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Sicurezza e difesa

L’entente franco-britannica sulla difesa europea

4 Feb 2010 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Non sappiamo ancora se la cosa prenderà corpo. Tuttavia si moltiplicano le voci, a Parigi e a Londra, di possibili più stretti accordi tra i due paesi nel campo della difesa. All’origine ci sono pochi semplici dati di fatto: Gran Bretagna e Francia, da soli, assicurano il 43% delle spese per la difesa dei 27 paesi dell’Unione europea (se aggiungiamo Germania e Italia arriviamo al 70%), sono due potenze nucleari e conservano una cultura della difesa e una reale capacità di impiego delle forze anche in conflitto aperto (qualcosa che fa difetto, ad esempio, a Germania e Italia).

Razionalizzare
Sia Gran Bretagna che Francia debbono però fare i conti con la crisi economica e con la limitatezza delle risorse finanziarie a loro disposizione. Nessuna delle due è in grado di tenere il passo da sola con gli sviluppi tecnologici del sistema militare americano, e ambedue rischiano di essere definitivamente scavalcate ed emarginate dalla crescita militare di altre potenze extra-europee, come la Cina o l’India. Unire le forze, razionalizzare gli investimenti e rendere maggiormente compatibili le proprie capacità così da poterle impiegare congiuntamente là dove fosse eventualmente necessario, è quindi una prospettiva allettante.

Non è facile e non è neanche un’assoluta novità. È del dicembre 1998 la dichiarazione anglo-francese di Saint-Malo che aveva dato il via libera a quella costruzione di un’Europa della difesa che troverà la sua piena conferma istituzionale nel Trattato di Lisbona ratificato solo lo scorso dicembre, dopo 11 anni. Nel frattempo sono stati fatti naturalmente molti passi avanti, sia nel campo delle capacità militari (gli “obiettivi di Helsinki”) che in campo strategico e nell’avvio del mercato interno europeo della difesa, compresa la costituzione di un’apposita Agenzia della difesa europea. La Francia è rientrata nella struttura militare della Nato. Ma è chiaro che, senza una più profonda intesa e integrazione franco-britannica tutto questo non potrà mai tradursi in qualcosa di completamente nuovo ed efficace.

Dubbi
Anche questa volta non è detto che tutto proceda speditamente. Importanti tendenze politico-strategiche, oltre che industriali, suggeriscono una certa urgenza. Il nuovo orientamento ondivago della superpotenza americana nei confronti dell’Europa e le difficoltà che sta incontrando la Nato in Afghanistan sono segnali preoccupanti circa la credibilità nel lungo termine della stessa alleanza transatlantica. Se ad essi si aggiunge il rafforzarsi militare della Russia, la prospettiva di un ritiro delle armi nucleari americane ancora presenti in Europa e il rischio di una proliferazione nucleare in Medio Oriente si delinea chiara la convenienza di accrescere le capacità autonome della difesa europea.

Certo, la probabile vittoria dei conservatori euroscettici alle prossime elezioni politiche britanniche potrebbe costituire un nuovo ostacolo, anche se essi volessero continuare ad approfondire il legame militare bilaterale con la Francia. Il fatto è che le due maggiori potenze europee sono comunque troppo piccole e continuano ad avere interessi, anche industriali e tecnologici, troppo diversi tra loro, se ad esse non si aggiungono almeno gli altri quattro o cinque paesi (Germania, Italia, Spagna e Olanda o Svezia) che, assieme a Francia e Gran Bretagna, assicurano circa l’80% della spesa europea per la difesa, cioè una ragguardevole somma annuale di circa 170 miliardi di euro e la possibilità di diverse combinazioni industriali e tecnologiche.

Gruppo di testa
È comunque chiaro che la qualità e importanza dell’impulso politico sarà determinante, così come la formazione del gruppo di testa che avvierà questa nuova fase di cooperazione. A parte la Francia e la Gran Bretagna, è probabile che il gruppo comprenderà sin dall’inizio anche la Germania, se non altro per gli importanti legami industriali che essa ha con la Francia nel settore dell’aerospazio e della difesa. La partecipazione o meno degli altri paesi dipenderà dalla loro capacità di inserirsi rapidamente in questa prospettiva con proposte credibili e mobilitando le risorse necessarie. Ma un mancato inserimento, nel caso di un effettivo decollo della cooperazione tra i maggiori paesi europei, si tradurrebbe rapidamente in una perdita di peso politico e probabilmente anche industriale e tecnologico, difficilmente compensabile su altri mercati e con altri partner.

È in questa prospettiva che l’Italia dovrà prepararsi ai suoi prossimi incontri con gli alleati europei, a cominciare da quello bilaterale con la Francia in programma ad inizio aprile, ma anche nei consessi europei. È probabile che queste settimane vedranno un susseguirsi di voci e di notizie più o meno credibili ed informate che dovrebbero essere valutate alla stregua di sondaggi interessati a conoscere gli orientamenti reali del governo italiano e le sue ambizioni. Sarebbe un peccato se arrivassimo a questi appuntamenti senza un’idea precisa di quello che possiamo e vogliamo ottenere e di cosa siamo disposti a concedere.

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Vedi anche:

S. Silvestri: Le sfide del 2010

B. Donnelly: Cameron e l’Europa: il rischio di un premier tentenna