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Replica a Giovanni Sartori

Che fare in Afghanistan

9 Feb 2010 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Ci stiamo ritirando o giochiamo per vincere? Puntiamo ad un Afghanistan “democratico” o siamo pronti a lasciarlo nelle mani di talebani “moderati”? Combattiamo contro i terroristi per affermare i diritti civili della popolazione afgana? È una guerra della Nato o soprattutto dell’America? Viene guidata da Washington o da Bruxelles? È un teatro operativo unico o è frammentato a seconda dei comandi nazionali? Appoggiamo il Presidente Karzai o ce ne vogliamo liberare? Nessuna di queste domande può ricevere oggi una risposta univoca.

Limiti della nuova strategia
La recente conferenza internazionale di Londra ha abbozzato una strategia di progressivo, lento ritiro dal Paese, che potrebbe concludersi nel giro di circa 5 anni (le truppe americane, secondo il Presidente Obama, dovrebbero cominciare ad essere ridotte a partire dall’estate del 2011).

Le fasi temporali e politiche di questa strategia dovrebbero venire precisate a una nuova conferenza da convocare a Kabul verso l’autunno. Per assicurarne il successo, oltre ad una decisa campagna militare nelle regioni controllate parzialmente dalla guerriglia, a cominciare dall’Helmand, sono previsti altri strumenti quali un trust fund per finanziare i talebani “moderati” che volessero distaccarsi da Al Qaeda (dovrebbe ammontare a più di 500 milioni di dollari, di cui circa 200 già coperti), un maggiore aiuto umanitario (si punta a 870 milioni di dollari) e un maggiore coinvolgimento sia degli afgani sia dei paesi della regione nella ricerca della soluzione. Purtroppo però uno dei paesi chiave, l’Iran, all’ultimo momento ha deciso di non andare a Londra. In compenso il Presidente Karzai sembra intenzionato a convocare una Loya Jirga, la tradizionale assemblea tribale afgana, cui invitare parte almeno dei talebani. Se parteciperanno o meno, e con quali intenzioni, è da vedere.

L’intensificazione delle operazioni militari dovrebbe andare di pari passo con le iniziative volta a dividere gli avversari e a conquistare un maggiore consenso popolare. Il problema è che la costruzione della pace e la continuazione della guerra entrano facilmente in contraddizione.

Incognita Karzai
Cosa si intende offrire agli ex-nemici? L’Afghanistan non è una colonia cui promettere l’indipendenza. Al contrario, è un paese ferocemente indipendente e attaccato alle sue tradizioni, che viene forzato ad accettare grandi trasformazioni. Ma esiste una maggioranza disposta ad andare in questa direzione? Si è tentato di creare un nuovo governo “democratico” del Paese, ma il Presidente Karzai sembra incapace di assicurare una vera unità nazionale e non sembra avere neanche un sufficiente consenso interno, tale da permettergli di rivendicare una piena rappresentatività.

Alcuni avevano pensato che fosse opportuno cambiare cavallo, ma il tentativo è miseramente fallito di fronte alla difficoltà di trovare nuovi credibili leader nazionali e di organizzare elezioni accettabili. Ora la coalizione è costretta a sostenere Karzai, anche se è più un problema che una soluzione. Ciò la priva di flessibilità politica. Per riconquistarla bisognerebbe non solo sconfiggere militarmente i guerriglieri, ma anche lavorare alle spalle di Karzai per sacrificarlo ad eventuali nuovi alleati: troppo complicato per avere serie speranze di successo.

Problematico è anche l’approccio economico, volto a “comprare” il consenso di parte almeno degli avversari, sia perché tali accordi possono facilmente essere rinnegati, se non altro per ottenere nuovi versamenti, sia perché non si può comunque dimenticare che in quelle regioni già circola abbondante il denaro del commercio della droga, in parte controllato proprio dai talebani e dai loro alleati e che assicura il sostentamento di segmenti importanti della popolazione locale.

In alternativa la coalizione potrebbe decidere di inondare l’Afghanistan di militari, raggiungendo un rapporto popolazione/soldati più in linea con una strategia di efficace controllo territoriale, saturando le capacità di manovra dei nemici e conducendo una guerra di effettiva conquista del territorio. Non sembra però che gli Usa e i paesi europei, che dovrebbero fornire il grosso di tali forze, ne abbiano la volontà politica.

L’opzione fortezze “imprendibili”
Altre alternative sono egualmente poco convincenti. Così ad esempio il professor Sartori, sul Corriere della Sera, ha tratteggiato una strategia militare che ricorda l’epopea del “monte Grappa”: le cime imprendibili da cui gli Alpini della I guerra mondiale dominavano le vallate. Essa richiederebbe una rete di fortilizi inespugnabili, se pure può esistere nella strategia militare qualcosa che, alla lunga, non possa essere espugnato o neutralizzato. Ad esempio, durante la I Guerra Mondiale, quando gli austro-tedeschi decisero di non puntare più a conquistare le vette e avanzarono invece rapidamente a mezza costa, arrivò Caporetto.

Si tratterebbe di controllare da lontano le aree “talebane” tenendole sotto il tiro di armi a lunga gittata, sfruttando la loro altissima precisione. Gli israeliani pensavano a qualcosa di simile da costruire lungo il Giordano quando ancora prendevano in considerazione l’ipotesi di uno stato autonomo palestinese. In passato sono stati molti i tentativi di costruire analoghi “limes” fortificati, per la difesa di un territorio o per condurre puntate offensive di alleggerimento o parziale controllo di una minaccia.

Tale ipotesi però sarebbe molto complessa dal punto di vista logistico e del suo sostentamento nel tempo, tecnicamente azzardata (poiché i sensori più perfezionati non permettono in realtà di mantenere il controllo territoriale senza mai mescolarsi alla popolazione), militarmente di incerta efficacia, giuridicamente esposta a forti sospetti di illegalità (poiché implicherebbe la condotta di operazioni “preventive” e il rischio di forti “danni collaterali”). Certo alimenterebbe l’ostilità e non il consenso delle popolazioni locali e potrebbe favorire evoluzioni politiche contrarie sia in Pakistan sia in Afghanistan, che renderebbero impossibile il mantenimento dei fortini.

Il suo maggior limite peraltro è strategico: non sembra tener conto della natura dell’avversario che si vuole combattere, che non è tanto la guerriglia talebana, quanto il terrorismo internazionale di matrice jihadista.

Qualsiasi limes fortificato è infatti volto al controllo di un determinato territorio, mentre il terrorismo jihadista è eminentemente extra-territoriale e transnazionale. Certamente ha bisogno di santuari, ed oggi questi sono in gran parte situati nelle regioni frontaliere tra Pakistan ed Afghanistan, ma è una realtà che può facilmente evolvere, in risposta ad una strategia nemica che si rivelasse efficace: se, sorprendentemente, i fortilizi funzionassero, i terroristi potrebbero stabilirsi altrove, in Yemen, in Somalia o in altri paesi.

In caso di successo dunque il limes fortificato finirebbe per trasformarsi in una “Fortezza Bastiani” che presidia un vuoto deserto dei tartari. Ma sarebbe difficile anche abbandonarlo perché ciò potrebbe lasciare libera la via del ritorno al nemico. È questa la condanna di tutti i sistemi fissi di fortificazione, fino a che il passare dei secoli e l’evolvere della tecnica non li trasforma in località turistiche, dalla Grande Muraglia alla Linea Maginot. Destino che purtroppo non è più quello dell’antica roccaforte di Bam, in Iran, filmata da Zurlini come fortezza del deserto dei tartari, e distrutta da un terribile terremoto nel 2003.

Ripensare gli obiettivi strategici
E allora?

Su un punto molti concordano: dopo il successo ottenuto contro il governo dei talebani grazie alla coalizione tra forze speciali occidentali e Alleanza del Nord, è stato un errore mantenere una presenza militare sul posto, ed anzi accrescerla, impegnandosi in un’operazione di state-building per la quale non c’era nessuna chiara strategia né competenza. Questo errore è stato aggravato dalla successiva decisione dell’amministrazione Bush di concentrare attenzione e risorse sull’Iraq. Ora però sembra illusorio pensare di poter invertire l’orologio per fare quello che non è stato fatto nel decennio passato.

In Afghanistan è difficile e forse impossibile “vincere” perché continua a non essere chiaro quali siano gli obiettivi che si vogliono raggiungere, se essi siano realistici e se abbiano un costo accettabile. La coalizione internazionale è ostacolata dal convivere di molteplici obiettivi, a volte in contraddizione o persino retorici, mai perseguiti con mezzi e approcci adeguati. È necessaria una drastica semplificazione.

Quali possono dunque essere gli obiettivi?
1. ridurre la minaccia terroristica impedendo ad Al Qaeda la conquista di “santuari”;
2. salvare la stabilità del Pakistan;
3. evitare un conflitto indo-pakistano.

Tutto il resto passa decisamente in secondo piano.

In effetti, già oggi, il primo obiettivo è stato quasi raggiunto e potrebbe essere messo in forse solo da una riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani alleati con i jihadisti. Sarebbe quindi possibile promettere agli afgani un progressivo rientro delle truppe che veda la prosecuzione, per un tempo limitato di operazioni di distruzione delle basi e delle forze della guerriglia: uno o due anni. Tale offerta però dovrebbe prevedere anche la possibilità di un rapido rientro in campo di forze speciali e di altre unità di supporto (ad esempio forze aeree) per rovesciare qualsiasi nuovo governo afgano che faccia risorgere l’alleanza con il terrorismo internazionale, facendogli pagare duramente tale errore, sin dalle prime avvisaglie del delinearsi di una tale eventualità. A tal fine sarebbe necessario mantenere nella regione, ma non necessariamente in Afghanistan, alcune capacità militari e la logistica necessaria all’eventuale rapido dispiegamento delle forze necessarie.

Il mondo esterno manterrebbe un “droit de regard” sull’Afghanistan per evitare che da esso partano nuove minacce alla sicurezza globale. Per il resto facciano come preferiscono. Una tale strategia avrebbe naturalmente bisogno del conforto di una risoluzione delle Nazioni Unite, oltre al mantenimento di forze e basi avanzate adeguate e di efficaci antenne di intelligence. Tutte cose, peraltro, molto meno pericolose e costose di quelle oggi richieste. Un dispositivo analogo è stato mantenuto per circa un decennio per controllare l’Iraq di Saddam Hussein e ha avuto largo successo (sia nel proteggere le aree del Kurdistan, sia nel forzare l’eliminazione degli armamenti e dei programmi non convenzionali).

Il nodo indo-pakistano
Il secondo e il terzo obiettivo sono invece molto più difficili. Tuttavia, se diminuirà l’importanza della guerra in Afghanistan, probabilmente diverrà più facile anche la situazione in Pakistan. Il problema diverrà semmai quello di convincere il Pakistan a non replicare gli errori passati per cui “talebanizzava” l’Afghanistan e il Kashmir in funzione anti-indiana, alimentando la tensione nel sub-continente ed aiutando il rafforzarsi dell’estremismo “jihadista”. E questo richiede una ben più difficile, ma essenziale, iniziativa politica per risolvere o quanto meno ricondurre a livelli accettabili la rivalità tra India e Pakistan, il vero centro strategico della crisi.

Per cominciare, vi dovrebbe essere la piena consapevolezza, largamente condivisa, che le due maggiori potenze del sub-continente, congiuntamente, sono una priorità per tutti, ma che la loro contrapposizione è una minaccia globale. Bisognerà quindi por fine a politiche che alimentano tale divisione. Sarà possibile, ad esempio, evitare di armare troppo il Pakistan da un lato e fare troppe concessioni nucleari e politiche all’India dall’altro?

Stefano Silvestri è presidente dello Iai e direttore di AffarInternazionali.

Errata corrige
Caro lettore, a volte il diavolo mette la coda dove meno uno se l’aspetta. Nel mio caso, nell’articolo “che fare in Afghanistan” mi aveva fatto attribuire a Franco Zeffirelli la paternità del film Il Deserto dei Tartari che invece è stato diretto da Valerio Zurlini. Due grandi registi italiani ambedue, ma ben diversi l’uno dall’altro: in comune hanno la Z iniziale del cognome, ma ciò non scusa certo la mia distrazione. Mi dispiace. Stefano Silvestri

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