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Diplomazia europea

Gli scricchiolii dell’asse franco-tedesco e il ruolo dell’Italia

14 Gen 2010 - Angelo Travaglini - Angelo Travaglini

Il rapporto tra la Francia e la Germania, due grandi paesi divisi da secoli di conflitti e tensioni terminate solo in un’epoca storicamente recente, è considerato da sempre il motore del processo di integrazione europea. I mutamenti intervenuti all’indomani della caduta del muro di Berlino hanno tuttavia alterato una cooperazione, formalizzata con il Trattato dell’Eliseo del 1963, che aveva conosciuto una stagione particolarmente dinamica e produttiva all’epoca di François Mitterrand e Helmut Kohl.

L’altalenante protagonismo di Parigi e il disorientamento tedesco
L’entrata in scena di Nicolas Sarkozy, assurto alla magistratura suprema sull’onda di un populismo di stampo nazionalistico, e l’ascesa della Germania nel quadro continentale, accentuatasi sotto la direzione di Gerhard Schroeder e proseguita in forme diverse con Angela Merkel, hanno contribuito ad attenuare il poderoso impetus assunto dall’entente carolingia in questi decenni.

In parallelo con il crescente peso di Berlino si è assistito ad un altalenante protagonismo francese. La riesumazione, da parte di Sarkozy, dei “vincoli profondi fondati sulla Storia” con gli Usa e la ricerca di qualificanti terreni d’intesa con la Gran Bretagna – ne è un esempio recente il comune sostegno, non avallato dalla Germania, all’abortita candidatura di Tony Blair alla Presidenza dell’Ue – hanno suscitato non poco sconcerto nel vicino germanico, già incline ad orientarsi verso nuovi orizzonti. Il disorientamento tedesco è anche dipeso dal brusco mutamento di rotta di Sarkozy rispetto alle linee guida del suo predecessore Jacques Chirac. Oltre Reno è maturato un atteggiamento più distaccato nei confronti delle disorganiche proposte francesi di collaborazione, giudicate da una fonte tedesca “discontinue e incoerenti” e motivate da un malcelato desiderio di rinverdire il mito della grandeur .

La ricollocazione strategica di Berlino
Per converso, la nuova Ostpolitik tedesca trae linfa dalla consapevolezza del rilievo “strategico” dei rapporti con la Russia ai fini del consolidamento del ruolo centrale della Germania come interlocutore privilegiato degli Stati Uniti in Europa. Un approdo giustificato dalla dimensione economica e politica raggiunta dalla Germania grazie alla riunificazione, che le consente di sviluppare in modo autonomo una rinnovata proiezione verso gli spazi orientali europei.

La recente missione di Angela Merkel a Washington e gli aspetti di solennità che l’hanno contraddistinta confermano come, oltre Atlantico, si consideri la Germania il principale interlocutore in Europa con cui contribuire a ridefinire rapporti con una Russia scossa da convulsioni autoritarie e dove allignano tensioni interne destinate probabilmente ad accentuarsi nel prossimo futuro.

Ciò non vuol dire, naturalmente che il legame tra le due sponde del Reno sia destinato a perdere rilievo, se non altro per una consuetudine ai reciproci contatti ormai molto radicata al livello dei vertici politici e che appare irreversibile. I governi francese e tedesco hanno tutto l’interesse a garantirsi un ruolo preminente nel campo delle politiche economiche e finanziarie nell’area euro, anche se le decisioni che hanno assunto per far fronte alla crisi non hanno rispettato i previsti criteri di coordinamento.

Il punto è che il rapporto tra le due potenze non ha più la valenza strategica del passato, anche a causa dell’emergere, nella patria di Goethe, di un nazionalismo di stampo bismarckiano. Non a caso, il rapporto strategico tra i due paesi si è indebolito in parallelo con l’attenuarsi dello slancio europeista.

Un’occasione per l’Italia
Questa situazione può aprire interessanti spazi d’azione per l’Italia. Non è convincente, infatti, l’idea secondo cui l’asse franco-tedesco sopperirebbe alla “debole leadership” politica delle istituzioni comunitarie. Questa visione non tiene conto delle nuove variabili del rapporto tra i due paesi né del risentimento che alcuni governi dei paesi centro-orientali covano verso la Francia (alimentato da passate e recenti esternazioni di Chirac e Sarkozy abbastanza sconcertanti) nonché della fisiologica diffidenza verso la proiezione della nuova Ostpolitik tedesca verso la Russia. Sono aspetti che si tende a trascurare quando si conferisce ad un rivisitato direttorio franco-tedesco la patente di volano del processo dell’integrazione. L’Ue, d’altronde, è ben diversa da quella precedente l’allargamento ad est ed a sud. Né si può sottovalutare una certa rivalità che, soprattutto sul piano industriale, comincia a farsi luce tra Parigi e Berlino.

In un quadro europeo più polifonico del passato, potrebbe uscire rafforzato il ruolo dell’Italia, che è aliena dall’inguaribile paternalismo della grandeur francese e non gravata da negative reminiscenze storiche. Quanto alla Gran Bretagna, la probabile vittoria elettorale dei conservatori, certamente non filoeuropei, la prossima primavera potrebbe determinarne un ulteriore ridimensionamento all’interno dell’Ue. Essendo ancora una delle quattro potenze economiche del continente, l’Italia vedrebbe aprirsi margini più ampi di azione, anche grazie ai legami di cooperazione che può consolidare sia all’interno che all’esterno dell’Ue.

Il nuovo contesto potrebbe in prospettiva aprire nuove opportunità in vari settori, compresa la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e creare le condizioni propizie perché il peso economico e industriale dell’Italia, da tutti riconosciuto, trovi riscontro sul piano politico e diplomatico, attenuando una discrasia che non giova agli interessi nazionali.

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Vedi anche:

C. Merlini: L’asse franco-tedesco, la cabina di regia dell’Ue e il ruolo dell’Italia

G.L. Tosato: Se la Corte tedesca chiede più democrazia in Europa

S. Fagiolo: I nuovi orizzonti della politica estera tedesca