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Balcani

L’offensiva diplomatica della Turchia nei Balcani

3 Feb 2010 - Miodrag Lekic - Miodrag Lekic

Per alcuni analisti le sempre più numerose iniziative turche nei Balcani, che si sono intensificate negli ultimi sei mesi, segnano il rientro della Turchia nella regione. Il recente attivismo di Ankara coincide suppergiù con il centenario dell’uscita dell’Impero ottomano dalla penisola balcanica. Nella prima guerra balcanica (1912), infatti, un’alleanza militare composta da Grecia, Serbia, Montenegro e Bulgaria sconfisse l’Impero, provocando l’inizio del ritiro definitivo della potenza ottomana dai Balcani. Il declino storico dell’impero ottomano, il “grande malato”, fu completato dalla sconfitta nella prima Guerra mondiale, combattuta a fianco dei suoi alleati, l’Impero austro-ungarico e la Germania guglielmina.

Il Balkan Express della Turchia
Un secolo dopo è un’altra Turchia quella che torna nei Balcani. Si tratta di un paese di notevole peso, sostanzialmente democratico e moderno, con grandi potenzialità economiche e un importante dinamismo demografico. Situata in un’area strategica, la Turchia è un importante membro della Nato e fedele alleato degli Stati Uniti.

Riaffacciandosi sui Balcani, la Turchia trova una realtà geopolitica per molti versi simile a quella di cent’anni fa: dopo una parentesi storica – la Jugoslavia tra la prima guerra mondiale e la fine della Guerra fredda – nella regione sono rinati nuovi/vecchi piccoli Stati – in alcuni casi pseudo-Stati – con forti elementi di protettorato. La Bosnia, che la Turchia fu costretta ad abbandonare al protettorato di Vienna nel 1908, e il Kosovo, il suo vilayet perso nel 1912 in seguito alla sconfitta nella prima guerra balcanica, sono oggi Stati sui generis. Per uno strano gioco della storia, la Turchia si trova oggi in compagnia dei paesi dei Balcani occidentali nello stesso “pacchetto” di aspiranti all’entrata nell’Unione europea.

Mentre si prolunga il lungo “fidanzamento” con la Ue – senza chiare prospettive di matrimonio o rottura – la Turchia è costretta a viaggiare con i paesi balcanici sullo stesso treno, una specie di Balkan Express, che muove lentamente verso la stazione di Bruxelles.

Se la Croazia, prevedibilmente, entrerà tra breve nella Ue, restano in lista d’attesa – come si dice informalmente – il “gruppo ottomano”, cioè Macedonia, Serbia, Montenegro, Bosnia Erzegovina, Albania e il non da tutti riconosciuto Kosovo: tutti paesi che, per secoli, hanno fatto parte dell’impero ottomano. Proprio in questi paesi, negli ultimi mesi, la Turchia svolge un’intensa attività diplomatica.

Durante la sua visita a Belgrado il 26 ottobre 2009, il Presidente turco Abdullah Gül, ha dichiarato che “Serbia e Turchia sono paesi chiave nei Balcani”. Durante questa visita alla capitale serba, la prima dopo 23 anni, sono stati firmati molti accordi economici e commerciali. Anche il Presidente serbo Boris Tadić, considerato moderato e filo-occidentale, ha parlato di una collaborazione strategica, soprattutto in campo economico, ma anche al fine di rafforzare la stabilità regionale. Recentemente il Presidente Gül ha visitato anche altri paesi balcanici, ribadendo questa stessa impostazione politica.

Ma il vero protagonista della politica turca nei Balcani è stato il ministro degli Esteri, Ahmet Davutoğlu, ex-professore di relazioni internazionali in diverse Università, tra cui quella di Malaysia ed ex-consigliere diplomatico del Primo ministro Erdoğan. Davutoglu ha più volte illustrato quello che vorrebbe essere il nuovo ruolo della Turchia nella regione, e soprattutto nelle zone ove vivono maggioranze musulmane. L’incontro che Davutoglu ha avuto a metà gennaio col ministro degli Esteri bosniaco, Sven Alkalaj, e con quello serbo Vuk Jeremic, è stato il quarto negli ultimi quattro mesi. Il ministro turco è persino riuscito a “riconciliare” due gruppi musulmani del Sangiaccato in territorio serbo.

Sarajevo ottomana
Ma l’impressione è che al centro dell’iniziativa diplomatica turca nei Balcani ci sia la Bosnia Erzegovina. Grande interesse, e diversi commenti, ha destato l’ispirato intervento del Ministro Davutoglu al Convegno “Eredità ottomana e comunità musulmane nei Balcani di oggi” (16 ottobre 2009), tenutosi all’albergo “Hollywood” di Sarajevo: ”In breve, la nostra storia è comune. Il nostro destino è comune. Il nostro futuro è comune. Come nel XVI secolo, nel periodo dell’ascesa dei Balcani ottomani a centro della politica mondiale, faremo di nuovo dei Balcani, del Medio Oriente e del Caucaso, insieme alla Turchia, il centro della politica mondiale. Questo è l’obiettivo della politica estera turca, e lo conseguiremo…Un diplomatico a proposito del nostro sempre più intenso impegno diplomatico in Bosnia Erzegovina mi ha chiesto ‘Come mai improvvisamente vi occupate della Bosnia, come foste caduti dal cielo?’ Ho risposto che ‘non siamo scesi col paracadute ma siamo arrivati con i cavalli’ … Lo spirito di Sarajevo e di Bascarsia (il centro della Sarajevo musulmana) è lo stesso spirito della nostra storia. Senza capire Sarajevo non si può capire la storia dei Balcani. Sarajevo è il prototipo della civiltà ottomana…I secoli ottomani nei Balcani sono la storia di un successo”. (La citazione è tratta dalla rivista Dani, pubblicata a Sarajevo il 23 ottobre 2009).

In occasione delle sue altre visite nei Balcani il ministro turco ha evocato con analogo tono altri momenti della comune storia. Il problema è che gli storici serbi e croati in Bosnia non condividono del tutto questa interpretazione del passato, a partire dal giudizio secondo cui la secolare occupazione ottomana dei Balcani sarebbe stata per i loro popoli una storia di successo.

Ma nello stesso giorno in cui il ministro Davutoglu passeggiava entusiasta nella Bascarsia di Sarajevo, il primo ministro dell’entità serba di Bosnia, Milorad Dodik, si trovava all’aeroporto di Belgrado accanto al presidente Tadic ad attendere il presidente russo Dmitry Medvedev. Il che testimonia che, nel definire le sue mosse in Bosnia e in altre zone dei Balcani, Ankara non potrà prescindere da quelle di Mosca.

Pragmatismo
Al di là della retorica sulle comuni radici storiche, la Turchia è impegnata soprattutto in iniziative concrete e pragmatiche al fine di contribuire ad una stabilizzazione della regione. Per questo il suo interesse si concentra principalmente sulla Bosnia.

Più precisamente, il dinamico ingresso della diplomazia turca sulla scena balcanica avviene dopo il fallimento il 9 ottobre del vertice di Butmir (l’aeroporto di Sarajevo). Si è trattato di un incontro organizzato da europei e americani – secondo molti commentatori abbastanza improvvisato – che avrebbe dovuto preparare cambiamenti a livello istituzionale, superando la situazione prevista dagli accordi di Dayton (1995).

Molti si chiedono se l’iniziativa turca sia totalmente autonoma o se sia stata ispirata anche dagli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri turco ha infatti dichiarato che, durante il suo incontro con Clinton a Zurigo dedicato alla questione armena, avrebbe alla fine parlato molto più a lungo della Bosnia che dei rapporti con la repubblica caucasica.

Per il momento, negli incontri tra diplomatici turchi e balcanici dominano i bei discorsi sulle comuni tradizioni storiche e la volontà di stabilire nuove partnership strategiche. Da questo punto di vista, l’offensiva diplomatica turca nei Balcani ha ottenuto risultati nel complesso positivi. Ma in tal modo la Turchia, dopo aver assunto importanti ed ambiziose iniziative in Medio Oriente e nel Caucaso, si presenta come rilevante attore geopolitico anche in Europa. I rappresentanti turchi hanno più volte negato che le loro iniziative diplomatiche abbiano una connotazione neo-ottomana e pan-islamica, sottolineando che gli storici legami con la popolazione musulmana dei Balcani, specialmente in Bosnia, potrebbero favorire la ricerca di una maggiore stabilità nella regione.

Resta il fatto che nei Balcani occidentali molti problemi geo-politici sono rimasti dolorosamente aperti ed è ancora presto per esprimere un giudizio sull’impatto della politica turca nella regione. Quel che è chiaro è che la Turchia è ormai parte della partita balcanica ed è intenzionata a giocarvi un ruolo da protagonista.

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Vedi anche:

G. Casa: La Croazia più vicina all’Ue dopo la vittoria di Josipovic

M. Lekic: Ue-Serbia: un passo avanti, due indietro