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Consiglio europeo

Il primo Vertice dell’era post-Lisbona

11 Dic 2009 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Sulla carta, il Consiglio europeo che si è chiuso a Bruxelles era un’occasione per rilanciare il processo d’integrazione comunitaria, dopo l’entrata in vigore – il primo dicembre – del Trattato di Lisbona. Ma, com’era prevedibile, i leader dei 27 si sono trincerati dietro i grandi temi dell’attualità internazionale – la conferenza sul clima di Copenaghen e la crisi economica, senza discutere come affrontare meglio insieme le emergenze quotidiane, il lavoro, lo sviluppo, l’emigrazione, la sicurezza, i ‘cavalieri dell’Apocalisse’ di quest’Europa di inizio Millennio.

Verso la presidenza di turno spagnola
Il Vertice europeo del 10 e 11 dicembre ha suggellato la presidenza di turno svedese del Consiglio: dal primo gennaio, la presidenza toccherà alla Spagna del governo socialista di Josè Luis Rodriguez Zapatero. E, all’appuntamento di Bruxelles, gli svedesi e molti protagonisti sono giunti con un senso di sazietà.

Nelle ultime settimane, gli eventi significativi si sono susseguiti sulla scena europea, con il sì dell’Irlanda al Trattato di Lisbona nel referendum del 2 ottobre, la conclusione del processo di ratifica in novembre e la sua entrata in vigore il primo dicembre.

C’è stato inoltre l’insediamento della settima legislatura del Parlamento europeo, la definizione della nuova Commissione europea – sempre presieduta dal portoghese Josè Manuel Durao Barroso – le designazioni del primo presidente stabile del Consiglio europeo, il premier belga Herman Van Rompuy, e del primo ‘ministro degli esteri europeo, la baronessa laburista Lady Ashton.

Tutto questo fermento avrebbe potuto alimentare nei leader la voglia di discutere il futuro dell’Unione, se spingere verso un approfondimento dell’integrazione, magari utilizzando la formula delle cooperazioni rafforzate, che possono essere condotte solo da alcuni dei 27, o se accontentarsi di mantenere la rotta verso ulteriori allargamenti, specie nei Balcani, continuando a diluire il potenziale europeo con il vincolo di un’unanimità sempre più laboriosa da conseguire.

Agenda minima
Europeisti ed esperti offrivano consigli e supporti coraggiosi e di prim’ordine. Ma le conclusioni del Vertice si sono invece limitate agli affari urgenti. Sul negoziato sul clima di Copenaghen, l’ultima concertazione informale è stata spostata a ridosso delle conclusioni della trattativa, il 17 dicembre, nella capitale danese, con l’impegno – positivo, al di là degli appelli per “una forte azione comune Ue” – a 7,2 miliardi di euro di aiuti europei (600 milioni italiani) ai paesi in via di sviluppo per sostenerli nella lotta contro il riscaldamento del pianeta nei tre anni del cosiddetto ‘fast start’ (complessivamente, gli aiuti dovrebbero raggiungere i 21 miliardi).

Sull’economia internazionale, c’è, fra l’altro, l’idea di proporre al Fondo monetario internazionale “una tassa mondiale sulle transazioni finanziarie”. Sulla crisi greca, i partner prendono atto degli impegni “chiari e trasparenti” del governo di Atene per uscirne e esprimono “fiducia”. Qualche rumore fanno i mugugni dei ministri degli esteri, rimasti esclusi – come prevede il Trattato di Lisbona – dal Vertice, nonostante molti si aspettassero un ultimo invito dalla presidenza svedese.

Il Vertice era stato preceduto dai congressi dei due maggiori partiti europei, e già lì era stato chiaro che non era il momento delle grandi scelte: sia il Ppe, il Partito popolare europeo, riunito a Bonn, che il Pse, il Partito socialista europeo, riunito a Praga, avevano confermato i loro presidente, rispettivamente l’ex premier belga Wilfried Martens e l’ex premier danese Poul Nyrup Rasmussen, al termine di dibattiti essenzialmente dedicati alla crisi economica (i popolari) e ai mutamenti climatici (i socialisti).

In questo momento, il Ppe è di gran lunga la maggiore forza politica europea. Alle elezioni di giugno, ha ottenuto la maggioranza relativa dei seggi nell’Assemblea Ue, 265 su 736, ben oltre un terzo, facendo nettamente meglio dei socialisti (184 seggi) e dei liberal-democratici (84 seggi) – tutti gli altri gruppi, Verdi, conservatori, sinistra, indipendentisti e nazionalisti, non superano la cinquantina di seggi.

Nei mesi successivi, i popolari hanno prima portato un loro esponente alla presidenza del Parlamento europeo (il polacco Jerzy Buzek, eletto a luglio, resterà in carica per metà legislatura, due anni e mezzo); poi, hanno confermato Barroso alla guida della Commissione; e, infine, hanno ottenuto per Van Rompuy la prima presidenza stabile del Consiglio europeo (due anni e mezzo rinnovabili).

Il Ppe è inoltre egemone nella Commissione europea, dove conta 13 membri su 27 – otto i liberali, solo sei i socialisti, mentre le altre forze politiche europee non sono rappresentate.

Però, gli attuali leader Ppe di maggiore spicco e potere, a partire dal cancelliere tedesco Angela Merkel, non paiono avere la stessa carismatica vocazione europea di alcuni loro predecessori, dal Konrad Adenauer dei Trattati di Roma all’Helmut Kohl del Trattato di Maastricht. E un paese come l’Italia, la cui carica europeista tradizionalmente sopperiva a una cronica carenza d’efficienza e dinamismo, è oggi tiepido verso l’Unione e sull’integrazione.

Berlusconi e il ruolo dell’Italia
Il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi è stato fra i protagonisti al Ppe e al Vertice, ma ha portato sulle scene internazionali beghe nazionali. Gli assolo del premier, che ha anche auspicato che l’Ue parli con una sola voce per essere un interlocutore del G2 Usa-Cina, non hanno però procurato finora, né garantiscono in futuro, un maggior peso dell’Italia sulla scena europea: sulle poltrone che contano, non vi sono italiani, né vi sono italiani in pole position per i posti presto liberi, nonostante Berlusconi confermi la candidatura del ministro dell’economia Giulio Tremonti alla presidenza dell’Eurogruppo.

Nei mesi scorsi, e poi in particolare nella stagione delle nomine di novembre, c’è stato, però, un rifiorire dell’intesa fra Berlino e Parigi, anche se a Bruxelles il presidente francese Nicolas Sarkozy ha strizzato l’occhi sugli affari finanziari al premier britannico Gordon Brown. L’asse franco-tedesco – come lo chiamano i critici – non piace a chi ne sta fuori, ma senza una forte sintonia tra i due maggiori paesi Ue l’Europa non ha mai fatto grandi e decisi passi avanti.

Fermenti di novità su questo fronte si vedono dalle elezioni politiche tedesche del 27 settembre. Michael Braun, direttore dell’Ufficio di Roma del Friedrich Ebert Stiftung, vede l’asse franco-tedesco tornare “in grande auge”, come ha detto in un recente seminario dell’Istituto Affari Internazionali, se non altro perché il rapporto di Berlino con la Gran Bretagna resta più difficile (e lo sarà ancora di più in caso di avvento al potere in primavera dei conservatori di David Cameron) e quello con l’Italia è contrassegnato da un calo d’intensità.

Pur condividendo la sensazione di Braun, François Lafond, direttore dell’Ufficio di Parigi di The German Marshall Fund, vede l’attuale asse franco-tedesco limitato al contesto “di un’Europa più intergovernativa” e alla tutela, da parte sia di Parigi che di Berlino, della propria sovranità nazionale; se non “finalizzato alle nomine” che restano da fare, come ipotizza Cesare Merlini, ex presidente dello IAI e attuale presidente del comitato dei garanti.

Storicamente, l’approfondimento dell’integrazione è stato più veloce nelle fasi di crescita delle economie, all’uscita da periodi di crisi: potremmo, dunque, essere alla vigilia di un momento propizio. Se la Germania “s’è stancata di portare la bandiera dell’europeismo”, un’intesa franco-tedesca in alcuni settori specifici, come la difesa, l’immigrazione, l’ambiente e l’energia, la strategia industriale, offrirebbe, comunque, un terreno di sviluppo fertile. Almeno nel tempo che ci vorrà, forse un decennio, per metabolizzare gli allargamenti già effettuati e quelli prossimi venturi e per ridare lucentezza all’europeismo, rimovendo la patina di scetticismo che oggi lo sovrasta.

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Vedi anche:

J. Forbrig: L’incontro Berlusconi-Lukashenko e la politica di appeasement dell’Ue

G. Gramaglia: Commissione europea: squadra fatta, Barroso cambia tutto