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Politica estera europea

Lady Ashton, passi falsi e scelte sbagliate

25 Feb 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Giampiero Boniperti, uno degli uomini che hanno fatto la storia del calcio italiano, racconta, nel suo bel libro “La mia Juventus”, che, da ragazzo, la porta gli sembrava grande e larga, fin quando, a 18 anni, non sbagliò il primo gol in serie A. A quel punto, la porta gli divenne piccola e stretta. Lady Ashton, che per brevità chiamiamo ‘ministro degli esteri europeo’, un’esperienza del genere non l’ha mai vissuta: a lei, la porta della politica estera europea dev’essere parsa subito piccola e stretta, perché non le è mai riuscito di buttarne dentro una.

Passi falsi
Si muove poco, arriva tardi, fa scelte sbagliate. Non è un giudizio nostro, ma è l’opinione generalizzata della stampa europea nel suo complesso. E il parere comincia a essere condiviso anche dai colleghi della baronessa laburista, irritati da alcune sue nomine e delusi da certe sue decisioni. Ultima in ordine di tempo, ma non di importanza, quella di disertare la riunione dei ministri della Difesa dei 27 a Palma di Maiorca, il 24 e 25 febbraio: Catherine, 53 anni, famiglia numerosa, mai stata ministro, ha preferito andare a Kiev, all’inaugurazione come presidente ucraino di Viktor Ianukovich, uno che promette d’essere più amico di Mosca che di Bruxelles.

Il predecessore della Ashton, Javier Solana, a queste riunioni, sia pure informali, era sempre andato. Questo poi era un appuntamento importante, perché i ministri dovevano discutere del rafforzamento della cooperazione europea, inclusa la questione del comando integrato. E, per di più, c’era la questione dell’Afghanistan, dopo l’apertura della crisi di governo in Olanda sulla proroga della missione. Vero è che la baronessa non lesina le sue certezze: ha già detto pubblicamente di non capire a che cosa servirebbe un comando militare integrato europeo, anche per evitare doppioni, dopo aver dichiarato di fronte al Parlamento europeo il suo agnosticismo sul seggio unico dell’Ue alle Nazioni Unite.

Indubbiamente, la partenza della Ashton è stata lenta, forse appesantita dalla molteplicità di incarichi e dalla sorpresa che i capi di Stato e di governo dei 27 abbiano puntato proprio su di lei per essere la voce e il volto dell’Europa nel mondo. Stendiamo pure un velo su quanto avvenuto prima del 9 febbraio, quando il Parlamento di Strasburgo ha votato l’investitura alla nuova Commissione europea presieduta per la seconda volta dall’ex premier portoghese José Manuel Durao Barroso (Barroso II). E diamo per acquisito che, fino a quel momento, Catherine, alto rappresentante della politica estera e di difesa europea, vice-presidente della Commissione e responsabile delle relazioni esterne, stesse studiando i suoi molti dossier e restasse volutamente dietro le quinte, mantenendo un fragoroso silenzio sulla recrudescenza della minaccia terroristica, a cavallo di capodanno e dopo il terremoto ad Haiti.

Allergia ai viaggi
Ma anche l’avvio ufficiale è stato infelice. Proprio il giorno dell’insediamento della Commissione, i corrispondenti da Bruxelles della stampa francese e britannica la mettono sotto tiro: poche missioni all’estero, troppi week-end a Londra. E c’è pure lo schiaffo del rinvio del Vertice Ue-Usa: la presidenza di turno spagnola del Consiglio europeo l’aveva messo in agenda il 23 e 24 maggio a Madrid, ma lo ha dovuto far slittare dopo avere saputo che il presidente statunitense Barack Obama non pensava d’essere in Europa in quei giorni.

Il quotidiano francese Liberation rimprovera alla Ashton la gestione della crisi di Haiti, già contestata da gruppi in Parlamento: di non essersi recata subito a Port au Prince, come ha fatto invece il segretario di Stato Usa Hillary Clinton, e di non avere garantito coordinamento e visibilità dell’intervento Ue. ”L’Unione europea, che fornisce la maggior parte degli aiuti ad Haiti (430 milioni di euro contro i 100 milioni di dollari Usa) e il maggior numero delle equipe di soccorso è politicamente assente, a causa dei week-end londinesi” del suo ‘ministro’, scriveva Jean Quatremer, ricordando che la baronessa tiene marito e figli a Londra, dove li raggiunge tutti i venerdì pomeriggio.

Proprio la scarsa vocazione a muoversi e viaggiare inquieta diplomatici e funzionari. Lady Asthon non intende percorrere 300mila chilometri l’anno come faceva Solana, ”ma un ministro degli esteri che non viaggia non esiste”, era il commento riferito da Libération. E pure il reclutamento dello staff, composto ”per metà da britannici”, finiva sotto accusa: nella squadra ”c’è un solo francese, per giunta uno junior”, e i funzionari prescelti sono quasi tutti specializzati sui Balcani quando ”ciò che interessa i nostri partner, soprattutto gli americani, sono l’Afghanistan, l’Iran e l’Iraq”.

In ordine sparso
Punture di spillo francesi?, Gelosie chauviniste? Può darsi. Ma l’11 febbraio, con il ‘ministro degli esteri’ ormai a pieni poteri, si assiste alla grottesca presenza in ordine sparso dei diplomatici europei alle celebrazioni a Teheran per l’anniversario della rivoluzione islamica, due giorni dopo le aggressioni ad alcune ambasciate europee, fra cui quella italiana: qualche paese non ci va proprio – fra questi, l’Italia – qualcuno ci manda l’incaricato d’affari, qualcuno ci va con l’ambasciatore in pompa magna. Bell’esempio di politica estera europea, quando un comportamento coordinato non sarebbe costato nulla!

A quel punto, la Ashton decide di rompere gli indugi e di partire. E dove ti va, per la prima missione? Nei Balcani, dove si sente più forte, o dove almeno è forte il suo staff: visita Sarajevo, Belgrado e Pristina, nel secondo anniversario dell’indipendenza kosovara, dispensando promesse condizionate di futura adesione all’Unione europea.

Poi, scopre altre carte: il 3 marzo andrà ad Haiti – dopo, però, la collega bulgara Kristalina Georgieva – per presentare una sorta di ‘piano Marshall’ per la ricostruzione del Paese, in vista della conferenza dei donatori del 31 marzo; e il 17 marzo andrà in Israele (ancora si ignorano le altre tappe del suo viaggio).

Nomine discutibili
Dunque, la baronessa fa missioni e lavora alla creazione del ‘corpo diplomatico’ dell’Unione europea, che dovrebbe nascere in primavera. Rodaggio finito e critiche sepolte? Neanche per sogno: la nomina dell’ex ministro degli esteri lituano Vygaudas Usackas, 46 anni, come inviato speciale dell’Ue a Kabul le scatena addosso un’altra polemica. E non è una campagna di bandiera italiana, anche se il posto era, dal maggio del 2008, dell’ambasciatore Ettore Sequi e anche se Roma aveva già perduto un mese fa il posto di rappresentante civile della Nato in Afghanistan, ricoperto dal diplomatico Fernando Gentilini. Il ministro degli esteri Franco Frattini parla di “normale rotazione”, ma altri, anche nel governo, come il ministro delle politiche europee Andrea Ronchi, denunciano “la marginalizzazione del sistema Italia: dobbiamo puntare i piedi e abbiamo un credito”. Credito che Frattini ritiene di riscuotere piazzando Gentilini come inviato per l’Ue nei Balcani e Sequi nel gabinetto dell’alto rappresentante.

La Ashton pesca Usackas in una rosa ristretta di quattro nomi, l’italiano uscente, il lituano, un polacco e un ungherese. E poteva scegliere meglio: Usackas, un ex ambasciatore lituano a Londra e Washington, prima di diventare ministro degli esteri, è appena uscito, perdente, da uno scontro politico con il presidente lituano Dalia Grybauskaite, che lo ha costretto, il 22 gennaio, a dimettersi da ministro. Tutto verte intorno al problema dell’esistenza o meno di carceri segrete della Cia in territorio lituano, un lascito delicato della presidenza Bush e dei suoi metodi disinvolti e criminali di lotta al terrorismo.

La Grybauskaite dice che le prigioni c’erano, Usackas lo nega, fino a essere smentito da un’inchiesta del Parlamento lituano, che conferma che i servizi di Vilnius collaborarono con la Cia tra il 2002 e il 2006 nelle catture e detenzioni illegali. Difficile immaginare che un uomo coinvolto nella ‘guerra sporca’ possa essere il migliore rappresentante dell’Ue in Afghanistan, dove la guerra al terrorismo è in pieno corso. Se ne preoccupa pure il Parlamento europeo: il deputato italiano dell’Idv, Pino Arlacchi, che di lotta internazionale alla criminalità organizzata se n’intende, avverte: “Come minimo abbiamo bisogno di chiarezza e trasparenza sul ruolo di Usackas, se vogliamo che abbia credibilità sul terreno”.

Così, da Frattini e da altri ministri parte la richiesta alla Ashton di discutere insieme “i criteri per le nomine”, prima della creazione del corpo diplomatico Ue: la baronessa rischia di ritrovarsi commissariata. Tanto più che un’altra nomina, questa attribuita al presidente Barroso, crea malumori nelle capitali europee: Barroso ha infatti scelto un suo fedelissimo, il portoghese Joao Vale de Almeida, portoghese e suo ex capo di gabinetto, a capo della rappresentanza della Commissione a Washington, al posto dell’ex premier irlandese John Bruton. La nomina di Almeida, appena fatto direttore generale della Dg relazioni esterne, non è piaciuta ad almeno una dozzina di paesi dell’Ue e ha provocato una lettera di protesta del ministro degli esteri svedese Carl Bildt, per mancata consultazione. Bildt, però, non ha scritto a Barroso, ma alla Ashton: c’è posta per Catherine, e non è sempre del cuore.

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Vedi anche:

A. Missiroli: La marcia a tappe verso il servizio diplomatico dell’Ue

G. Gramaglia: Lady Ashton latita, la Commissione zoppica