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Crisi economica

La crisi della Spagna minaccia l’eurozona

10 Feb 2010 - Riccardo Pennisi - Riccardo Pennisi

Il terremoto borsistico che ha scosso l’Europa negli ultimi giorni ha un epicentro preciso: Madrid. La Spagna è l’unico paese del G20 a trovarsi ancora in recessione. La fulminea crescita del debito che ne è originata ha diffuso il timore che il paese segua la deriva greca e comprometta la stabilità dell’euro. Ma se il pericolo di fallimento e di conseguente l’uscita dalla moneta unica sembra, ad un’attenta analisi, piuttosto remoto, il peggioramento dei conti iberici potrebbe invece condurre alla formazione di una zona euro a due velocità.

Sotto i colpi della crisi
Stupisce la rapidità del cambiamento: tra il 2000 e il 2007 la Spagna è cresciuta a un ritmo doppio della media europea. Ma la crisi ha mostrato i tanti punti deboli del sistema. Innanzitutto, il mercato del lavoro è caratterizzato da un massiccio ricorso ai contratti a tempo determinato (spesso a tre o sei mesi). Introdotti già nel 1984, questi rappresentano ormai un quarto del totale e il 91% delle nuove assunzioni: per contenere le spese, molte imprese si sono limitate a non rinnovare i contratti scaduti durante la crisi.

Buona parte della crescita spagnola poggiava poi sullo sviluppo sfrenato del settore edilizio privato, che ha provocato una vera e propria bolla speculativa esplosa all’inizio del 2008, seguita da fallimenti e licenziamenti a catena. Secondo le stime, sono circa cinque milioni gli alloggi in eccedenza; sono necessari in media sessanta mesi per vendere un appartamento; i disoccupati del settore della costruzione sono più di seicentomila. Inoltre, un altro pilastro dell’economia spagnola, il turismo di massa, ha sofferto un calo del volume di affari di circa il 10%, dovuto soprattutto alla crisi internazionale.

Rischio-paese
L’insieme di questi fattori ha prodotto un impressionante aumento della disoccupazione, passata in due anni dall’8,5% al 19,5% (i senza lavoro sono oltre quattro milioni) e un forte calo dei consumi privati. L’indebitamento delle famiglie spagnole – 127% del loro reddito – è infatti tra il più alto d’Europa. La crisi ha fatto sì che le banche, spaventate dalla concreta possibilità di insolvenza diffusa, chiudessero i rubinetti del credito: hanno così inferto un duro colpo alla vendita di case, automobili, viaggi, che spesso passava attraverso un finanziamento bancario.

Di conseguenza i conti pubblici si sono deteriorati altrettanto velocemente – dall’attivo del 2007 si è arrivati a un passivo dell’11,4% nel 2009 – grazie a tre cause concorrenti: l’enorme aumento delle indennità di disoccupazione, le mancate entrate fiscali dovute al calo del Pil, e i costi degli incentivi diretti a settori specifici (auto e lavori pubblici).

I mercati non credono al risanamento perché si percepisce una congiuntura ancora negativa: il solo mese di gennaio ha visto 120.000 nuovi disoccupati e un volume di debito pubblico ben oltre le previsioni. In più, la risposta politica offerta dal governo Zapatero è stata giudicata intempestiva, poco vigorosa e inadeguata alle circostanze.

Una politica economica inadeguata
La politica economica del Partito socialista spagnolo (Psoe), al potere dal 2004, riflette l’esito dello scontro tra il ministro dell’Economia Pedro Solbes e il ministro dell’Industria Miguel Sebastián. Il primo era favorevole a un intervento diretto sui conti pubblici già ai primi segnali di crisi; il secondo era sostenitore di una visione più ottimista, secondo cui l’economia spagnola godeva di una salute di ferro e i problemi si sarebbero rivelati di piccola dimensione e breve durata. Questa interpretazione è prevalsa e il premier Zapatero, che rivendicava come un successo politico la prosperità del paese, nell’aprile 2009 ha deciso di sostituire Solbes con una sua fedelissima, Elena Salgado.

In tal modo, i provvedimenti anti-crisi si sono concretizzati in una serie di incentivi e sussidi totalmente a carico di uno Stato fiducioso nell’arrivo dei “germogli verdi”. Solo di fronte al grave peggioramento di bilancio il governo ha cambiato strategia: è stato annunciato un piano che include tagli per 50 miliardi e alcune riforme strutturali, volte a garantire la solvibilità del paese. Lo ha espressamente richiesto la Commissione europea, preoccupata per gli effetti che avrebbe sull’euro un eventuale blocco del sistema-Spagna (il suo peso è pari a 1/8 dell’intera economia Ue): destabilizzanti per la moneta unica, e ben peggiori di quelli derivanti dallo stallo della piccola Grecia.

Le misure allo studio sono entrambe di ispirazione tedesca: innalzare l’età pensionabile da 65 a 67 anni e modificare i contratti di lavoro per introdurre la riduzione dell’orario come alternativa al mancato rinnovo. Non è sicuro che il governo saprà tradurle in pratica: la pensione a 67 anni ha spezzato l’intesa tra governo e sindacati, che ora minacciano lo sciopero generale; la riforma dei contratti è ancora una bozza che sarà oggetto di lunghi negoziati. E intanto Zapatero e il Psoe soffrono una notevole perdita di consensi, dovuta secondo le inchieste, all’immagine di improvvisazione offerta nel contrasto alla crisi economica.

Prospettive future
È la stessa percezione avuta dagli operatori di borsa, che hanno divorato in tre giorni il 9% dell’indice Ibex di Madrid. Ma la Spagna è davvero a rischio insolvenza? Nonostante tutto, il sistema economico spagnolo può contare su un buon numero di punti di forza che rendono un collasso molto improbabile. Il rapporto deficit/Pil è cresciuto moltissimo (dal 34 al 59% in dodici mesi), ma rimane comunque sotto la media europea, e consente un certo margine di manovra; così come sotto la media europea è la pressione fiscale. Grandi aziende come Telefonica e Repsol tengono grazie alla loro dimensione multinazionale (buona parte del loro fatturato ha origine latinoamericana). I principali istituti bancari hanno chiuso il 2009 in attivo e consolidano la loro posizione di forza in Europa. La Spagna inoltre può raccogliere i frutti del buon utilizzo dei fondi europei: 118 milardi di euro (tre volte il Piano Marshall) spesi con successo nello sviluppo delle infrastrutture e del settore delle energie alternative.

Il rischio vero è dunque che il paese non riesca ad imbrigliare il suo debito prima che raggiunga livelli “italiani”: l’Ocse e l’Ue dicono che la disoccupazione rappresenterà ancora per alcuni anni un costo gravoso per lo Stato. Anche l’elevato indebitamento delle famiglie e degli enti locali non potrà essere sanato in breve tempo, cosa che rende improbabile una veloce ripresa degli investimenti pubblici e dei consumi privati.

Europa a due velocità?
Una situazione del genere sarebbe rischiosa per la moneta unica. Potrebbe infatti crearsi una durevole frattura tra un centro stabile e prospero e una periferia (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda) gravata da un debito che ne impedirebbe crescita e competitività e la costringerebbe al rimorchio delle economie più sviluppate: un’eventualità che nel lungo periodo potrebbe compromettere l’integrazione finora raggiunta.

Tra le soluzioni ipotizzate, quella di un coordinamento sovranazionale per le ventisette politiche economiche dei paesi dell’Unione europea, proposta dall’ultimo vertice franco-tedesco, sembra la più adatta ad affrontare tali squilibri, che sono orami di dimensione continentale.

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Vedi anche:

E. Martini: Il debutto di Zapatero alla presidenza dell’Ue