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Sicurezza e difesa

L’Italia al comando della flotta anti-pirati

14 Dic 2009 - Valerie Miranda - Valerie Miranda

L’11 dicembre l’Italia ha assunto il comando dell’operazione Eunavfor-Atalanta, la missione navale dispiegata dall’Unione europea nel dicembre 2008, e recentemente rinnovata per un altro anno. La missione ha il compito di contrastare la pirateria nelle acque dell’Oceano Indiano. Il contrammiraglio Giovanni Gumiero, subentrato al commodoro Pieter Bindt della Marina olandese, manterrà la guida della missione in qualità di Force Commander fino ad aprile 2010.

La nave rifornitrice Etna Borsini ha il compito di nave di bandiera della Forza Navale europea, composta anche da unità francesi, spagnole, tedesche e norvegesi. Con questo nuovo incarico – che si aggiunge al comando della componente marittima della missione Unifil in Libano assunto il 30 novembre scorso – l’Italia conferma il suo ruolo di importante contributore ad operazioni marittime anti pirateria. Già nel 2005 l’Italia, prima tra gli europei, aveva infatti assunto un impegno in tal senso con l’operazione Mare Sicuro. Ha continuato poi negli anni successivi con la partecipazione ad Allied Provider, la prima missione Nato di contrasto alla pirateria (ottobre-dicembre 2008), comandata dallo stesso Gumiero e oggi sostituita da Ocean Shield, e alla stessa missione Atalanta da aprile a settembre 2009.

Le incognite per il comando italiano
Nonostante l’imponente dispiegamento internazionale che vede la triplice presenza dell’Ue, della Nato e della coalizione multinazionale Ctf-151 a guida americana, oltre alle Marine di diversi paesi presenti a titolo individuale, i dati sulla pirateria nella regione sono ancora allarmanti.

L’International Maritime Bureau riferisce infatti che il numero degli attacchi avvenuti nei primi nove mesi del 2009 nelle acque al largo della Somalia (147) è oltre il doppio di quello registrato nello stesso periodo dell’anno precedente (63), con nuovi recenti picchi in coincidenza della fine del Ramadan e della stagione monsonica.

C’è tuttavia una nota positiva: il numero dei sequestri è in diminuzione, da una media di circa uno su tre nel 2008 a quella di uno su nove nel 2009. Tra quelli ancora in corso ce ne sono alcuni eccellenti, come l’ultimo della superpetroliera greca Maran Centaurus, diretta verso gli Stati Uniti e ora all’ancora di fronte alla costa somala.

Nonostante una recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, abbia ulteriormente rafforzato la determinazione dei diversi attori presenti nell’area nella lotta alla pirateria, il compito rimane tanto complesso quanto ambizioso.

Le navi da proteggere sono numerose (ai compiti di Atalanta si aggiunge ora anche la scorta ai mercantili della missione in Somalia dell’Unione Africana – Amisom) e il raggio d’azione è molto vasto. Negli ultimi mesi si sta inoltre assistendo ad una progressiva estensione dell’area, fino al sud del Mar Rosso, lo stretto di Bab al Mandab, la costa est dell’Oman e le Seychelles. A fronte di ciò, la creazione di una Maritime Security Patrol Area, una sorta di corridoio di transito che i mercantili dovrebbero privilegiare per arrivare fino a Suez, si è rivelata vincente, permettendo di concentrare le (poche) risorse a disposizione in un territorio più ristretto.

Maggiore coordinamento
L’assenza di un comando unificato non sembra più rappresentare un problema per il coordinamento tra le varie forze in campo. Si è infatti giunti ad una divisione de facto e non ufficiale delle responsabilità tra le varie missioni, e grazie anche a frequenti incontri al vertice è stato possibile superare il limite di mandati e aree d’azione spesso sovrapposti. A tal proposito, in un’intervista rilasciata nel novembre scorso a Jane’s Defence Weekly, il Commodoro Steve Chick, a capo della missione anti-pirateria della Nato, ha spiegato che mentre Atalanta concentra la sua attenzione sul bacino somalo, Ocean Shield monitora diversi punti caldi nel Golfo di Aden, e i paesi presenti nell’area a titolo individuale hanno generalmente il compito di scortare i mercantili verso zone più sicure.

La riuscita delle azioni anti-pirateria dipende tuttavia non solo dalla quantità – ancora insufficiente – ma anche dalla qualità dei mezzi disponibili. Sotto quest’ultimo profilo, è lecito avanzare alcuni dubbi, come più volte lamentato anche da alcuni operatori sul campo. Questi ultimi hanno infatti spesso rilevato che la grande dimensione delle navi militari, pur rappresentando da sola un ottimo deterrente, le rende poco adatte a inseguire le rapide imbarcazioni dei pirati o a distinguerli dalle comuni barche di pescatori.

Da qui la scelta di utilizzare anche elicotteri o altri velivoli per il pattugliamento marittimo (Maritime Patrol Aircraft, Mpa). La scelta americana di dispiegare “drones” disarmati per attività di controllo sembra proprio rispondere a quest’esigenza. Il Consiglio Ue del 17 novembre scorso si è invece dichiarato soddisfatto dei mezzi di pattugliamento finora resi disponibili, pur rilevando la necessità di ulteriori sforzi. Si tratta di un’esigenza cui l’Ue e anche l’Agenzia europea per la difesa (Eda) stanno dedicando crescente attenzione, con la scelta di avviare programmi di cooperazione congiunti nel settore della sorveglianza marittima e della situation awareness.

Le priorità dell’Italia
Le priorità che l’Italia dovrebbe sostenere nei sei mesi di permanenza al comando della flotta europea riguardano il coordinamento, la sorveglianza marittima e il capacity building. Dal punto di vista del coordinamento, l’Italia dovrebbe continuare sulla strada già tracciata dai suoi predecessori, intensificando la cooperazione e lo scambio di informazioni con gli altri attori anche su base non ufficiale. Sarebbe tuttavia auspicabile estendere la cooperazione anche ad altri paesi limitrofi, pianificando attività di pattugliamento congiunte, quali quelle già avviate con le Seychelles, la cui Guardia Costiera ha già operato con Eunavfor per sventare un attacco e procedere poi alla cattura dei pirati.

L’Italia è inoltre sempre stata sensibile alla sorveglianza marittima, promuovendo l’estensione del Vtms (Vessel Traffic Monitoring System) anche ad aree extra europee interessate dalla pirateria. In quest’ottica la società Selex Sistemi Integrati, del gruppo Finmeccanica, ha recentemente completato in Yemen il primo lotto operativo del sistema. Quest’ultimo, una volta terminato, dovrebbe dare un efficace contributo alla lotta alla pirateria, permettendo di ottenere, grazie alla tecnologia satellitare, una mappa piuttosto dettagliata della zona interessata e individuando quanto sfugge ai radar tradizionali. In un prossimo futuro, si potrebbe allora pensare di riuscire ad allertare le navi potenziali vittime di un attacco e coordinare le eventuali risposte di elicotteri e motovedette.

La rilevanza del capacity building deriva, infine, dal riconoscimento che la soluzione del problema della pirateria si trova non tanto in mare quanto sulla terra ferma, ovvero nel ripristino della pace e della stabilità in Somalia. Da un lato è dunque necessario ricostruire forze locali oggi assenti o estremamente deboli e prepararle a gestire autonomamente le proprie problematiche. Dall’altro è necessario preparare “soluzioni locali ai problemi locali” permettendo alle potenze occidentali, ancora provate dalla drammatica esperienza degli anni Novanta, di non farsi risucchiare dal caos somalo.

L’Italia ha tutte le potenzialità per fornire un importante contributo anche in questo settore, avendo ad esempio già avviato in Yemen programmi di addestramento congiunto che potrebbero essere estesi anche alle forze somale. È quindi auspicabile che l’Italia, anche in virtù del suo storico coinvolgimento nelle vicende somale e del suo attivismo più volte palesato, possa farsi promotrice, insieme con altri paesi europei già disponibili, di una prossima missione Pesd tesa alla formazione di oltre duemila unità delle forze di sicurezza somale, attualmente allo studio del Consiglio Ue.

Ciò che, tuttavia, sembra ancora mancare è una strategia condivisa per affrontare in modo strutturale il problema politico della Somalia. Quel comprehensive approach da molti, a ragione, evocato sembra ancora lontano dai confini somali.

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Vedi anche:

V. Miranda: Guerra alla pirateria: salto di qualità nel 2009?

N. Ronzitti: Il ritorno della pirateria

F. Caffio: I Paesi arabi del Mar Rosso contro la pirateria