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Europa

L’incontro Berlusconi-Lukashenko e la politica di appeasement dell’Ue

3 Dic 2009 - Joerg Forbrig - Joerg Forbrig

Il 2009 è stato un anno di celebrazioni per le pacifiche rivoluzioni del 1989, che non a torto vengono viste come un evento storico cruciale per il progresso della democrazia, della libertà e dei diritti umani. Tuttavia quest’anno si è avuto anche un rapido riavvicinamento – ma si dovrebbe parlare di appeasement secondo alcuni – con uno dei peggiori autocrati a livello mondiale: il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko. L’apertura europea ha raggiunto un nuovo livello lunedì scorso, quando il primo ministro italiano, Silvio Berlusconi, si è recato in visita ufficiale a Minsk, la prima di un capo di governo occidentale da oltre un decennio.

Situata alle frontiere orientali dell’Ue, la Bielorussia è governata da Lukashenko dal 1994. Negli ultimi quindici anni una dittatura soffocante ha sostituito l’embrionale democrazia dei primi anni ’90. L’onnipotente amministrazione presidenziale controlla tutti gli aspetti della vita sociale, dai mass media, quasi interamente sotto il controllo statale, all’economia, che rimane pianificata e nazionalizzata. Un vasto apparato di polizia, con tanto di Kgb, instilla paura e apatia nei bielorussi, mentre i dissidenti e gli attivisti della società civile devono subire vessazioni, pestaggi, multe e incarcerazioni. Alcuni importanti esponenti dell’opposizione sono scomparsi senza lasciare traccia, mentre le elezioni sono truccate, come denunciato ripetutamente dall’Osce. Nel frattempo il limite al numero di mandati presidenziali è stato abolito, il che potrebbe consentire a Lukashenko di governare vita natural durante.

Un’apertura effimera e strumentale
L’anno scorso il regime di Minsk sembrava aver improvvisamente cambiato strada: diversi prigionieri politici sono stati liberati e le elezioni parlamentari si sono svolte in un clima più libero. Si è permessa l’apertura di giornali indipendenti, mentre alcune dichiarazioni governative sulla possibile liberalizzazione dell’informazione e sulla riforma della legge elettorale hanno fatto pensare che si fosse alla vigilia di un cambiamento democratico.

Tuttavia raramente gli autocrati fanno queste concessioni spontaneamente. Si è trattato in realtà di una reazione alla crescente pressione economica e geopolitica proveniente da est. L’intervento della Russia in Georgia è stata interpretata a Minsk come una potenziale minaccia all’indipendenza della Bielorussia. Mosca, che aveva finanziato a lungo Lukashenko, ha cambiato atteggiamento: ha chiesto di entrare nel capitale delle imprese dei settori strategici dell’economia bielorussa, ha aumentato il prezzo del gas e del petrolio fornito a Minsk e ha minacciato di chiudere il proprio mercato ai prodotti bielorussi. Non basta: gli ambiziosi gasdotti progettati dai russi raggiungeranno direttamente il territorio dell’Ue, diminuendo l’importanza della Bielorussia come paese di transito tra Russia e Unione europea. Non sorprende che, in questo contesto, Lukashenko abbia cominciato a fare delle aperture all’Occidente.

La corsa a Minsk
Per i dirigenti dei paesi Ue l’alternativa era altrettanto chiara: aprire alla Bielorussia e ad altri paesi ex sovietici, oppure rischiare che venissero risucchiati nell’orbita di influenza della Russia una volta per sempre. Di qui la corsa per ottenere l’attenzione e la benevolenza di Lukashenko, prima disprezzato e trattato da paria.

Nell’ottobre 2008 l’Ue ha sospeso il divieto di ingresso nei paesi membri per i dirigenti bielorussi; gli esperti di politica estera si sono precipitati a Minsk, seguiti da una marea di delegazioni imprenditoriali e di forum economici, mentre funzionari bielorussi sciamavano in occidente. Lo stesso Lukashenko è stato ricevuto in aprile dal Vaticano, dove ha insistito per presentare al Pontefice il suo figlio illegittimo. In maggio l’Ue ha chiesto alla Bielorussia di aderire al nuovo programma di Partenariato orientale; infine, in settembre il presidente bielorusso è stato ufficialmente invitato nella vicina Lituania.

Ma Berlusconi è stato il primo capo di governo europeo a imbarcarsi su un aereo per Minsk. I leader europei hanno faticato parecchio a spiegare questa svolta. Hanno insistito soprattutto sul punto morto in cui era arrivata la decennale politica di isolamento. Ma le cose non stanno proprio così. Mentre l’Ue evitava ogni sorta di contatto o cooperazione politica con la dirigenza bielorussa, l’interscambio commerciale è aumentato, tanto che l’anno scorso l’Ue ha superato la Russia come principale importatore di prodotti bielorussi. Riempiendo le casse del regime di Lukashenko, l’impegno economico dell’Ue ha oggettivamente neutralizzato gli effetti dell’isolamento politico e ha consolidato lo status quo nel paese.

La diplomazia accomodante dell’Ue
I diplomatici europei sono soliti sostenere che senza più stretti legami con l’Europa, la Bielorussia soccomberebbe alla pressione russa. Tuttavia Lukashenko ha resistito a lungo ad una serie di pressioni russe, dall’offerta di aderire alla Federazione russa, alle perentorie richieste di riconoscere la sovranità di Abkhazia e Ossezia meridionale, fino al tentativo di Mosca di acquisire il controllo dell’economia bielorussa. Minsk sa bene che la sua indipendenza, e con essa la sopravvivenza del regime, dipende dalla diversificazione delle relazioni internazionali; per questo ha instaurato relazioni con paesi lontani e diversi tra loro, dalla Cina al Venezuela, dall’Iran agli stati del Golfo persico. Tuttavia, per avere successo, la strategia bielorussa ha bisogno anche dell’Ue. Quest’ultima ha perciò un considerevole potere d’influenza. Che però non sta usando.

Non sorprende che la liberalizzazione interna si sia arrestata. Si è saputo di nuove incarcerazioni e processi politici, la polizia ha brutalmente disperso alcune manifestazioni di protesta negli ultimi mesi, mentre i media indipendenti e la società civile rimangono sotto minaccia. Le aperture europee sono state incondizionate, il che fa sentire più sicuro Lukashenko. In una recente intervista a La Stampa, ha detto a chiare lettere che il suo paese non intende chiedere l’elemosina all’Ue.

In mancanza di risultati tangibili e perfino di prospettive di un cambiamento futuro, il riavvicinamento europeo comincia davvero ad assomigliare a un degradante appeasement. Si tratterebbe di un messaggio fatale per la Bielorussia e il mondo, dato che Lukashenko e i suoi simili potrebbero concludere che, per l’Ue, la sovranità degli stati, gli interessi geopolitici e la convenienza economica contano più dei valori universali, della democrazia e dei diritti umani. L’Ue è ancora in tempo per scegliere una politica diversa, che onori veramente il lascito del 1989.

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La versione originale in inglese di questo articolo è stata pubblicata sul sito del German Marshall Fund

Vedi anche:

C. Hill: Politica estera e nevrosi nazionali

M. Comelli: Le potenzialità della politica estera europea con il Trattato di Lisbona

M. Comelli: Partenariato orientale: una falsa partenza?