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Stato dell’Unione

Obama: un anno duro, ma restiamo forti

28 Gen 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Nel discorso sullo stato dell’Unione, Barack Obama prova a rilanciare la sua presidenza, dopo l’anno d’esordio alla Casa Bianca reso un calvario dalla crisi economica e dalla recrudescenza della minaccia terroristica. Il primo presidente nero degli Stati Uniti non elude i problemi dell’America e neppure i fallimenti della sua Amministrazione: “È stato un anno duro”, ammette; “ma noi non molliamo” e “restiamo forti, nonostante le difficoltà”, promette.

Popolarità in calo
Gli indici di popolarità sono sotto il 50%, la riforma della sanità è in panne, gli ultimi risultati elettorali sono stati negativi – Virginia, New Jersey, Massachussetts, tre schiaffi forti – la crisi continua a mordere e la disoccupazione è su livelli record e salirà ancora. L’attenzione della gente è quasi tutta sui fronti interni: Obama promette di raddoppiare gli sforzi per rimettere in sesto il Paese “messo alla prova” e per ridare il lavoro agli americani che l’hanno perso.

Il presidente parla per 70 minuti, ne dedica solo nove agli affari internazionali, il terrorismo, l’Afghanistan, l’Iran: l’attenzione per gli Usa sovrasta quella per il resto del mondo 6 a 1. Eppure, l’eco delle sue parole accompagna i ministri degli esteri che a Londra, in queste ore, discutono come mettere l’Afghanistan in grado di cavarsela da solo e come evitare l’apertura nello Yemen di un nuovo fronte. E, infatti, Hillary Clinton, il segretario di Stato, non è nell’aula del Senato ad ascoltare il discorso.

Ci sono, invece, in prima fila, come vuole la tradizione, alcuni giudici della Corte Suprema, che ascoltano la reprimenda di Obama contro la sentenza che ha recentemente smantellato le dighe ai finanziamenti delle corporation alla politica e alle campagne elettorali: il presidente la definisce “un attacco alla democrazia” e mette in guardia dall’influenza che potranno avere i capitali stranieri sulle scelte statunitensi. Samuel Alito, giudice conservatore, italo-americano voluto da George Bush fra i nove ‘a vita’, si fa cogliere dalle telecamere mentre commenta “Non è vero”. La sua è l’unica contestazione palese: evoca il ‘bugiardo’ indirizzato ad Obama dal deputato Joe Wilson un anno fa, quando il presidente, appena insediato, aveva parlato per la prima volta al Congresso riunito.

Bipartisanship
È stato un discorso a 360°, come deve essere quello sullo stato dell’Unione. Nel suo intervento, che l’assemblea congiunta di deputati e senatori accoglie con meno entusiasmo di quello d’esordio, il presidente conferma l’impegno suo e dell’Amministrazione per la riforma della sanità e sollecita il Congresso a non abbandonarla; e ribadisce che la priorità resta l’uscita dalla crisi con una crescita che produca anche posti di lavoro – è già pronto un piano di stimolo bis.

Con i finanzieri, Obama è più duro che con i giudici: c’è bisogno – asserisce – di mettere le redini a Wall Street, i cui eccessi “minacciano l’intera economia”. Il presidente dice: “Se c’é una cosa che unisce democratici e repubblicani è che tutti odiano il salvataggio delle banche. Io l’ho odiato. Voi l’avete odiato. Ma è stato come la devitalizzazione di un dente”. Adesso, però, è l’ora di fare i conti.

Al Congresso, che il 2 novembre sarà largamente rinnovato nelle elezioni di mid-term – in gioco, tutti i seggi della Camera e un terzo del Senato – e dove la maggioranza democratica è a rischio, Obama chiede “un’azione bipartisan per il bene del Paese”: vuole la capacità di guardare ai giovani, pensando, in particolare, all’istruzione e alla formazione.

Il presidente dice con orgoglio: “Siamo forti, nonostante le difficoltà”; e non fa marce indietro: mentre conferma le critiche già espresse alla finanza e alle banche, come pure alla Corte Suprema; non è condiscendente verso deputati e senatori, cui chiede maggiore trasparenza e, cioè, di esporre online le leggine che spesso causano emorragie al bilancio con scambi di favore a livello locale.

Il peggio è passato
Nel discorso sullo stato dell’Unione, Obama tocca, com’è consuetudine, una miriade di punti: invita il Paese a superare le divisioni; annuncia la creazione di una commissione anti-deficit e si dichiara pronto a congelare la spesa pubblica; conferma di volere l’abolizione della norma che vieta ai gay l’arruolamento nelle forze armate (e anche il superamento dell’ipocrita formula ‘don’t ask, don’t tell’); dice che il peggio della tempesta della crisi è passato, ma che la devastazione degli effetti permane; e, nel contempo, esprime grande speranza nel futuro dell’America che non può – afferma – “perdere il primo posto”.

Il presidente ammette gli errori, ma afferma pure con orgoglio di avere salvato due milioni di posti di lavoro; indica l’obiettivo di raddoppiare l’export in cinque anni; conferma la volontà di bandire le torture dalle carceri americane e rinnova l’impegno per la sicurezza dell’Unione e la lotta contro Al Qaeda.

È un discorso più volto ai problemi interni che alla politica internazionale, Ma Obama trova modo di ricordare all’Iran, che, restando isolato, rischia di sopportare le conseguenze -sotto forma per ora di sanzioni – delle sue scelte in materia di nucleare e della sua sfida all’esistenza di Israele.

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Vedi anche:

S. Silvestri: Le sfide del 2010

G. Gramaglia: Un anno di Obama alla Casa Bianca: la crisi, le speranze, il terrore