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Difesa

La Marina italiana alla ricerca di un nuovo assetto

12 Gen 2010 - Alessandro Capocaccia - Alessandro Capocaccia

I bilanci della difesa continuano a subire tagli pesanti e anche le maggiori marine occidentali non possono che adeguarsi. Ne è un esempio il drastico ridimensionamento cui è sottoposta la Royal Navy britannica. La Marina militare italiana non fa eccezione: la sfida che deve affrontare è tra le più ardue e impegnative, quella di razionalizzare la sua struttura, sviluppando nel contempo capacità sufficienti a garantire un’adeguata proiezione internazionale dell’Italia. Una delle condizioni per raggiungere quest’obiettivo è che si apra sempre più alla cooperazione internazionale, segnatamente a quella con i partner europei.

Le ambizioni dell’Italia
La strategia italiana di presenza oltre i confini nazionali è ben esemplificata nell’espressione “Mediterraneo allargato”, che indica, fra l’altro, lo scenario privilegiato delle operazioni fuori area. L’esigenza di interventi rapidi e duraturi nel mare nostrum e nell’area compresa tra il Corno d’Africa e l’Oceano Indiano richiede sempre più spesso uno strumento navale capace di operare in contesti potenzialmente assai diversi. Basti pensare alle più recenti operazioni effettuate dalla Marina Militare Italiana per rendersi conto delle crescenti capacità necessarie per fronteggiare le nuove minacce regionali.

Risalendo nel tempo, l’Italia ha operato con contingenti terrestri in Somalia e Timor Est. Si trattava di operazioni che richiedevano una piena sinergia tra la presenza terrestre – gli “stivali sul terreno” – e le capacità di trasporto via mare. Disporre di capacità anfibie è un requisito essenziale per un paese costiero di primo piano. Non meno importanti sono le capacità di dispiegamento di consistenti forze di terra, per missioni di pace o per la risoluzione di crisi, di evacuazione di civili o di personale militare all’estero, e di pattugliamento anti-pirateria o anti-terrorismo o per altre operazioni speciali.

Portaerei e forze anfibie
Attualmente la Marina Militare dispone di due portaerei che costituiscono il principale strumento per la proiezione di forza dello strumento militare italiano. La nave Cavour, destinata ad ospitare la flotta dei nuovi caccia F35, è la seconda portaerei per dislocamento in Europa e dispone di avanzate capacità di comando e controllo complesso. Il Cavour ha raggiunto la piena operatività quest’anno, levando alla piccola portaerei Garibaldi il titolo di ammiraglia della flotta.

Il Garibaldi, entrato in servizio nel 1985, subirà presto un programma di rinnovo per essere designato, probabilmente, come portaelicotteri (Lph) con due funzioni: sostituire il Cavour quando questo è in bacino o affiancare le navi che prenderanno il posto dell’attuale flotta da sbarco della Marina Militare. Al termine di questo periodo anch’esso dovrà essere rimpiazzato.

La forza anfibia attualmente è rappresentata dai tre “Santi” (San Marco, San Giorgio e San Giusto) che dovrebbero andare in disarmo tra il 2018 e il 2028. La sostituzione di tre navi da assalto anfibio e, in aggiunta, della Garibaldi pone tre problemi delicati.

In primo luogo, la sostituzione dovrà essere pressoché simultanea, in modo da garantire che non vi siano vuoti. In dieci anni possono succedere molte cose e non è escluso che nella turbolenta zona che compete all’Italia si presenti l’esigenza di intervenire. È necessario perciò che la prima nave sia cantierizzata prima che l’attuale flotta termini la sua vita operativa.

In secondo luogo, bisogna considerare che si tratterà di uno sforzo considerevole sia per il bilancio italiano – si può stimare un impegno di circa un miliardo e mezzo di euro per le quattro unità – sia per Fincantieri per via del rispetto dei tempi e della sovrapposizione con altri ordini maggiori.

Va infine considerata la questione del “complemento” alle future capacità navali anfibie italiane; la Forza di Proiezione dal Mare recentemente costituita, brigata leggera composta dai reggimenti San Marco e Lagunari, e le componenti ad ala rotante e fissa della Marina Militare sembrano essere incompatibili sia tra loro che con i progetti di navi anfibie finora elaborati. Oltre alla cronica mancanza di fondi, pesa negativamente la non sopita rivalità tra le forze armate, a causa della quale mezzi e capacità diventano spesso oggetto di contesa. La difficoltà a conciliare una cooperazione integrata fra le forze armate, quando serve, con la valorizzazione delle specificità – ovvero, ad ognuno il suo ruolo – rischia di essere, ancora una volta, uno dei maggiori mali delle forze armate italiane.

Accrescere la cooperazione internazionale
Per quanto riguarda, infine, le capacità cantieristiche, negli ultimi anni le tre maggiori acquisizioni sono state i caccia antiaerei Orizzonte, già consegnati; le fregate Fremm, ancora in buona parte da finanziare e costruire; i sommergibili classe Todaro, la cui seconda coppia è in costruzione. I primi due progetti, sono stati eseguiti di concerto con la Francia per sfruttare le economie di scala, sebbene le navi destinate alla Marine Nationale abbiano notevoli differenze con quelle della Marina Militare; i sommergibili sono invece derivati da un progetto tedesco cui l’Italia si è aggiunta successivamente.

Di fatto, quindi, la componente di alto mare della Marina Militare italiana è frutto delle sinergie con cantieri stranieri. Una sinergia che sembra aver dato i suoi frutti, considerata anche la maggiore facilità con cui si potrà pensare alle future navi come prodotti per l’export; a progetti analoghi sono infatti interessate alcune marine emergenti, come quelle di Turchia, India e Brasile, desiderose di aumentare il loro potenziale strategico.

Si potrebbe quindi ricreare questo schema anche per la componente anfibia della Marina. La Francia, per esempio, attualmente dispone di navi che rispondono in maniera abbastanza precisa alle esigenze italiane e i suoi cantieri, con cui Fincantieri ha già lavorato, hanno ormai una consolidata esperienza nel settore.

C’è però il rischio che, per ragioni che prescindono dalle effettive esigenze e capacità dell’Italia, si opti per progetti fatti in proprio e male, non calcolando che spesso tra produzione nazionale e internazionale possono crearsi sinergie positive. D’altronde, se perfino la marina russa sembra cedere alla collaborazione con i cantieri esteri, a maggior ragione ha senso che l’Italia intraprenda di nuovo questa strada, facendo leva anche sulle prospettive di cooperazione in ambito europeo.

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Vedi anche:

G. Gasparini: Il vero bilancio italiano della difesa

M. Arpino: Le forze armate al bivio

M. Nones: La tela di Penelope