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Consiglio europeo sulla crisi

Leader Ue uniti sulla Grecia, ma divisi sull’Iran

12 Feb 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

La neve caduta sul Belgio e su tutta l’Europa del Nord fa slittare il Vertice europeo straordinario, ma senza farlo sbandare o andare fuori strada. I leader dei 27 prendono il loro tempo per arrivare nella capitale belga e si mettono al lavoro tardi, ma in poche battute giungono a un punto fermo: l’Ue è pronta a prendere misure per la stabilità della zona dell’euro e condurrà un’azione “determinata e coordinata”, per evitare che i conti in rosso della Grecia e di altri Paesi mandino in tilt l’economia dell’Unione.

Sessioni ristrette
L’annuncio viene dal presidente stabile del Consiglio europeo Herman Van Rompuy, all’esordio nel ruolo. Presidente innevato, presidente fortunato; e anche un po’ impacciato: Van Rompuy vuole che il Vertice si tenga alla Biblioteca Solvay, invece che a Palazzo Justus Lipsius; e lì la tecnica lo tradisce. Quando legge la sua dichiarazione, i microfoni vanno in panne: l’ex premier belga deve dunque ripetersi per tv e radio.

Superato l’imbarazzo, il presidente esordiente si fa prendere dall’entusiasmo e preconizza che i leader dei 27 si vedano d’ora in poi più spesso, al ritmo di una volta al mese. Ma come? non erano tutti convinti che c’è un’inflazione di questi Vertici rituali spesso propiziatori di decisioni topolino? Si vedrà. Intanto, mettiamo in archivio questo risultato positivo, per quanto scontato.

L’accordo collegiale è maturato, in realtà, in una sessione ristretta, presenti le attuali ‘figure forti’ europee, il presidente francese Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel, e i più diretti interessati, il premier greco Giorgio Papandreu, il premier spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero – anche la Spagna ha le sue grane – il presidente della Commissione europea José Manuel Durao Barroso, il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker e il presidente della Bce Jean Claude Trichet.

Non a caso, all’annuncio di Van Rompuy, ha fatto eco proprio la Merkel: l’Ue “non lascerà cadere” la Grecia, ma Atene, dal canto suo, deve rispettare le regole. La crisi finanziaria ed economica – ha avvertito Barroso – “ha vanificato negli ultimi due anni vent’anni di risanamento”, con la media del deficit che ormai s’avvicina al 7% del Pil e i debiti pubblici cresciuti del 20%. Solo due Paesi sui 16 dell’Eurozona hanno finora rispettato il tetto del 3% del deficit: Finlandia e Lussemburgo; e anch’essi ‘sforeranno’ quest’anno.

Il ‘Vertice della crisi’ ha positivamente chiuso una settimana di passione. Martedì, c’era stato il voto d’investitura della nuova Commissione, la Barroso 2, da parte del Parlamento di Strasburgo: l’Esecutivo è passato a larga maggioranza – 488 sì, 137 no, 72 astenuti -, anche se i verdi di Daniel Cohn-Bendit hanno votato contro. Oggi, il Consiglio straordinario convocato proprio per affrontare il rischio Grecia e scongiurare il timore di contagio ad altri Paesi.

Aspettando l’Ecofin
In apertura dei lavori, Juncker, che è anche premier del Lussemburgo, illustra ai colleghi i risultati di una teleconferenza, la vigilia, fra i ministri delle finanze. Poi, i leader tratteggiano le linee guida degli interventi che dovranno essere definiti, in dettaglio, lunedì prossimo, in una nuova riunione dei ministri finanziari. Capi di Stato e di governo invitano l’Ecofin ad adottare il 16 febbraio le raccomandazioni sulla Grecia presentate dalla Commissione e chiedono alla stessa Commissione e alla Banca centrale, oltre che al Fondo monetario internazionale, di monitorare sul rispetto delle raccomandazioni.

Che il clima di giornata fosse buono, l’avevano, come al solito, anticipato le borse europee, tutte positive nell’imminenza del Vertice, al di là dei titoli ad effetto dei giornali: il Financial Times prospettava una “tragedia greca”, dove “salvare la Grecia vuol dire prepararsi a soccorrere Portogallo, Spagna, Irlanda e forse anche Italia”. E il Los Angeles Times affondava confusamente nelle reminiscenze storiche: “Profondamente indebitata, Atene affronta un futuro spartano”.

Ma la settimana di passione dell’Ue non ha solo luci. L’Unione europea mostra i muscoli ad Haiti e, un mese dopo il sisma, decide l’invio d’una spedizione militare, per dare riparo, prima della stagione delle piogge, che inizia a marzo, alle popolazioni colpite (una testa di ponte alla fonda c’è già, l’ammiraglia della flotta italiana, la portaerei Cavour). L’annuncio, a margine del Consiglio, viene da Catherine Ashton, Alto rappresentante per la politica estera e di difesa comune: la missione militare umanitaria è una prima per l’Ue e si aggiunge agli aiuti già disposti. Per la baronessa laburista, appena trafitta dagli strali della stampa francese, che le rimprovera “poche missioni e troppi week-end a Londra”, è il primo successo del suo mandato.

Guancia all’Iran
Ma a Teheran e nell’Iran, dove le celebrazioni dell’anniversario della rivoluzione islamica vedono una sanguinosa repressione della protesta popolare, l’Ue mostra la guancia della divisione allo schiaffo della guida suprema religiosa iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei, che aveva minacciato “un pugno in faccia ai nemici” del regime, interni ed esterni. Nonostante frenetiche consultazioni, i 27 non riescono neppure a mettersi d’accordo se essere o non essere presenti con i loro ambasciatori alle cerimonie ufficiali.

Gli italiani, come i francesi, i tedeschi, i britannici e buona parte degli altri diplomatici europei, non ci vanno (e fanno bene). Ma la Spagna, l’Olanda, la Repubblica Ceca e Cipro scelgono un basso profilo: ci mandano i loro ‘numeri due’. E altri Paesi, fra cui Svezia e Finlandia, due campioni dei diritti umani, e inoltre Polonia, Bulgaria, Romania, Slovenia, Portogallo e Grecia, schierano sul palco gli ambasciatori.

Alla faccia degli inviti alla fermezza e alla compattezza, nei confronti del regime iraniano. Lady Ashton aveva espresso, mercoledì, una “forte condanna” degli attacchi a Teheran contro ambasciate di paesi dell’Ue, fra cui l’Italia. E il ministro degli esteri Franco Frattini affermava: “L’Iran deve comprendere che non può neanche immaginare di dividerci. L’Europa resterà unita”. Ma se non si riesce a decidere insieme della presenza, o meno, di un ambasciatore a una cerimonia, come si può pretendere di decidere insieme e di applicare insieme misure e sanzioni contro il regime iraniano? L’Ue, per il momento, riesce ad esserci – un mese dopo – ad Haiti, non ancora in Iran.

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Vedi anche:

G. Gramaglia: Lady Ashton latita, la Commissione zoppica