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Transatlantic Trends 2009 sull’immigrazione

Immigrazione: cosa vogliono davvero le opinioni pubbliche

4 Dic 2009 - Ferruccio Pastore - Ferruccio Pastore

L’immigrazione è un fenomeno che muta di continuo, nello spazio e nel tempo. Per conoscerlo, presupposto ovvio al fine di governarlo, sono quindi necessarie strategie di ricerca comparative e continuative. Ma queste richiedono capacità di collaborazione e risorse, fino ad oggi poco, troppo poco, diffuse. Un’eccezione importante è il Transatlantic Trends: Immigration (TTI), articolato sondaggio degli atteggiamenti delle opinioni pubbliche in otto paesi avanzati (due nord-americani: Canada e Usa; sei europei: Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Regno Unito e Spagna), condotto per il secondo anno consecutivo da un consorzio di fondazioni europee e statunitensi tra cui il German Marshall Fund of the United States e la Compagnia di San Paolo di Torino.

A partire dalla seconda edizione, qualsiasi indagine longitudinale (cioè ripetuta nel tempo sullo stesso campione, o su un campione analogo e comparabile), se ben condotta moltiplica i suoi frutti. Perché consente di cogliere continuità e variazioni, evidenziando persistenze e tendenze al mutamento.

Percezioni distorte…
Il primo punto è un’ovvietà: le opinioni pubbliche (OP) possono sbagliare. Meno ovvio, e prezioso, è invece sapere come, di quanto e perché la vox populi sbaglia. Il sondaggio ci rivela che le OP occidentali “percepiscono” un’immigrazione assai più massiccia di quella reale: circa quattro volte tanto, nel caso italiano (cfr. grafico 3 del TTI). All’ignoranza empirica si assommano gli effetti di una profonda ideologizzazione dell’opinione in materia di immigrazione (grafico 6); questa lettura del fenomeno a partire da griglie politico-ideologiche più ampie sembra accentuarsi, come segnala la crescita della polarizzazione tra intervistati appartenenti a schieramenti politici diversi, particolarmente evidente nel caso statunitense.

Per quanto viziata, l’OP rimane ovviamente una sonda indispensabile, capace talvolta di cogliere tendenze reali meglio di molti osservatori qualificati. È significativo, per esempio, il fatto che gli intervistati si dimostrino più preoccupati proprio nei paesi che, negli ultimi anni, hanno conosciuto di fatto afflussi più ingenti, specialmente di immigrazione low-skilled: Spagna, Regno Unito, Stati Uniti, Italia (grafici 1-2). In questi stessi paesi, la popolazione si mostra anche comparativamente più insoddisfatta dell’operato dei rispettivi governi nazionali in materia migratoria (grafico 16).

La crescente preoccupazione complessiva (tra gli europei intervistati, la quota di coloro che considerano l’immigrazione “un problema, più che un’opportunità” è cresciuta, tra 2008 e 2009, dal 43 al 50%) è naturalmente, almeno in parte, un effetto della crisi economica e occupazionale in corso (la rilevazione è stata condotta a settembre 2009). In proposito, è tuttavia importante rilevare che la percentuale dei nativi che ritiene che gli immigrati portino via lavoro o inducano ribassi salariali rimane minoritaria in tutti i paesi considerati, tranne la Spagna e il Regno Unito (grafico 4).

… e convergenze europee
Nel complesso, colpisce la variabilità su base nazionale delle percezioni e degli atteggiamenti, nonché delle istanze rivolte alla politica. Per fare un solo esempio, l’incremento degli aiuti ai paesi di origine è ritenuto il miglior rimedio per ridurre l’immigrazione illegale dal 51% degli spagnoli (e dal 45% degli italiani) contro il 16% soltanto degli statunitensi e il 20% degli olandesi (grafico 12). Eppure, malgrado questa eterogeneità di fondo, il sostegno a politiche comuni europee appare elevato (58% media europea), con l’unica, prevedibile eccezione dei britannici. L’immigrazione sembra dunque emergere come uno degli ultimi bastioni di un europeismo “facile”, che in altri campi è in via di estinzione; un europeismo “in negativo”, cioè alimentato più dalla insoddisfazione verso la politica nazionale che da una meditata fiducia nel livello europeo.

Un altro tratto comune alle opinioni espresse nei diversi paesi è la cruciale importanza attribuita allo status, legale o illegale, degli immigrati, il quale diventa un criterio decisivo nell’orientare gli atteggiamenti (grafici 7-8). L’assolutizzazione di questa, pur importante, dicotomia è frutto di una semplificazione indebita. Almeno per chi conosca l’alto grado di permeabilità tra le due condizioni (irregolare/regolare, o legale/illegale, secondo la terminologia adottata dal TTI 2009), particolarmente elevata nei paesi del sud Europa. L’importanza della legalità della presenza come driver degli atteggiamenti suscita perplessità anche maggiore, quando si consideri il sostegno accordato da minoranze importanti (addirittura maggioranze nel caso francese e – sorprendentemente – tedesco) a misure di regolarizzazione dei sans-papiers.

Un ultimo tratto comune, ma di grande importanza (anche perché contrastante con le credenze dominanti tra le classi dirigenti), consiste nella sensibilità elevata e abbastanza omogeneamente diffusa rispetto alla dimensione dei diritti soggettivi. E ancora più specificamente dei diritti acquisiti, o per effetto del tempo (durata della presenza) oppure grazie al contributo (lavorativo, contributivo etc.) alla collettività nazionale del paese di arrivo. Ne sono indici evidenti le maggioranze che, in tutti i paesi sondati, vengono accordate all’opzione di una immigrazione permanente anziché (forzosamente) temporanea (grafico 10), all’accesso su basi di eguaglianza ai servizi sociali per i regolari (grafico 13), alla concessione dei diritti politici (grafico 14).

Una risorsa strategica da coltivare
Le società europee hanno di fronte un dilemma grave e fondamentale: come conciliare necessità e paure, ovvero come accordare i bisogni economici e demografici di immigrazione con le inquietudini sociali e le turbolenze politiche che essa suscita? Posto che né la chiusura né l’apertura indiscriminate e assolute rappresentano opzioni reali, la contesa si svolge tra due antipodi ideali e politici: il modello “porte aperte, senza diritti” e quello “porte chiuse, con diritti”. In mezzo, naturalmente, si collocano molteplici varianti, che miscelano diversamente apertura (o chiusura) sul piano degli ingressi e su quello dei diritti soggettivi attribuiti (ed effettivamente garantititi) a chi entra.

Nei paesi che più hanno trainato la forte crescita dell’immigrazione nello spazio transatlantico nell’ultimo decennio (tre blocchi: Usa-Canada; Regno Unito-Irlanda; Europa meridionale, Spagna e Italia in testa) i governi hanno generalmente privilegiato il primo modello (“porte più aperte, meno diritti”). Le opinioni pubbliche, specialmente in questi paesi, sembrano esprimere una preferenza di massima per il modello opposto. È un segnale importante, su cui, particolarmente in Italia, occorre riflettere. Senza mai dimenticare, però, che per società che – crisi o non crisi – esprimono un fabbisogno strutturale di immigrazione, un’opinione pubblica ragionevolmente favorevole (o almeno non pregiudizialmente ostile) è una risorsa strategica essenziale. La tolleranza, in altri termini, è una risorsa immateriale ma preziosa, da coltivare come si fa (o si dovrebbe fare) con la creatività o la fiducia nel futuro.

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Vedi anche:

Transatlantic Trends 2009, Immigration

R. Matarazzo: L’Italia e l’immigrazione, tra fobie e integrazione

B. Nascimbene: I respingimenti e i rapporti Italia-Ue

R. Matarazzo: Se in Europa e in America cresce la paura dell’immigrazione