IAI
Replica a Stefano Silvestri

Afghanistan, le incognite del ‘divide et impera’

17 Feb 2010 - Mario Arpino - Mario Arpino

I quesiti che si pone e ci pone Stefano Silvestri nell’articolo di replica a Giovanni Sartori, altro non sono che una colorita sintesi di tutta la problematica afgana. Per quanto i punti interrogativi siano più che sufficienti per dare dimensione a questo rompicapo, se ne potrebbe aggiungere un altro: l’Afghanistan è davvero un problema? Sì e no. Sì, perché da otto anni non ne stiamo venendo a capo. No perché, come ci spiegava alle medie il professore di matematica, si chiamano problemi quelli che ammettono una soluzione. Se questa soluzione non c’è, o non si trova, significa che è sbagliata l’enunciazione, che quindi va riformulata, oppure che il problema non ammette percorsi logici, diventando così una mera constatazione, un dato di fatto di cui prendere atto.

La chiarezza degli obiettivi
All’inizio l’enunciazione era chiara: abbattere il governo dei talebani che ospitavano i campi di addestramento e i terroristi di al-Qaeda. A questo gli americani, assieme ai tagiki e gli uzbechi dell’Alleanza del Nord, avevano provveduto in pochi mesi. I capi erano fuggiti, e nominalmente il problema appariva risolto, perché all’inizio l’obiettivo era semplice, univoco. Infatti si può serenamente convenire, credo, che se non ci fosse stato l’11 settembre e l’Afghanistan non avesse ospitato i campi dei terroristi arabi, nessuno in occidente si sarebbe mai sognato di andare a disturbare i talebani a casa loro. Avrebbero continuato ad essere una minaccia per i giganti di Bamiyan, ma non certo per noi. E l’Unesco non avrebbe certo mai pensato di inviare eserciti armati fino ai denti per salvare questo “patrimonio dell’umanità”.

Se non che, ci siamo messi in testa di portare la democrazia – della quale là molto probabilmente non importava niente a nessuno – di tutelare i diritti delle donne, di trasformare il sistema e il corpo giuridico a nostra immagine e somiglianza, di aprire scuole al posto delle madrasse e di estirpare la coltivazione dell’oppio. Siamo andati avanti un po’ di anni così, fino a quando, accorgendoci che la soluzione non c’era, abbiamo cercato una conveniente riformulazione del problema. Non più democrazia, nuovo corpo giuridico, ecc., ma un presidente ed un governo unitario nazionale eletto dal popolo, in grado di controllare attraverso un nuovo esercito ed una nuova polizia tutto il Paese.

Una nuova strategia
Rinnovato impegno, quindi, del presidente degli Stati Uniti e della Nato, con una nuova strategia che porta a combattere i talebani cattivi, a cooptare quelli “buoni” – al-Qaeda sembra che non ci sia quasi più, essendosi trasferita in Pakistan, in Somalia e nello Yemen – e a installare nelle aree liberate dalla presenza dei terroristi, esercito e polizia del governo centrale. Questo si sta facendo in questi giorni nella provincia dell’Helmand, poi bisognerà passare in altre province, con l’operazione “insieme”, alla quale auguriamo tutti il più ampio successo.

Tuttavia, se l’obiettivo – ormai ridimensionato e più credibile – questa volta sembra più limitato, non altrettanto lo sono i dati nell’enunciazione del problema. Primo, il presidente Karzai, eletto attraverso elezioni contestatissime, non sembra avere le caratteristiche di leader carismatico di un Paese assai composito per indole, etnia, religione e cultura. Secondo, l’esercito e la polizia alla lunga potrebbero essere male accettati dai talebani e dalle milizie dei clan. Terzo, anche se il generale McChristal nel suo intervento alla Nato ha assicurato che gli afghani “sentono l’identità nazionale”, altre voci autorevoli sono altrettanto convinte che non sia vero, in quanto l’Afghanistan solo in alcuni periodi è stato uno Stato, ma mai una Nazione. Almeno così come il termine Nazione è definito dai vecchi geopolitici.

Senza contare che estirpare i talebani “cattivi”, quelli che condividono la dottrina dei terroristi di al-Qaeda e prima o poi tornerebbero a ospitarla, sembra un’impresa molto simile a vuotare il mare con il secchiello. Non perché sia impossibile ucciderli tutti, ma perché si riproducono velocemente. Quelli dell’Helmand, infatti, sono di “seconda generazione”. Quando ero bambino – c’era il fascismo – si sentiva parlare del pericolo giallo. “Se i cinesi si mettessero in fila indiana e cominciassero a marciare verso l’Europa” – ci diceva la maestra – “seguiterebbero ad arrivare per sempre, perché continuerebbero a nascere e mettersi in fila”. Non riesco a scacciare questo buffo pensiero quando leggo che, in Pakistan, nelle aree tribali e dintorni ci sono 13 mila madrasse, di cui solo una minima parte sotto controllo governativo. Ma questa, sebbene faccia una certa impressione, è solo una nota di colore.

La realtà afgana
La realtà è che l’Afghanistan storicamente non è mai stato unitario, e che mai i signori della guerra, i coltivatori di oppio, i gestori delle mafie dei trasporti, i capi delle varie tribù che, ciascuno con la propria milizia, controllano le centinaia di valli in cui si articola il territorio, accetteranno di essere fedeli a un capo dello Stato che manda il “proprio” esercito, la “propria” polizia ed i “propri” funzionari a presidiare territori dove le milizie hanno sempre operato senza altro controllo se non quello del clan.

Certo, qualcosa sarà cambiato, ma il tempo non è molto, se è vero che il prossimo anno le truppe venute dall’occidente già inizieranno il ripiegamento. Se dobbiamo credere al giornalista pachistano Ahmed Rashid – che di quei paesi e quelle genti se ne intende – vi fu un solo periodo in cui l’Afghanistan era Stato unitario, quando Abdul Rehman, l’”emiro di ferro” che regnò tra il 1880 e il 1901 sostenuto dagli inglesi, alla guida delle fanatiche milizie pashtun, mise a ferro e fuoco il territorio, facendo strage di oppositori, imponendo la shari’a come unica legge e soffocando nel sangue oltre quaranta rivolte. Erano null’altro che i talebani di allora, gli unici capaci di tenere in pugno le tribù e i loro capi. Ma Nato e americani non vogliono certo questo, né Karzai sarebbe in alcun modo in grado di personificare Abdul Rehman.

Allora, i conti non tornano. Se a guidare la nuova dottrina è davvero un presupposto di Stato unitario e sovrano, c’è il pericolo che, dopo tanto combattere e presidiare, i clan e le loro milizie non accettino che il loro potere sia permanentemente scalzato, dopo secoli, da quello dell’esercito e della polizia di Karzai, o di chi per lui. E allora? Se l’approccio “top-down” non dovesse funzionare – come probabile – ci sarà da riformulare per la terza volta l’enunciazione del problema. Che potrebbe essere: partiamo dal basso, potenziamo ed accettiamo le milizie dei clan, rendiamole – con il denaro – impermeabili ai talebani cattivi e ad al-Qaeda. E accontentiamoci di questo; sembra già tanto.

.

Vedi anche:

Speciale Afghanistan