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Unione europea

Lady Ashton latita, la Commissione zoppica

22 Gen 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Quando mia figlia Chiara era una bambina, le piaceva molto la sigla di un cartone che faceva così “Oh lady lady lady Oscar, tutti fanno festa quando passi tu”. Poco poco adattata, quella canzoncina, divenuta famosa nella versione di Cristina D’Avena, potrebbe essere l’inno di lady Ashton, la baronessa britannica che il vertice europeo di fine novembre ha designato ‘Mrs Pesc’, cioè responsabile della politica estera e di sicurezza comune, e vice-presidente della Commissione europea con il portafoglio delle relazioni internazionali: in pratica, un vero e proprio ‘ministro degli esteri’ Ue, figura simbolo dell’Unione del Trattato di Lisbona agli esordi.

Seggio europeo? non ci ho ancora pensato
Tutti gli europei farebbero, certo, festa, a vedere passare lady Ashton sulle scene della politica internazionale, portandovi con autorevolezza la parola dell’Ue. Ma le prime battute del mandato della baronessa laburista sono state contrassegnate da una grande discrezione. C’è voluto una sorta di ‘Chi l’ha visto?’ europeo per ritrovarne le tracce e per scovarne qualche dichiarazione nei giorni caldi della recrudescenza della minaccia terroristica, tra il Natale 2009 e il Capodanno 2010.

E quando il Parlamento europeo l’ha finalmente rintracciata, per sottoporla all’esame di rito in commissione esteri, le sue risposte hanno confermato i dubbi e le perplessità sulla sua adeguatezza al nuovo ruolo, che è uno dei simboli dell’Unione di Lisbona. Il popolare italiano Mario Mauro (Pdl) le chiede quale strategia intenda adottare per arrivare al seggio europeo alle Nazioni Unite. Lei risponde: “Non lo so, non m’è ancora capitato di pensarci”, con un capolavoro di sincerità, ma pure d’incompetenza. E neppure il vice-presidente italiano dell’Assemblea di Strasburgo, Gianni Pittella (Pd), nasconde la propria delusione, più forte della solidarietà di gruppo.

Certo, la baronessa ‘blindata’ dalla benedizione del Vertice europeo non rischiava molto, nell’esame degli eurodeputati. I leader dei 27 l’hanno designata ad essere ‘lady Europa nel Mondo’ pur sapendo che Catherine Ashton di Upholland, 53 anni, sposata, due figli, ha un curriculum apparentemente inadeguato all’incarico: laurea in economia, non è mai stata ministro e non s’è mai occupata di relazioni internazionali nella sua carriera, almeno fino a quando, nel 2008, successe a Peter Mandelson nell’Esecutivo Ue come commissario al commercio. Il premier laburista Tony Blair la nominò senatrice a vita nel 1999, conferendole la dignità di baronessa (che lei volle riferita al suo paese natale).

A chi la criticava, lei, al momento della nomina, aveva chiesto: “Giudicatemi per quello che saprò fare”. Bene: le latitanze e le amnesie dei primi passi non depongono a suo favore, anche se, alla fine, s’è decisa a partire per l’America e ad avere incontri con il segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon e l’ex presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, per discutere la situazione ad Haiti dopo il terremoto e il coordinamento degli aiuti. La mossa l’è valsa il plauso del ministro degli esteri italiano Franco Frattini che, prima, l’aveva invece sollecitata a farsi sentire – come le hanno pure ‘tirato la giacca’ i popolari.

Falsa partenza di Barroso 2
Le incertezze di ‘Mrs Pesc’ contribuiscono alla ‘falsa partenza’ della Barroso 2, la nuova Commissione europea ri-presieduta dal confermato portoghese Josè Manuel Barroso: l’Esecutivo dell’Ue di Lisbona perde un pezzo nell’esame dei suoi membri affidato alle commissioni del Parlamento europeo, mentre s’allungano un po’ i tempi dell’insediamento. Incidenti di percorso che forse sono soltanto ‘difetti di gioventù’, da dimenticare in fretta se il presidente e la sua squadra sapranno poi lavorare sodo e bene. “L’entrata in vigore del Trattato – osserva il presidente della Camera Gianfranco Fini, presentando un libro dell’ambasciatore Rocco Cangelosi sul Ventennio costituzionale dell’Unione europea – dà ai governi e alle istituzioni l’occasione di coglierne le opportunità. Bisogna, però, saperlo, e volerlo, fare”.

Quello che stiamo vedendo non è un film davvero nuovo. La bulgara Rumina Jeleva, 40 anni, ministro degli esteri a casa sua, designata commissario agli affari umanitari, getta la spugna, dopo essere rimasta sulla graticola per giorni e giorni, accusata di scarsa trasparenza sui suoi interessi economici e di non essere sufficientemente qualificata. Nel 2004, era stato l’italiano Rocco Buttiglione a rinunciare alla candidatura all’Esecutivo dopo la sollevazione degli europarlamentari contro sue dichiarazioni sulla politica della famiglia e gli omosessuali. Al suo posto, l’Italia spedì a Bruxelles Frattini, che ebbe la responsabilità della giustizia.

A rendere incerti e contrastati i primi passi dell’Unione del Trattato di Lisbona non sono, però, solo le signore Jeleva e Ashton. Il Parlamento europeo, cui il nuovo Trattato conferisce maggiori poteri, avverte la tentazione, proprio come avvenne nel 2004,di battere un colpo sul tavolo delle Istituzioni e di fare sentire la propria autorità (senza contare le ripicche politiche fra i diversi gruppi). E il Consiglio dei Ministri dei 27 e anche il Consiglio europeo mostrano divisioni e incertezze: il coordinamento sulla reazione alla minaccia terroristica manifestatasi il giorno di Natale, come pure sugli aiuti ad Haiti dopo il sisma, è faticoso, talora assente. Di un’iniziativa franco-americana per le vittime del terremoto, lady Ashton viene informata “dalla stampa”: le colpe non sono solo sue.

Tigre dai denti a sciabola
Immolata la Jeleva sull’altare del Moloch del Parlamento, la strada della Barroso 2 è, ora, più agevole: gli altri commissari designati hanno tutti ottenuto il ‘placet’ delle commissioni dell’Assemblea. E l’investitura in plenaria dell’intera Commissione slitta di appena due settimane: era prevista il 26 gennaio, si farà il 9 febbraio. Quel giorno, il nuovo Esecutivo entrerà ufficialmente in carica, per la prima volta con i poteri ed i meccanismi del nuovo Trattato.

Il gruppo socialista ha avuto la sua vittima sacrificale, nonostante i servizi giuridici europei non avessero avallato le obiezioni politiche sulla documentazione finanziaria della commissaria bulgara, che aveva omesso di dichiarare una sua partecipazione alla Global Consult, impresa del marito di consulenza sulle privatizzazioni. “Non abbiamo bisogno per vivere di sangue e cadaveri”, non siamo dei vampiri, aveva detto il capogruppo Ppe Joseph Daul, criticando l’accanimento contro la Jeleva dei socialisti. Ma i popolari non sono poi stati ostinati nel difenderla, anche perché, per il presidente Barroso, che è dei loro, la decisione della signora di farsi da parte era la migliore.

Con una lettera al premier bulgaro Boiko Borisov, la designata agli affari umanitari, che in patria tutti chiamano ‘la tigre dai denti a sciabola’ per la grinta (e i canini sporgenti), ha rinunciato a tutti i suoi incarichi, europei e nazionali, senza ammettere colpe. E il governo bulgaro ha scelto al suo posto Kristalina Georgieva, vice-presidente della Banca Mondiale, cui Barroso destina lo stesso portafoglio: gli eurodeputati le faranno l’esame il 3 febbraio.

La candidata bulgara non è stata l’unico commissario ‘in pectore’ a farfugliare, davanti alle commissioni parlamentari: lo slovacco Marcos Sefcovic, socialista,è stato criticato per affermazioni antirom, ma se l’è cavata lo stesso, sfuggendo al rischio di una ritorsione dei popolari nei confronti delle sinistre. E il lituano Algirdas Semeta ha dovuto ricorrere alle ‘domande di riserva’ per passare il test.Ma c’è anche chi ha fatto bene o benissimo, come i ‘cavalli di razza’ della scuderia di Barroso: lo spagnolo Joaquin Almunia e il francese Michel Barnier. Bene pure l’italiano Antonio Tajani, un vice-presidente, designato all’industria dopo avere gestito i trasporti: agli eurodeputati, è apparso “convincente”.

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Vedi anche:

R. Matarazzo: L’eroica missione del nuovo ministro degli esteri dell’Ue

S. Silvestri: L’Europa della Quadriga