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Medioriente

Due stati, unica soluzione per la Palestina

10 Mar 2010 - Silvia Colombo - Silvia Colombo

La recente visita di Silvio Berlusconi in Israele e le sue dichiarazioni sugli insediamenti israeliani in Cisgiordania quali “ostacolo per la pace” hanno riportato al centro dell’attenzione, anche in Italia, i molti ostacoli che si frappongono alla soluzione dei due stati. Che anzi molti analisti considerano ormai non più praticabile. In effetti, negli ultimi tempi sono state formulate, o rilanciate, alcune proposte alternative. Ma, realisticamente, che possibilità hanno di essere realizzate? E sono davvero più convincenti di quella dei due stati?

Tiro alla fune
Il tentativo dell’amministrazione americana, tramite il presidente Obama, il Segretario di Stato Clinton e l’inviato speciale Mitchell di condurre i negoziati a una soluzione giusta e duratura del conflitto che da più di sessant’anni insanguina il Medio Oriente si è incentrato sulla questione degli insediamenti. Ciò è avvenuto, tuttavia, al prezzo di un estenuante tiro alla fune che non solo ha profondamente minato la credibilità della strategia di Obama in Medioriente, ma ha anche diffuso la percezione che le parti non siano realmente motivate a raggiungere un accordo. Come ha causticamente osservato Thomas Friedman in un articolo su The New York Times, l’impressione è che i palestinesi vorrebbero giungere a un accordo senza condurre negoziati, mentre gli israeliani non avrebbero problemi a sedersi al tavolo delle trattative, ma non hanno alcuna intenzione di siglare un accordo.

Le divisioni all’interno della leadership israeliana e di quella palestinese e nelle rispettive società, nonché le mutate condizioni sul terreno dal punto di vista sia demografico che di sicurezza, sembrerebbero favorire lo status quo. Per molti palestinesi lo status quo potrebbe essere un’opzione più allettante, almeno nel breve termine, delle prospettive più idealiste, che allo stato dei fatti hanno scarse possibilità di successo. La stessa strategia di Obama prevede di congelare, per il momento, il negoziato sulle questioni centrali, puntando a fare progressi su alcune questioni minori, ma molto concrete. Il rischio è duplice: da una parte, quello di fossilizzare a tal punto il negoziato da non essere più in grado di riavviarlo in seguito; dall’altra, di cristallizzare la divisione tra Fatah e Hamas e di accrescere lo squilibrio nei rapporti di forza tra israeliani e palestinesi.

Riconoscimento unilaterale?
Proprio al rafforzamento dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) mira, invece, il piano biennale lanciato nell’estate del 2009 dal primo ministro palestinese Salam Fayyad. Il piano, che intende creare le premesse in termini economici, di sicurezza, di servizi sociali e di governance per la creazione de facto dello stato palestinese, ha il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione europea. Il piano ha suscitato tuttavia numerose perplessità tra gli stessi palestinesi. Molti si chiedono se non sia solo una mossa tattica per forzare gli israeliani a bloccare gli insediamenti, compresi quelli di Gerusalemme Est, anche in vista di una riapertura dei negoziati.

Secondo altri, inclusi alcuni commentatori stranieri, Abu Mazen e Fayyad mirano soprattutto a convincere la comunità internazionale che un futuro stato palestinese avrebbe istituzioni funzionanti e adotterebbe atteggiamenti responsabili. Secondo altri ancora – i più scettici – il piano di Fayyad, che sarebbe di fatto in sintonia con la proposta della Pace economica in Cisgiordania sostenuta dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, condannerebbe definitivamente i palestinesi alla subordinazione nei confronti di Israele, in quanto l’Anp si assumerebbe gravose responsabilità amministrative al posto di Israele, senza alcun concomitante trasferimento di sovranità e del controllo del territorio.

L’assenza di prospettive dei negoziati bilaterali è anche alla base della proposta avanzata nel luglio scorso dall’Alto rappresentante della politica estera Ue, Javier Solana, di fissare una scadenza per il riconoscimento automatico dello stato palestinese, nel caso in cui i due contendenti non fossero riusciti a raggiungere un accordo. Il riconoscimento unilaterale dello stato palestinese, secondo alcuni, contribuirebbe a riequilibrare i rapporti tra israeliani e palestinesi almeno sul piano diplomatico. Fermamente rigettata da Tel Aviv, la proposta non è stata nemmeno presa in considerazione dall’amministrazione americana. Di fatto, non è stata che l’estremo tentativo di resuscitare il processo di pace in un momento in cui la comunità internazionale era tanto animata da buoni propositi e grandi aspettative quanto priva di soluzioni e iniziative concrete.

La soluzione “giordana”
Anche da parte israeliana sono state formulate alcune proposte alternative alla soluzione dei due stati. Una è la cosiddetta soluzione “giordana” o “regionale”. L’idea è che, per motivi storici, culturali e geografici, i territori palestinesi non debbano divenire uno stato indipendente, bensì entrare a far parte dello stato giordano e di quello egiziano. A questa soluzione si oppongono però sia i palestinesi sia i due Stati interessati (Egitto e Giordania). Essa inoltre appare totalmente avulsa dall’attuale contesto regionale. Rimane tuttavia la necessità, sottolineata anche da Obama, di non isolare il conflitto israelo-palestinese dal più ampio contesto mediorientale nel quale alcuni attori – come Siria, Iran e Hamas – sono legati a doppio filo.

Una strategia che tenga conto delle interconnessioni regionali deve necessariamente coinvolgere la Siria, con la quale Washington ha avviato con grande cautela un dialogo che sarebbe opportuno fosse approfondito. La recente nomina di Robert Ford, profondo conoscitore delle questioni mediorientali, compresa quella irachena, ad ambasciatore americano a Damasco, mostra la volontà di fare della Siria un attore centrale nello scacchiere regionale. Il negoziato tra israeliani e palestinesi dovrebbe quindi essere affiancato da quello tra Siria e Israele, tra i quali si è recentemente consumato un aspro scambio di minacce, quasi del tutto ignorato dai media italiani.

L’utopia dello stato binazionale
Un’ultima ipotesi, opposta alla soluzione dei due stati, è infine la creazione di un unico stato bi-nazionale che garantisca eguali diritti civili a israeliani e palestinesi. Avrebbe il vantaggio, secondo i suoi sostenitori, di non richiedere la soluzione preliminare di una serie di problemi estremamente spinosi, come la definizione dei confini, inclusa la questione degli insediamenti, lo statuto di Gerusalemme Est, il ritorno dei profughi palestinesi e la questione della ripartizione delle risorse idriche. Ma è una soluzione che contrasta fortemente con la realtà demografica di Israele, Gaza e della Cisgiordania, nonché con la ferma determinazione israeliana di riaffermare l’identità ebraica dello stato di Israele. In generale è difficile immaginare che le due parti rinuncino alle rispettive sovranità e che gli stessi problemi summenzionati possano sparire d’incanto in un utopistico stato binazionale.

Queste soluzioni alternative sembrano scaturire più dalla frustrazione per il prolungato blocco dei negoziati che dalla reale convinzione che possano realmente essere attuate più facilmente della soluzione dei due stati. Nonostante i crescenti dubbi su questa soluzione e le persistenti divergenze delle parti su una serie di temi chiave, la definizione dei confini eventualmente anche attraverso scambi di territorio rimane un elemento imprescindibile per qualsiasi futuro accordo di pace.

In conclusione, la soluzione dei due stati resta la stella polare per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. Quello che serve è nuovo vigore per affrontare la questione, una rinnovata disponibilità a concentrarsi sui passaggi intermedi e una buona dose di creatività per trovare i modi e i mezzi necessari a raggiungere l’obiettivo finale.

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