IAI
Non-proliferazione nucleare

L’opzione zero di Obama alla prova dei fatti

2 Feb 2010 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

Il prossimo maggio le delegazioni di 189 paesi si riuniranno a New York per tastare il polso al regime di non-proliferazione nucleare. L’occasione è la quinquennale Conferenza di riesame (Review Conference, RevConf) del Trattato di non-proliferazione nucleare (Tnp), uno dei perni del sistema di sicurezza internazionale. Negli ambienti diplomatici si respira un certo ottimismo sull’esito della conferenza. Pochi credono – o forse dicono apertamente – che possa ripetersi il disastro del 2005, quando la RevConf si concluse con un nulla di fatto in mezzo a polemiche e accuse reciproche. Eppure, guardando le cose più da vicino, il rischio di un nuovo fallimento è tutt’altro che trascurabile.

L’ambiziosa agenda di Obama
Ad alimentare l’ottimismo è, come spesso accaduto nell’ultimo anno, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Lo scorso aprile, a Praga, Obama ha evocato il sogno di un mondo libero da armi nucleari – l’opzione ‘zero’ di cui ormai si (ri)parla con entusiasmo su entrambe le sponde dell’Atlantico. Ma se gli animi dei pacifisti, degli attivisti anti-nucleari e anche del grande pubblico hanno vibrato dinanzi alla visione di un mondo senza la più letale invenzione umana, esperti e diplomatici hanno trovato conforto in altre parti del discorso, quelle in cui il presidente Usa non ha evocato sogni, ma delineato un concreto programma di azione.

Il programma di Obama mira a porre rimedio ad alcune delle principali debolezze del traballante regime di non-proliferazione. Il presidente ha promesso, tra l’altro, di:
– negoziare con la Russia un trattato di riduzione degli armamenti nucleari che rimpiazzi l’accordo ‘Start’;
– premere sul Congresso affinché ratifichi il Trattato per mettere al bando i test nucleari (Comprehensive Test Ban Treaty, Ctbt);
– adoperarsi per la ripresa delle trattative per un trattato che proibisca la produzione di uranio altamente arricchito e di plutonio a scopo bellico;
– sostenere la creazione di una ‘banca’ internazionale di materiale fissile in modo da creare un’alternativa economicamente valida alla produzione nazionale, che reca con sé il rischio di una diversione militare;
– ridimensionare il ruolo delle armi nucleari nella politica di difesa americana.

Se attuate, queste misure attenuerebbero le preoccupazioni degli stati non-nucleari. In particolare, multilateralizzare il ciclo di produzione del combustibile nucleare – attraverso una ‘banca’ internazionale di materiale fissile o meccanismi ad hoc – renderebbe molto più difficile per stati come l’Iran giustificare la pretesa di sviluppare capacità di arricchimento autonome.

Il fatto è che gli stati non nucleari sono sempre più frustrati: non solo quelli nucleari non hanno adempiuto alla promessa di disarmo – uno dei pilastri su cui si regge il Tnp – ma nessun obbligo grava sulle tre potenze atomiche che non fanno parte del Tnp: India, Pakistan e Israele.

Una conferenza a rischio
L’amministrazione di Bush Jr si era opposta a tutte le misure oggi propugnate da Obama, dando all’Iran e agli altri paesi il destro per addossare, non senza qualche ragione, la responsabilità del fallimento della RevConf del 2005 agli Stati Uniti e agli stati nucleari. Obama ha adottato un approccio radicalmente diverso da quello del suo predecessore, ma gli ostacoli che sta incontrando sono numerosi.

La frustrazione degli stati non nucleari resta la prima e più grande difficoltà. I più scontenti di tutti sono i paesi arabi, e l’Egitto sopra tutti: per loro il Tnp aveva importanza non solo o non tanto perché apriva la prospettiva di un disarmo generale, ma come un mezzo per contenere Israele. Ma trent’anni dopo niente è cambiato: qual è il vantaggio di aderire al Tnp, se Israele continua indisturbato ad essere una potenza atomica (per quanto non ufficiale) e il disarmo una chimera? Ritirarsi dal Tnp, anche per l’Egitto, resta un’opzione perdente (dopotutto Washington passa al Cairo circa 1 miliardo di dollari annui). Ma l’Egitto può essere un efficace ‘guastatore’ della conferenza (lo ha dimostrato nel 2005), per esempio impuntandosi sulla richiesta di creare in Medio Oriente una zona denuclearizzata, come peraltro auspicato da una risoluzione Onu del 1995.

Tutto ciò potrebbe pregiudicare i tentativi di migliorare i sistemi di verifica del rispetto del Tnp, in particolare quelli volti ad evitare che i programmi nucleari civili – o dichiaratamente tali – servano a fini militari. In assenza di un tornaconto, gli stati non nucleari non sembrano disposti ad accettare la proposta di rendere obbligatorio il cosiddetto Protocollo aggiuntivo, l’accordo del 1997 che rafforza i poteri degli ispettori Onu. Similmente, le trattative sull’ipotesi di ‘multilateralizzare’ l’arricchimento dell’uranio si areneranno ben presto se gli stati non nucleari dovessero percepirla come una limitazione al diritto sovrano all’uso del nucleare civile.

Progressi possibili
Ma cos’è ragionevole aspettarsi dagli stati nucleari? In realtà, ben poco. Difficilmente le ansie degli stati non nucleari verrebbero placate dal ridimensionamento del ruolo delle armi nucleari nelle politiche di difesa Usa o degli altri stati nucleari (sempre che tale ridimensionamento abbia luogo). Dopotutto una scelta politica resta sempre reversibile. La ratifica del Ctbt sarebbe invece uno sviluppo molto significativo. Perché il trattato entri in vigore, sono necessarie ancora le ratifiche di Usa, Cina, Iran, Pakistan, Israele, Corea del Nord, più due stati non nucleari: Indonesia ed Egitto. Per quanto importante, la ratifica americana non è decisiva.

Di concreto oggi c’è solo l’ipotesi che Usa e Russia si accordino sul successore del trattato Start, su cui stanno ancora negoziando. L’impegno solenne di Obama e del suo omologo russo, Dimitri Medvedev, lascia ancora supporre che alla fine l’accordo si farà, e anche in tempo per l’inizio della RevConf. Ma nella prospettiva del disarmo, il nuovo accordo sarebbe comunque un progresso modesto: i tetti alle testate – si parla di 1.500-1.650 – sono ancora così alti che gli altri stati nucleari non sentiranno il bisogno di dover ridurre i loro arsenali (Usa e Russia detengono circa il 95% delle testate). Inoltre, l’accordo non includerà le armi tattiche né prevede la distruzione delle testate dismesse (che resteranno ‘in riserva’).

Nonostante tutto, se la delegazione Usa si presentasse a New York con il follow-on dello Start firmato, la conferenza potrebbe ancora chiudersi con un (moderato) successo. In realtà, il buon risultato della RevConf del 2000 non impedì il fallimento di cinque anni dopo. A nessuno degli impegni della RevConf 2000 fu dato seguito; alcuni di questi, come la salvaguardia del Trattato antidifese balistiche, sono definitivamente compromessi.

È di fondamentale importanza, dunque, che il trattato russo-americano entri presto in vigore. Oggi le chance che il Senato Usa lo approvi sono però scarse. Obama avrà bisogno di 67 voti – due terzi dell’assemblea – e dovrà per forza di cose ottenere il sì di un numero consistente di repubblicani. Difficile che questi ultimi si prestino, avendo capito che il miglior modo di guadagnar voti è sfruttare il senso di frustrazione per la mancata attuazione delle promesse di Obama. In più, repubblicani come Newt Gingrich e lo stesso Bush junior e la destra religiosa continuano a osteggiare il controllo degli armamenti, di cui pure furono convinte sostenitrici e artefici le amministrazioni repubblicane di Nixon, Reagan e Bush senior.

Senza il voto dei repubblicani su un trattato ancora da chiudere, l’amministrazione Obama non avrà il capitale politico necessario a promuovere un’ambiziosa agenda di non-proliferazione dopo la RevConf. E senza un impegno forte da parte americana, il regime di non-proliferazione non può che continuare a deteriorarsi. Dal sogno dell’opzione ‘zero’ alla realtà delle ‘zero opzioni’, il passo è breve.

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Vedi anche:

E. Sorvillo: Se il disarmo non basta: verso la Conferenza di riesame del Tnp

E. Greco: La stella polare dell’opzione zero

N. Ronzitti: Il disarmo nucleare dopo Praga