di carattere bilaterale della politica estera italiana in direzione della Russia, del Mediterraneo (e specificamente della Libia), nonché “tentativamente” dell’Iran.

Fatta eccezione per l’Iran, l’azione è stata impostata in larga misura con l’apporto diretto del Presidente del Consiglio, per esempio con il carattere personale di una sua lunga visita in Russia o con un suo ruolo diretto durante la presenza del leader libico a Roma, che pure concludeva lunghi negoziati condotti sul piano tecnico e diplomatico dall’apparato di governo e dalle imprese. Accanto allo storico interesse geopolitico verso l’area mediterranea, dove l’Italia aspira a mantenere una posizione centrale, hanno influito su queste scelte interessi di ordine energetico, in particolare per ciò che riguarda la Russia e l’Iran, e il controllo dei flussi di immigrazione clandestina dove la cooperazione con la Libia è decisiva.

Nei confronti degli Stati Uniti, l’azione italiana è parsa diretta a mantenere in vita il rapporto di fiducia creato a suo tempo dal Presidente Berlusconi con George W. Bush, anche con una manifesta comprensione delle esigenze americane nel contesto afghano. La risposta italiana alla richiesta rivolta da Washington agli alleati Nato di rafforzare il loro impegno militare a fronte della situazione sul terreno è stata più pronta e collaborativa di altre.

Vale la pena, infine, menzionare, in questo rapido excursus, come, in una fase del processo di integrazione europea che ha visto alternarsi, nelle opinioni pubbliche di molti paesi dell’Ue, una certa stanchezza con vacillanti speranze suscitate dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, l’Italia si sia mantenuta stabilmente sul terreno istituzionale, senza cercare, come altri ha fatto, rispondenze di pensiero con questo o quello dei maggiori partner europei su formule innovative, in vista di evoluzioni politiche ed economiche del contesto globale.

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Vedi anche:

L’Italia e la trasformazione dello scenario internazionale fra rischi di marginalizzazione e nuove responsabilità

S. Silvestri: I ritardi dell’Italia in un mondo che cambia

E. Greco: Sei scenari per la politica estera dell’Italia