IAI
Cooperazione allo sviluppo

Immigrati, ‘aiutarli a casa loro’ ?

22 Dic 2009 - Nino Sergi - Nino Sergi

Vari esponenti politici hanno proposto di incrementare gli aiuti ai paesi di provenienza degli immigrati al fine di ridurre i flussi migratori, “aiutandoli direttamente a casa loro”. Si tratta di una proposta che, tolte le strumentalizzazioni politiche che spesso l’accompagnano, corrisponde al basilare principio che ogni persona dovrebbe poter vivere e prosperare a casa propria, senza essere costretta a cercare altrove la garanzia della sopravvivenza. Ma si tratta di una proposta efficace? E quale tipo di impegni richiede?

Intersos ha reso pubblico un documento che cerca di rispondere a queste domande partendo da dati verificabili e analizzati in modo diversificato. I risultati sono particolarmente interessanti in quanto evidenziano come la riduzione dei flussi verso l’Italia possa dipendere solo in modo molto limitato, nel breve periodo, dall’incremento degli aiuti ai paesi di provenienza.

Il paradosso della politica degli aiuti L’analisi dei dati, basata su diversi indicatori (indice dello sviluppo umano, indice degli stati falliti e reddito pro capite), evidenzia infatti che i paesi di origine della gran parte degli immigrati non corrispondono ai criteri e priorità della cooperazione allo sviluppo. Romania, Albania, Marocco, Cina, Ucraina, Filippine, Tunisia, per citare alcune delle principali provenienze, non sono infatti tra i paesi più bisognosi. Meno del 2% degli immigrati in Italia provengono da paesi a grave e diffusa povertà (sotto i 1.500 US$ annui pro capite).

Inoltre, la politica degli aiuti finalizzata a far uscire dalla povertà i paesi più poveri potrebbe paradossalmente favorire nel breve periodo un incremento anziché un decremento dei flussi migratori. Dall’analisi di Intersos scaturisce infatti che i paesi a maggiore emigrazione sono quelli con un reddito pro capite mediamente pari a 5.225 US$ annui, che occupano quindi la fascia mediana nella scala della povertà mondiale. Salvo casi di persecuzione o guerra, normalmente i più poveri non “possono permettersi” di emigrare. Emigra chi può farlo, in termini economici, ma anche di maggiori conoscenze, istruzione, salute, capacità di iniziativa, intraprendenza.

Non esiste dunque alcuna correlazione tra aiuti allo sviluppo e migrazioni? Eccome se esiste! Va però presa sul serio, senza limitarsi alle buone intenzioni. Il problema è duplice: da un lato, gli aiuti non produrranno, in merito, alcun effetto positivo se continueranno ad essere minimi; dall’altro, occorre una visione politica e strategica di lunga durata, coordinata a livello europeo e internazionale, con programmi di aiuto efficaci e coerenti politiche economiche e commerciali di sostegno, per creare realmente crescita e sviluppo nelle aree più povere.

Solo quando il livello di vita, economico, sociale e culturale riuscirà a soddisfare adeguatamente, “a casa loro”, i bisogni e le aspirazioni familiari dei potenziali migranti e assicurare un futuro decoroso ai loro figli, solo se il loro lavoro sarà remunerato adeguatamente e riuscirà a garantire una vita dignitosa, la spinta all’emigrazione si affievolirà e inizierà al contempo quella inversa del ritorno a casa. E non è sufficiente che aumenti il reddito pro capite medio; è necessario che tale aumento sia abbastanza diffuso e generalizzato da consentire l’eliminazione delle maggiori sacche di miseria.

Cambiare passo per riuscire in questa impresa non basterà certo l’attuale limitato impegno italiano per la cooperazione allo sviluppo (0,14% del Pil, il minimo storico in trent’anni di cooperazione, a cui viene aggiunto, scorrettamente, un altro 0,02% per la remissione di crediti inesigibili). Senza quadruplicare da subito le risorse – onorando gli impegni assunti e più volte confermati – e senza una forte assunzione di responsabilità, coordinata internazionalmente, senza cioè una visione politica lungimirante, si rischia di rimanere allo stadio delle buone intenzioni o peggio della propaganda politica, e di non riuscire più a governare un fenomeno migratorio che tende inevitabilmente a crescere.

In sintesi, la cooperazione allo sviluppo, collegata ad altre tipologie di aiuto, pubbliche e private, ai paesi in via di sviluppo può certamente contribuire alla riduzione delle migrazioni nel medio-lungo periodo. Ma l’idea di utilizzare tout court gli strumenti della cooperazione per ridurre nel breve termine i flussi è semplicistica. Determinate azioni, appositamente studiate, possono in alcuni casi avere un immediato impatto (ad es. precisi programmi finalizzati al ritorno), ma la via maestra per rendere davvero efficaci le politiche di aiuto, anche al fine di “aiutarli a vivere e crescere a casa loro”, è di mettere la cooperazione allo sviluppo al centro delle strategie e scelte politiche dei prossimi decenni, dotandola di risorse e strutture funzionali e operative adeguate e indirizzandola politicamente con visioni globali e di ampio respiro, in coordinamento con gli altri paesi. Una svolta politica a 180 gradi, ma necessaria.

La tabella 1 – Presenze in Italia e grado di povertà/difficoltà nel paese di provenienza, prende in considerazione le 20 comunità di immigrati più numerose in Italia (le 3 dei paesi Ue non entrano nell’analisi) e verifica se vi sia corrispondenza tra il numero delle presenze ed una serie di indicatori specifici dei paesi di provenienza (indice dello sviluppo umano (Hdi), indice degli stati falliti (Fsi) e Pil pro capite). I paesi con le più ampie comunità immigrate in Italia sono solo marginalmente quelli caratterizzati da condizioni di grave povertà, arretratezza economica o difficoltà politico-istituzionali (di cui sono stati evidenziati i primi cinque).

La tabella 2 – Paesi più poveri e numero di presenze in Italia prende in considerazione i 20 paesi con il minore indice di sviluppo umano (Hdi) e ne verifica la consistenza immigratoria in Italia. Per permettere un più ampio confronto, vengono riportati anche il Pil procapite e l’indice degli stati falliti (Fsi). Solo una minima parte degli immigrati presenti in Italia provengono dai venti paesi maggiormente caratterizzati da condizioni di estrema povertà: tra l’1,5 e il 2% del totale (comprendendo anche gli irregolari).

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Per le altre tabelle e le proposte operative, si veda il documento completo di Intersos.

Vedi anche:

R. Matarazzo: L’Italia e l’immigrazione, tra fobie e integrazione

F. Pastore: Immigrazione: cosa vogliono davvero le opinioni pubbliche