IAI
Cooperazione civile-militare

Il modello italiano in Afghanistan

20 Dic 2009 - Francesco Rui Sacco - Francesco Rui Sacco

Per quanto Herat sia considerata la Dubai (o la Milano, se preferite) dell’Afghanistan, non vi si può dare per scontata la presenza di strutture quali un ospedale pediatrico o un orfanotrofio femminile. Le hanno realizzate, insieme a molte altre, gli italiani presenti in quella provincia. Non solo militari, ma anche personale del Ministero degli Affari Esteri (Mae) che operano congiuntamente come Provincial Reconstruction Team (Prt).

Le difficoltà della cooperazione civile-militare
In Afghanistan ci sono 26 Prt, distribuiti su 34 province e gestiti complessivamente da 14 paesi (gli americani da soli ne hanno attivati 12). Ad oggi sono gli unici strumenti della missione International Security Assistance Force (Isaf) a guida Nato per tentare uno sforzo coordinato di ricostruzione civile/militare, in linea con il cosiddetto “approccio complessivo”.

Il concetto di Prt prende le mosse dalla dottrina, tipica dei manuali tattici di contro-insurrezione, del “vincere i cuori e le menti”: piccole unità addette alla cooperazione civile-militare (Cimic, secondo il gergo Nato) si occupano, oltre che di intrattenere rapporti con la popolazione, di piccoli progetti di ricostruzione, come l’edificazione di una scuola, lo scavo di un pozzo o la consegna di materiale umanitario. L’obiettivo è triplice: 1) incrementare il margine di sicurezza dei militari sul territorio; 2) promuovere l’accettazione della missione da parte della popolazione locale; 3) reperire informazioni a fini di intelligence. Non si tratta pertanto di un vero e proprio programma di ricostruzione, bensì di una serie di piccoli progetti spesso scollegati tra loro e del tutto accessori.

Si è fatto uno sforzo per migliorare il concetto di Prt sotto un duplice profilo. In primo luogo, superando la subordinazione delle unità Cimic al resto del contingente. Alle unità Cimic è stato dato uno “spazio” di autonomia operativa con unità militari permanentemente assegnate in funzione di scorta. In secondo luogo, si è cercato di coinvolgere personale proveniente dai Ministeri degli Esteri e dalle agenzie governative per la cooperazione allo sviluppo, nell’intento di elevare la qualità di una ricostruzione intesa latu sensu come sostegno alle autorità afghane nella fornitura di beni e servizi essenziali per la popolazione.

Lodevoli intenti, ma che restano perlopiù sulla carta. Grazie ad organismi di vertice farraginosi, ma al contempo meramente consultivi, infatti, i contingenti nazionali restano (non a caso) liberi di plasmare i propri Prt conformemente alle rispettive esigenze operative e volontà politico-strategiche. Ne consegue una grande eterogeneità di esperienze e risultati, molti dei quali tutt’altro che edificanti.

Il modello italiano
Gli italiani costituiscono, in questo senso, uno degli esempi maggiormente virtuosi. Il rapporto tra la quantità di progetti realizzati e la disponibilità finanziaria disponibile per realizzarli è piuttosto elevato, ma è soprattutto sul versante della metodologia progettuale che la nostra unità Cimic riesce ad incarnare al meglio la ragion d’essere e lo spirito di fondo di tale organismo.

Ogni anno redige una lista degli interventi in programma con i relativi importi; gli ambiti di intervento sono stabiliti dalla Commissione Provinciale per lo Sviluppo (Pdc), organo eletto che assomma le più alte cariche provinciali, così da incentivare la capacità di autogoverno degli afghani. Con il Pdc ci si consulta regolarmente per ridurre al minimo i rischi di favoritismi nella selezione dei progetti. I lavori sono poi eseguiti da ditte afghane, la cui affidabilità sia comprovata dal Cimic stesso, una volta vinta la gara d’appalto indetta dal comando italiano.

La parte civile del Prt opera in sostanziale autonomia da quella militare, pur intrattenendo rapporti collaborativi con essa e realizzando sinergie delle quali il succitato ospedale pediatrico costituisce l’esempio più emblematico: il Cimic ha provveduto alla costruzione dell’edificio, la Cooperazione italiana l’ha cofinanziata, fornendo gli equipaggiamenti, mentre Cesvi, un’organizzazione non governativa (Ong), ha fornito altro materiale e svolge corsi di formazione per il personale. Altre Ong operano nell’area di Herat, anche su progetti nei quali è coinvolto il Prt, ma in un’ottica di stretta separazione e distinzione delle attività.

Certamente, l’efficacia del Prt italiano va relativizzata. In generale, infatti, il meccanismo dei Prt è stato per molti versi fallimentare. Per limitarci a un esempio, comune a tutti i Prt, l’apporto dei civili è limitatissimo (a Herat sono in 7 su 190 operativi totali) anche a causa delle difficoltà di reclutarli. La componente civile, il cui ruolo è cruciale per la sostenibilità a lungo periodo della ricostruzione, è insomma assolutamente insufficiente. Le Ong presenti in loco lamentano, inoltre, l’ingerenza del Prt nella sfera umanitaria, sostenendo che essa compromette i principi cardine di neutralità, imparzialità ed indipendenza.

Un’esperienza da valorizzare
Certo è che se il modello italiano è tra i più efficaci tra i Prt, sorge spontaneo chiedersi come mai gli altri modelli, specie quelli maggiormente caratterizzati da una visione strumentale degli interventi di ricostruzione, non ne siano stati positivamente influenzati. La volontà dei singoli paesi Nato di mantenere la propria sfera di autonomia costituisce già un formidabile ostacolo, ma a ciò si aggiunge il dato incontestabile che la situazione nelle varie province afghane è talmente diversa e mutevole da rendere difficilmente applicabile un unico modello di intervento. D’altronde gli italiani a Herat hanno potuto beneficare di alcune condizioni favorevoli, tra cui un contesto di sicurezza migliore che altrove e istituzioni provinciali relativamente efficienti ed affidabili, anche grazie alla presenza di un governatore con passaporto statunitense.

Il modello italiano è poco conosciuto e per certi versi poco applicabile in altre aree, ma è ignorato anche dai nostri stessi vertici politico-militari, da cui sono venuti, specie nell’ultimo anno, segnali preoccupanti circa la volontà di accordare priorità assoluta all’azione militare. Il Cimic riceve in un anno la stessa cifra che si spende in un mese per i nostri due Tornado, mentre gli stanziamenti a singhiozzo del Mae inficiano la continuità dei suoi progetti, che sono per definizione di lungo termine. Il pericolo concreto è di dissipare il patrimonio di consenso popolare che gli italiani hanno saputo pazientemente costruire negli ultimi quattro anni.

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Vedi anche:

M. Rossoni: Un ‘conflitto’ nel conflitto: ricostruzione civile ed attività militari in Afghanistan

G. Gramaglia: La nuova strategia per l’Afghanistan e il ruolo dell’Italia

N. Ronzitti: La missione italiana in Afghanistan e l’articolo 11 della Costituzione