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Trattato di Lisbona

La lenta ascesa dei partiti politici europei

10 Feb 2010 - Domenico Fracchiolla - Domenico Fracchiolla

Convitati di pietra di cui di solito si sottolineano le carenze politiche, i partiti transnazionali sembrano i grandi assenti del processo politico europeo. Ma ogni seria discussione sulla creazione di un demos europeo non può prescindere dal ruolo dei partiti. Storicamente la formazione del demos non è quasi mai avvenuta in modo spontaneo, ma è scaturita dall’interazione tra cittadini – o sudditi – e istituzioni politiche. Nell’Ue questo rapporto è ancor oggi piuttosto limitato.

È stato il politologo francese Maurice Duverger a sottolineare il carattere “interno” dei partiti politici europei, data la loro origine prettamente parlamentare. Uno studioso italiano, Luciano Bardi, ha parlato, a sua volta, di un “European network party” utilizzando la metafora di un poligono a tre facce composto dai partiti nazionali, da quelli europei, e dai gruppi nel Parlamento europeo. In questo sistema triangolare i partiti europei occupano ancora una posizione subalterna rispetto sia ai gruppi parlamentari che ai partiti nazionali.

Le novità di Lisbona
Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il processo di istituzionalizzazione e consolidamento dei partiti politici europei si è rafforzato e il rapporto con le altre due componenti del triangolo è divenuto più equilibrato.

Riprendendo quanto già previsto nei precedenti trattati e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, il Trattato di Lisbona attribuisce ai partiti il ruolo di principali protagonisti della democrazia rappresentativa. Nella parte dedicata ai “principi democratici” (art. 10) il trattato riconosce ai partiti politici il ruolo di corpi intermedi tra società ed istituzioni che “contribuiscono a formare una coscienza politica europea e ad esprimere la volontà dei cittadini dell’Unione”.

Oltre che nell’attività legislativa, questa funzione può essere esercitata in occasione dell’elezione del presidente della Commissione, secondo disposizioni precise del Trattato di Lisbona. Ma i partiti possono svolgere un ruolo importante anche nella nomina dell’Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune, che deve passare al vaglio del Parlamento. Sulla stessa nomina del presidente permanente del Consiglio europeo, che è competenza dei governi, i partiti possono avere un’influenza non indifferente prendendo posizione a favore di uno o dell’altro candidato.

Spazio d’azione
In occasione dell’elezione di Manuel Durao Barroso al secondo mandato di presidente della Commissione, a settembre 2009, lo “European network party system” ha svolto un certo ruolo all’interno del Parlamento europeo, cui spetta l’elezione del Presidente della Commissione. Tuttavia, come già sottolineato in L’anello mancante della democrazia europea su questa rivista, i partiti politici europei hanno nuovamente sprecato l’opportunità di avanzare candidature di propri esponenti per la carica di presidente della Commissione durante la campagna elettorale europea.

Qualcuno però ci sta ripensando. Al recente congresso del Partito socialista europeo (Pse) il presidente del partito, Poul Nyrup Rasmussen, ha individuato, tra le priorità dei prossimi cinque anni, la scelta di un candidato alla carica di presidente della Commissione prima delle prossime elezioni europee. Si tratterebbe di un’evoluzione importante, anche se tardiva, per democratizzare la vita politica europea.

D’altra parte le grandi famiglie politiche europee – in particolare, i popolari (Ppe) e i socialisti (Pse) – hanno partecipato attivamente al processo politico che ha portato alla nomina di Herman Van Rompuy a presidente del Consiglio europeo e di Catherine Ashton a Alto rappresentante della politica estera e di sicurezza comune. Ha prevalso una logica decisamente consensuale (se non consociativa) e alla fine l’accordo è stato raggiunto su personalità di basso profilo, ma che almeno forniscono garanzie di equilibrio istituzionale.

Specificità italiana
L’esigenza di un più ricco spazio pubblico europeo è molto avvertita dall’opinione pubblica italiana, presso la quale le istituzioni europee godono ancora di maggior credito di quelle nazionali. I dati dell’Eurobarometro degli ultimi cinque anni confermano che gli italiani si fidano in particolare del Parlamento europeo – con percentuali considerevolmente più alte della media europea. Il 50% degli intervistati ha espresso fiducia nell’Ue e il 56% nel Pe, a fronte del 44,8% che ha fiducia nel Parlamento italiano e di un preoccupante livello di sfiducia (75,8%) nei confronti dei partiti nazionali. La preferenza per l’istituzione europea sentita più “vicina” ai cittadini, il Parlamento, deve però trovare rispondenza in una più incisiva azione dei partiti politici europei, requisito essenziale per il rafforzamento della democrazia rappresentativa in Europa.

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T. Padoa-Schioppa: Il disegno incompiuto dell’Europa

Democracy in the EU and the Role of the European Parliament