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Politica africana di Pechino

I cinesi in Mozambico a caccia di risorse

9 Mar 2010 - Fabio Dani - Fabio Dani

La presenza cinese nel continente africano ha assunto, negli ultimi dieci anni, caratteri e dimensioni impressionanti. Secondo alcune stime, vi sono oggi oltre un milione di cinesi in Africa, tra residenti e mano d’opera impegnata nei grandi lavori infrastrutturali finanziati dalla potenza asiatica. Una valutazione accurata dell’aiuto cinese all’Africa non risulta facile, sia per le numerose forme che esso assume (prestiti, donazioni, forniture di beni e servizi, assistenza, riduzione del debito, costruzioni civili, ecc.), sia per la varietà degli enti cinesi che se ne occupano: per l’anno 2007 l’aiuto veniva valutato in circa 5 miliardi di dollari, a fronte dei circa 45 miliardi messi a disposizione nel 2008 dall’insieme dei Paesi donatori dell’Ocse.

La penetrazione cinese si articola in forme diverse nei vari Paesi interessati, pur seguendo una linea generale d’intervento basata, di fatto, sullo scambio tra aiuti allo sviluppo e possibilità di sfruttamento ed importazione di materie prime.

Un paese in crescita
In Mozambico, paese povero e privo di infrastrutture adeguate, ma in continua crescita economica, la Cina ha puntato sulle grandi risorse forestali del Paese, pur non tralasciando la possibilità di accordi per lo sfruttamento di miniere (carbone, titanio, oro) di gas e, in prospettiva, del petrolio off-shore.

Il Paese è oggi una democrazia in progressivo consolidamento: nelle elezioni dello scorso ottobre il partito al governo, il Frelimo, ha riportato una larga maggioranza. Dal 2000 al 2006 la crescita economica media è stata dell’8% e nei tre anni successivi non si è fermata. Lo scorso agosto è stato inaugurato un impressionante ponte sullo Zambesi, il grande fiume che separa il Nord dal Centro e dal Sud del Mozambico, costruito grazie a finanziamenti occidentali (tra cui quelli italiani). Tuttavia il Paese resta tra i più poveri del mondo e il consistente aiuto cinese trova entusiasti sostenitori.

Si stima che oggi vivano in Mozambico circa 7000 residenti cinesi, peraltro giunti in gran parte da Macao ai tempi della dominazione portoghese per affiancare la mano d’opera locale. Ma diverse migliaia di cinesi sono impegnati nella realizzazione di grandi infrastrutture, come la diga sullo Zambesi, per la quale Pechino ha stanziato 2,3 miliardi di dollari di aiuti.

Penetrazione cinese
Le imprese di costruzione cinesi tendono infatti ad avvalersi di mano d’opera cinese – non è raro veder passare per le strade di Maputo interi camion stipati di operai cinesi – dato che la maggior parte della manovalanza mozambicana manca ancora di specializzazione. Questo riduce la possibilità di trasferimento di know-how e la formazione di operai specializzati mozambicani, ma le imprese cinesi debbono aver valutato che importare operai cinesi specializzati costi meno che formare e utilizzare mano d’opera locale, con i relativi costi qualitativi e non tangibili: dalla barriera linguistica al gap culturale. Né è escluso che dietro ci siano motivazioni più generali di politica estera.

Sta di fatto,comunque, che se c’è un qualche sconcerto nel prendere atto di questa politica delle imprese cinesi, i mozambicani apprezzano le infrastrutture e gli edifici costruiti da imprese che rispettano i tempi e portano a termine le opere senza lungaggini. Una politica del “fare” che alla gente, stanca di opere pubbliche che rimangono solo promesse o che restano mesi o addirittura anni in sospeso per mancanza di fondi o materie prime (come l’acciaio), piace. E tutti possono constatare i benefici più immediati e tangibili, e soprattutto gratuiti, dell’aiuto cinese: solo a Maputo, ne sono frutto il nuovo Palazzo del Parlamento, la nuova sede del Ministero degli Esteri, le nuove abitazioni della zona militare e il futuro stadio. Sono ben visibili anche le scuole di formazione rurale e i centri di prevenzione della malaria finanziati dalla Cina in varie parti del Paese, oltre a numerosi altri interventi in campo sanitario.

Do ut des
La potenza asiatica, per parte sua, si interessa alle risorse naturali del Paese. Poiché la terra , in Mozambico, è in principio di proprietà dello stato e comunque non può essere acquisita da stranieri, la Cina ha cominciato da tempo a finanziare dei mozambicani che ottengono concessioni per sfruttare la terra/foresta. I beneficiari delle concessioni, a loro volta danno in cambio ai loro finanziatori il frutto di questa concessione, la legna. In vaste estensioni di territorio nel Centro e nel Nord del Paese sono così impiegati centinaia di contadini per abbattere alberi da cui produrre legname. La Cina, maggior importatore mondiale di legname, ha sete di tale prodotto, che ottiene in tal modo a prezzi contenuti.

Questa politica viene di buon grado accettata da una classe dirigente che preferisce una concreta e corposa politica di cooperazione senza troppi vincoli e condizioni, come quella offerta dalla Cina, alle politiche di sviluppo piene di ‘se’ e di ‘ma’ dei paesi occidentali; e trova terreno fertile tra la popolazione locale, priva di lavoro e risorse economiche e facilmente conquistata da promesse di lavoro stagionale per pochi dollari.

Di fatto, la mancanza di valide alternative economiche e di consolidate politiche di gestione della terra rende comprensibilmente appetibile, agli occhi dei mozambicani, questo ‘scambio’ con la Cina: risorse forestali in cambio di lavoro stagionale ed opere pubbliche/infrastrutture costruite in tempi record.

Certo l’opera di deforestazione – peraltro da tempo avviata dalle povere popolazioni del Mozambico centrale e settentrionale per produrre e vendere carbone e per creare terreni agricoli – se proseguisse e si intensificasse, potrebbe avere in futuro preoccupanti conseguenze. Tuttavia , per il momento, ciò non sembra costituire un problema prioritario. E l’entità e le caratteristiche degli aiuti cinesi sono tali da mettere in secondo piano, almeno per ora,questo genere di questioni.

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Vedi anche:

G. Casa: Il Sudafrica tra tribalismo e crescente influenza della Cina