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Stati Uniti

La reazione di Obama al terrorismo tra deja vu e nuove strategie

7 Gen 2010 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

A meno di un anno dal primo anniversario alla Casa Bianca, Barack Obama, il presidente nero che s’insediò alla guida degli Stati Uniti il 20 gennaio 2009, si ritrova alla casella di partenza: quella della sicurezza dell’America e della lotta al terrorismo, che l’esplodere della crisi economica aveva oscurato durante la campagna elettorale. Un anno dopo, Obama deve fare i conti con una brusca recrudescenza della minaccia terroristica, facilitata dalle inefficienze del sistema d’intelligence e di prevenzione non sanate dai suoi predecessori.

Errori passati e presenti
Al termine di un vertice delle agenzie di spionaggio e d’intelligence alla Casa Bianca, il presidente ha ammesso falle disastrose ed errori inaccettabili, rimproverando aspramente i suoi collaboratori. Per il momento, teste non sono saltate. Ma adesso ci vorranno correzioni di rotta immediate. L’arrivo negli aeroporti dei body scanner, che suscitano polemiche e perplessità, non è sufficiente: i piani dei terroristi vanno intercettati e sventati prima che i kamikaze arrivino in aeroporto. La maginot della sicurezza nel XXI Secolo non possono essere i banchi dei check in.

Il sussulto della minaccia tra Natale e Capodanno scuote l’Occidente e scatena, negli Usa, un’offensiva dei repubblicani, che, con in testa l’ex-vicepresidente Dick Cheney, accusano obama di avere messo in secondo piano la difesa del paese dai complotti di Al Qaeda. Ma sul presidente pesano anche gli errori di chi lo precedette alla Casa Bianca.

Bill Clinton ignorò, o comunque sottovalutò, la minaccia di Al Qaeda e il rischio Yemen, nonostante la trappola micidiale al cacciatorpediniere Cole all’ingresso nella baia di Aden il 12 ottobre 2000, che fece 17 morti e decine di feriti. George Bush rispose agli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 contro New York e Washington più sul piano militare che dell’intelligence e della politica, creando i presupposti per due guerre non vinte (l’Iraq e l’Afghanistan) e infoltendo, con le bombe, i ranghi dell’integralismo e dell’estremismo.

Gli episodi s’inanellano, la paura sale: l’attentato di Natale sul volo Delta Amsterdam – Detroit, fallito solo per l’imperizia del kamikaze. La strage di agenti della Cia che, dalla Base Chapman nella provincia di Khost (Afghanistan orientale), coordinavano i raid dei Predator senza pilota sulle aree tribali lungo il confine afghano-pakistano. Le allerte a Times Square e all’aeroporto di Newark (provocazioni? emulazioni? burle criminali? sventati pericoli? false segnalazioni?).

La psicosi del terrorismo è tornata, in Italia e nel mondo: dalla California alla Russia, passando per la Svizzera e Malpensa, gli ultimi giorni, le ultime ore sono segnate da allarmi e, soprattutto, falsi allarmi.

La spada di Damocle delle elezioni di mid-term
Come accadde un anno fa con la crisi, ancora una volta è l’attualità a imporre le priorità dell’agenda di Obama. Il ‘terremoto terrorismo’ e l’onda lunga della sottile insoddisfazione degli elettori, specie per le persistenti difficoltà economiche, rischiano di investire il Congresso: due senatori democratici hanno appena annunciato l’intenzione di non ricandidarsi nelle elezioni di mid-term del 2 novembre. I seggi di Chris Dodd, nel Connecticut, e di Byron Dorgan, nel Nord Dakota, sono vulnerabili e così la maggioranza di 60 seggi necessaria a sventare gli ostruzionismi dell’opposizione è a repentaglio, tanto più che il voto di mid-term è tradizionalmente sfavorevole al partito del presidente.

Proprio in vista della scadenza elettorale, Obama ha scelto di giocarsi sul fronte interno tutto il suo credito politico sulla riforma sanitaria, che sta per condurre in porto, pur se con qualche ritardo e qualche pezzo in meno rispetto alle speranze della Casa Bianca. Nei bilanci di fine anno Obama si dà un otto in pagella – ma in inglese il voto appare meno brillante che in italiano; però, a parte la crisi e la sanità, i risultati conseguiti non sono finora pari alle attese suscitate, nel Medio Oriente come con in Iran, nella guerra al terrorismo come in Afghanistan, nella lotta contro la povertà come nell’impegno sul clima. E l’America torna persino a rimproverargli il fatto d’essere nero: a Plains, in Georgia, terra di KuKluxKlan, ma anche paese natale dell’ex presidente Jimmy Carter, compare un manichino di Obama appeso a un cappio; e in Colorado un dipendente statale diffonde un fotomontaggio con Obama lustrascarpe di Sarah Palin.

Se le cifre di Facebook continuano a premiarne la popolarità – sette milioni di fan, più del doppio dello sportivo più amato, Cristiano Ronaldo – il presidente, sotto la pressione del terrorismo, incappa in errori d’immagine: denuncia la minaccia dalle vacanze alle Hawaii, in un contesto poco credibile di golf e relax, e, nonostante i servizi di sicurezza civili e militari facciano acqua, impiega dieci giorni per convocare alla Casa Bianca un vertice delle 16 organizzazioni statunitensi che si occupano d’intelligence.

Sono sigle formalmente unificate, fin dal 2005, sotto un unico ‘zar’ – il primo fu John Negroponte, ambasciatore a Baghdad – ma che continuano ad avere difficoltà di comunicazione fra di loro oltre che – figuriamoci! – con i servizi segreti e anti-terrorismo dei paesi alleati. Così un giovane nigeriano integralista dichiarato e aspirante attentatore denunciato dal padre sale indisturbato su un aereo Usa diretto negli Stati Uniti, due mesi dopo avere avuto – nonostante tutto – un regolare visto. Nel 2001, mesi dopo gli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono, i servizi d’immigrazione degli Stati Uniti recapitarono a domicilio, a due componenti dei commando suicidi ormai deceduti, le proroghe dei permessi di soggiorno negli Usa.

Deja vu?
Pare il trailer di un film già visto. Al pari delle ipotesi di attacchi preventivi sul territorio yemenita, magari affidati a droni, cioè ad aerei militari telecomandati. Anche se John Brennan, consigliere Usa per l’anti-terrorismo, assicura che non ci sarà l’apertura di un nuovo fronte, proprio mentre il governo yemenita mette un veto a operazioni militari americane e alleate sul proprio territorio, dopo che lo stesso Brennan e il generale David Petraeus, un veterano dell’Afghanistan e dell’Iraq, hanno lodato l’atteggiamento “produttivo” del presidente Saleh.

Nella guerra al terrorismo, lo Yemen, come il Pakistan, sono alleati di Washington ineludibili, ma non totalmente affidabili: lo dimostra, per assurdo, proprio il fatto che, alle strette, le autorità yemenite annunciano a tambur battente la cattura di un capo di Al Qaeda e l’uccisione di alcuni suoi accoliti collegati alle minacce che hanno indotto gli Stati Uniti e altri paesi a chiudere per qualche giorno le loro ambasciate a San’a. Difficile sfuggire al sospetto che quei personaggi fossero già noti e non venissero disturbati.

Alzando la minaccia, Osama bin Laden – ammesso che lui c’entri qualcosa con quanto sta accadendo – ha ottenuto il risultato di rendere il linguaggio di Obama simile a quello di Bush, anche se, per il momento, le scelte restano diverse (e l’impegno a chiudere il carcere di Guantanamo viene confermato). Le promesse di rendere l’America sicura, la volontà di colpire i terroristi ovunque essi siano perché loro non ci colpiscano a casa nostra, la ‘tolleranza zero’ verso chi sbaglia e gli annunci di giri di vite ai controlli si susseguono (ma poteva già essere troppo tardi): d’ora in poi, i cittadini di 14 paesi verranno sottoposti a verifiche sistematiche all’imbarco verso gli Usa. A Cuba, Iran, Siria e Sudan, Paesi nella lista degli ‘sponsor’ del terrorismo internazionale, si aggiungono Afghanistan, Algeria, Arabia Saudita, Iraq, Libano, Libia, Nigeria, Pakistan, Somalia e, appunto, Yemen.

Per meritarsi adesso la poltrona di presidente e il Nobel per la pace, un premio ritirato proprio dopo avere inviato rinforzi in Afghanistan con quella che ha definito la sua decisione “più difficile”, Obama dovrà combattere il terrorismo più con i fatti che con gli annunci e facendo scelte non basate solo sulle opzioni militari o di contrasto, ma sul dialogo, l’economia, l’intelligence. Era già difficile, è più difficile adesso: la situazione nello Yemen complica il puzzle militare e diplomatico del Grande Medio Oriente, dal Pakistan al Marocco.

La latitanza dell’Europa
Ma i film già visti non vanno in scena solo in America. Anche l’Europa ha i suoi remake. Di fronte al ritorno della minaccia e a un accenno di neo-decisionismo americano, gli europei ripropongono il copione della divisione. Il neo-ministro degli esteri europeo, la baronessa laburista britannica Lady Ashton, latita, al punto che il ministro degli esteri italiano Franco Frattini le tira le frange, invocando un coordinamento europeo.

Intanto, la Gran Bretagna di Gordon Brown – proprio come fece quella di Tony Blair – s’allinea su Washington sia sull’ipotesi di formare una forza anti-terrorismo multinazionale che sull’idea di muoversi congiuntamente nello Yemen e in Somalia. E Londra, Parigi, Berlino procedono in ordine sparso alla chiusura, totale o parziale, delle ambasciate nello Yemen, mentre l’Italia e altri paesi non lo fanno. Fortuna che l’ottimo Herman Van Rompuy, presidente stabile del Consiglio europeo, prende l’iniziativa di convocare un Vertice straordinario l’11 febbraio (ma per parlare della crisi economica, non di sicurezza e terrorismo): è anche un modo per giustificare che lui guadagni più di Obama, 310 mila euro contro 282 mila, secondo cifre molto dettagliate di News of the World.

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Vedi anche:

S. Silvestri: Le sfide del 2010

L. Carlino: L’attentato di Milano e il jihadismo in Italia