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Annuario Iai-Ispi 2010

I ritardi dell’Italia in un mondo che cambia

18 Mar 2010 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Le sfide della globalizzazione sono difficili e l’Italia è in ritardo. Ne sono una spia chiarissima i bilanci dei due dicasteri più impegnati su questo fronte, Esteri e Difesa, ambedue largamente sotto-capitalizzati e in drammatico, continuo calo. Nel 2009 la percentuale di spesa degli Esteri sul bilancio dello Stato è passata dal già modesto 0,35% al 0,27%, soprattutto (ma non solo) a causa del crollo degli stanziamenti per l’aiuto allo sviluppo.

Mezzi inadeguati
Per la Difesa siamo ormai stabilmente assestati al di sotto dell’1% del Pil (0,9%, per le spese complessive della funzione difesa, che includono anche quelle presenti nei bilanci di altri dicasteri), ben al di sotto della media europea (1,42%), delle richieste della Nato (2%) e degli impegni assunti in sede europea. È un bilancio quasi completamente assorbito dalle spese per il personale, arrivate al 63% grazie ad un aumento dello stanziamento di 750 milioni, a fronte di un decremento degli investimenti (-560 milioni) e delle spese per l’esercizio e la formazione (-440 milioni). In altre parole abbiamo Forze Armate sempre peggio armate e peggio addestrate, anche se impegnate in difficili missioni all’estero.

Questa cecità strutturale del sistema italiano si riflette anche nelle sue politiche di penetrazione commerciale. È vero che tra il 1999 e il 2008 le nostre esportazioni sono aumentate di un confortante 65% (in valore), ma strutturalmente sono anche divenute più fragili: si registra una diminuzione della competitività in ambito Ue (le esportazioni italiane nell’ area Ue crescono più lentamente, passando da quasi il 64% del totale a circa il 58%), un’analoga tendenza verso gli Usa (dal 9,2% al 6,93%), un aumento ancora troppo modesto nei confronti delle economie emergenti dell’Asia orientale (solo mezzo punto, dal 5,6% al 6,1%) e ancora una diminuzione percentuale verso l’America Latina (un altro mezzo punto dal 3,9% al 3,3%). In altri termini il sistema produttivo italiano non sembra ancora in grado di accrescere significativamente la sua capacità di penetrazione in direzione delle economie a più alto tasso di crescita.

Tentativi di riforma
I tentativi di reagire sono ancora modesti e probabilmente inadeguati. Gli Esteri hanno al varo un nuovo regolamento che razionalizza l’amministrazione del dicastero, cercando di potenziare la sua capacità di “fare sistema”, per coordinare o quanto meno aiutare le molteplici presenze e politiche italiane verso l’esterno e potenziarne le sinergie. Questo approccio però dovrà riuscire a coinvolgere numerose strutture private e pubbliche e superare la loro evidente riluttanza ad essere in qualche modo imbrigliate e indirizzate verso uno sforzo comune, senza peraltro avere la necessaria autorità, a meno che nell’impresa non venga coinvolta appieno anche la Presidenza del Consiglio: ma ciò richiederebbe una riforma molto più profonda e difficile di quella sinora abbozzata.

Allo studio è anche una nuova revisione dell’amministrazione della Difesa e, presumibilmente, dello stesso “modello di difesa”, resa certamente più difficile dalle gravi carenze di bilancio e dall’assenza di un chiaro dibattito pubblico sulle opzioni realmente aperte in questa direzione. Manca tra l’altro in Italia la volontà o la capacità di affrontare congiuntamente, almeno sul piano dell’analisi, i complessi problemi, tra loro interrelati, del settore della sicurezza e di quello della difesa, e della nuova, essenziale dimensione delle operazioni miste civili-militari, che invece stanno assumendo una rilevanza sempre maggiore a livello comune europeo ed atlantico.

L’Italia, paese dalle numerosissime forze di polizia, parte da questo punto di vista teoricamente avvantaggiata, a condizione però di avere una visione strategica ed operativa chiara dell’insieme delle sue capacità e delle linee comuni di evoluzione di questo settore. Una tale riflessione è invece ancora assente e porta a strane e pericolose “innovazioni” quali l’uso di forze prettamente militari per compiti di ordinaria sicurezza in uno schema che sembra più di competizione che di cooperazione e ancora meno di integrazione.

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