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America latina

L’Honduras torna a sperare

23 Feb 2010 - Stefano Gatto - Stefano Gatto

A fine gennaio Porfirio Lobo Sosa, vincitore delle elezioni del 29 novembre scorso, è ufficialmente divenuto presidente dell’Honduras. Si è così conclusa la crisi, in certa misura sorprendente, che era iniziata lo scorso giugno con l’espulsione dal paese centroamericano del presidente Manuel Zelaya, che aveva cercato di imporre a tutti i costi un cambiamento costituzionale senza il necessario sostegno politico. L’Honduras ha così voltato le spalle ai rocamboleschi tentativi di avvicinamento al Venezuela di Chavez, rilanciando invece il rapporto con gli Stati Uniti, soprattutto nella speranza di una ripresa degli aiuti allo sviluppo. Ristabilimento delle regole democratiche interne e apertura internazionale sono i due obiettivi principali del nuovo presidente Lobo, il cui primo atto è stato di garantire una sicura uscita dal paese di Manuel Zelaya.

Doccia fredda
La crisi è stata sorprendente per almeno due ragioni. I colpi di stato in America Latina, cui si era abituati sino a vent’anni fa, sono divenuti molto rari dopo la fine della dittatura cilena nel 1990: – “l’autogolpe” di Portillo in Guatemala e il tentativo contro Chávez in Venezuela hanno avuto entrambi esito negativo.

L’esautoramento dell’ex presidente Manuel Zelaya è stato quindi una doccia fredda per la comunità internazionale, e in particolare per i paesi latinoamericani che pensavano che i colpi di stato fossero ormai un retaggio del passato. La crisi dell’Honduras ha prodotto anche un certo impatto sulle opinioni pubbliche della regione, soprattutto perché avvenuta in coincidenza con la diffusione della retorica populista di Chavez sul “socialismo del XXI secolo”.

Chi si attendeva che il governo di fatto dell’imprenditore di origini italiane Roberto Micheletti, succeduto a Zelaya e non riconosciuto da nessun paese, non avrebbe retto l’isolamento internazionale, è stato smentito dai fatti. Micheletti ha infatti resistito alle pressioni internazionali fino al 27 gennaio, quando ha finalmente trasferito i poteri al neo-eletto Lobo.

Dal momento del colpo di Stato attuato da Micheletti la comunità internazionale si è mossa in modo positivamente coeso per ristabilire la legalità infranta, rifiutandosi di riconoscere una situazione che avrebbe fatto retrocedere la democrazia latinoamericana di vent’anni. Il fatto, inoltre, che nessun governo latinoamericano sia stato tentato da un riconoscimento del governo Micheletti, nonostante i rapporti di quest’ultimo con diversi poteri forti nella regione, dimostra quanto la democrazia si sia rafforzata in America Latina nel corso degli ultimi vent’anni. L’immediata espulsione dell’Honduras dall’Organizzazione degli Stati americani (Organizacion de los Estados Americanos, Oea) e la sospensione di ogni forma di cooperazione con il governo giudicato illegittimo di Micheletti non sarebbero state così immediate fino a qualche anno fa.

Fuga in avanti
La situazione nel paese era comunque precipitata anche a causa dei gravi errori commessi dall’ex presidente Zelaya . Eletto nelle fila del partito liberale, che con il partito nazionale si alterna da decenni al potere in Honduras, Zelaya era finito in minoranza perfino all’interno del proprio partito quando, per ragioni tattiche, aveva deciso di far aderire l’Honduras all’Alleanza Bolivariana per le Americhe (Alba), promossa da Venezuela e Cuba in alternativa all’Area di Libero Commercio delle Americhe (Alca) sostenuta invece dagli Stati Uniti. In Honduras non esisteva infatti un significativo sostegno al “socialismo del XXI secolo”, né Zelaya godeva del consenso interno che possono vantare Chávez, Morales e Correa nei rispettivi paesi.

Zelaya voleva infatti avviare una riforma costituzionale (e quindi un processo di rielezione) simile a quelli consolidatisi negli ultimi anni in Venezuela, Ecuador, Bolivia e Nicaragua, con un aumento dei poteri dell’esecutivo e un rapporto più diretto tra capo del governo ed elettorato. Messo in minoranza nel proprio partito (il suo vicepresidente e candidato designato del partito liberale alle elezioni non condivideva le sue posizioni), Zelaya si era dunque lanciato in un’improbabile fuga in avanti, ostinandosi a promuovere un referendum sulla riforma costituzionale persino dopo il voto contrario del Congresso e l’opinione negativa della Corte Suprema, che lo aveva giudicato incostituzionale. La mattina del referendum “autoconvocato”, Zelaya è stato arrestato dai militari e espulso dal paese, mentre il Congresso votava la sua destituzione.

I promotori della destituzione di Zelaya sono comunque riusciti a coagulare attorno a sé un vasto consenso interno. Il rifiuto della comunità internazionale di riconoscere il nuovo governo ha provocato un tipico riflesso nazionalistico. Per mantenere la coesione di questo fronte interno, Micheletti ha boicottato ogni successivo tentativo di mediazione, come quello affidato dall’Oea al presidente del Costa Rica, Oscar Arias, divenuto ancora più necessario dopo il rocambolesco ritorno a Tegucigalpa di Zelaya , che dal 23 settembre viveva nell’ambasciata brasiliana.

Dopo mesi di tensioni interne la crisi si è risolta con la vittoria di Lobo, che il 29 novembre ha prevalso su Santos, candidato del partito liberale, in un’elezione che ha fatto registrare una discreta affluenza alle urne, nonostante la campagna elettorale fosse anestetizzata dalla mancanza di un libero dibattito politico.

Lenta uscita dall’isolamento
Le elezioni sono state riconosciute solo da pochi paesi: Usa, Costa Rica, Panama, Perù. Gli altri paesi latinoamericani e l’Ue si sono mantenuti più prudenti, non volendo riconoscere un ritorno alla democrazia esercitato sotto la tutela del presidente di fatto Micheletti. Solo all’indomani della sua uscita di scena, e dell’uscita dal paese di Zelaya, il processo di ristabilimento dei rapporti con l’Honduras è lentamente ricominciato.

La crisi ha messo in evidenza da un lato la solidità dell’attaccamento alla democrazia in America Latina, che ha impedito il riconoscimento di una situazione di fatto, ma anche i limiti degli strumenti multilaterali, come ad esempio l’Oea, nel sostenere la democrazia in situazioni di crisi acuta.

L’unanimismo iniziale della comunità internazionale si è attenuato quando gli Usa hanno deciso di riconoscere le elezioni. Il Brasile, a quel punto, è divenuto il capofila della posizione opposta, volta a restituire la presidenza a Zelaya, come richiesto anche dai paesi dellOea e dall’Ue. Una volta svanita tale possibilità (dopo le elezioni del 29 novembre), questa posizione è mutata nel sostegno alla formazione di un governo d’unità nazionale. Anche l’Unione europea ha così deciso di riavviare, a febbraio, i negoziati per un accordo di associazione biregionale con l’America centrale, che potrebbe essere concluso in occasione del vertice Ue-America Latina che si svolgerà a maggio sotto la presidenza di turno della Spagna.

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M. Del Pero e L. Zanatta: Obama e il dilemma venezuelano