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Il futuro dell'Alleanza

Il dubbio amletico della Nato

2 Dic 2009 - Stefano Silvestri - Stefano Silvestri

Il Generale MacArthur nel 1951, costretto dal Presidente Truman ad abbandonare il suo comando nella Guerra di Corea, citò di fronte al Congresso americano una vecchia ballata apprezzata dai cadetti di West Point, all’inizio del XX secolo: “Old soldiers never die, they just fade away”. Questo strano destino sembra incombere anche sull’Alleanza Atlantica, malgrado le tante buone parole che tutti i governi alleati stanno spendendo a suo favore in questi mesi. Un po’ come per MacArthur il problema è la sua capacità di adattarsi al mutato contesto internazionale.

Quale mission? L’Alleanza ci prova. Si è impegnata con alterna fortuna in operazioni importanti, al di fuori della sua stretta area di competenza, come nei Balcani e in Afghanistan, ha svolto un ruolo di stabilizzazione verso Est sino ad allargarsi all’insieme dei paesi europei che facevano parte del Patto di Varsavia. Ha concluso un accordo di partenariato con la Russia. Si è coinvolta nella lotta al terrorismo internazionale e alla criminalità organizzata (ad esempio contro la pirateria). Dibatte della sicurezza energetica. Sia pure tra mille difficoltà, esitazioni e persino veti, sta instaurando un rapporto di collaborazione con l’Unione europea e con le Nazioni Unite. Sta tentando di adeguare il suo “concetto strategico” alle nuove esigenze dello scenario di sicurezza internazionale. Tuttavia non riesce a rispondere in modo convincente alla domanda di fondo: una Alleanza per quale scopo?

Una Alleanza per tutte le stagioni e tutti compiti rischia evidentemente di non avere una sua precisa identità politica né soprattutto strategica. Nel 1949, alla firma del Trattato di Washington, le cose erano più semplici. Per gli Usa si trattava di contrastare l’avanzata sovietica sul vecchio continente e di contenerne la minaccia sul lato europeo dell’Atlantico. Per gli europei si trattava di mantenere gli americani solidamente agganciati alla difesa del loro continente, bilanciando la fortissima pressione militare ed ideologica del blocco comunista. Una comunità di interessi dunque cui corrispondeva un altissimo ed evidente tasso di reciproca solidarietà. Ciò non escludeva diversità di opinioni, anche profonde, dallo scisma di De Gaulle, alle aperture economiche ed energetiche dell’Italia e della Germania nei confronti dell’Urss, che tuttavia non rimisero mai in questione la convergenza strategica sugli interessi fondamentali delle due parti.

Difficili scelte strategiche
Tutto questo oggi è finito, o almeno ha cambiato natura. La minaccia si è diversificata e frammentata. I nostri paesi hanno di fronte un ampio ventaglio di possibili rischi, non tutti di carattere militare, che pesano in modo differenziato sulle loro diverse vulnerabilità, percezioni ed interessi. La difesa del territorio nazionale che era alla base del vecchio patto non è più prioritaria: nessuno oggi è in grado di invadere militarmente l’Europa, anche se molti, troppi, sono in grado di danneggiarla o condizionarla, e lo stesso vale per gli Stati Uniti. La vecchia minaccia lasciava al nemico l’onere di fare la prima mossa, di attaccare. I nuovi rischi scaricano sui nostri governi l’onere di prendere l’iniziativa, spesso richiedendo difficili interventi in terre lontane. Il consenso strategico era relativamente facile. Oggi si possono ipotizzare molti diversi modi per affrontare la stessa minaccia, tutte le scelte strategiche sono opinabili. Ciò rende più difficile il consenso e diminuisce la solidarietà tra gli alleati.

Lo stesso fatto che sia possibile dibattere sulla forma futura dell’Alleanza, se essa debba diventare globale o restringersi al solo ambito regionale del Nord Atlantico e dell’Europa, se debba essere più militare o più politica, se debba agire a geometria variabile o come un tutto unico, se abbia tra i suoi obiettivi il diffondersi della democrazia nel mondo o solo la garanzia della sicurezza degli Alleati, è una spia della confusione generale che regna nei nostri paesi e della molteplicità dei futuri possibili, senza che nessuno di essi appaia come inevitabile o necessario.

Dilemma esistenziale
Il risultato è sconcertante. Da un lato l’Alleanza appare militarmente dominante, il più forte blocco militare esistente al mondo, ma dall’altro centellina e disperde le sue forze in modo relativamente poco efficace e quasi sempre insufficiente a raggiungere il risultato sperato. Anche quando ha successo, come nei Balcani, deve comunque moderare il suo ottimismo e riconoscere che l’attuale situazione di relativa stabilità in quell’area potrebbe rivelarsi molto fragile e caduca, poiché non sono state risolte le fortissime contrapposizioni nazionalistiche, etniche e religiose che erano alla base della crisi balcanica. Viene quindi spontaneo domandarsi se tutta questa forza militare non sia in qualche modo inadeguata o inadatta per affrontare i rischi e le minacce dell’attuale quadro strategico.

Nessuno vuole liberarsi dell’Alleanza. Tutti i paesi europei continuano a giusta ragione a ritenere essenziale il mantenimento di un forte legame strategico con gli Stati Uniti, quale quello garantito dalla Nato. Alcuni di essi, per lo più ex-satelliti dell’Urss, ritengono inoltre che sia una essenziale polizza di assicurazione contro il risorgere minaccioso dell’orso russo, in campo politico ed economico oggi, in campo militare domani.

Gli Stati Uniti, benché sempre più orientati a dare priorità al versante Asia-Pacifico su quello Atlantico, sono comunque interessati a mantenere stretti legami con l’insieme dei paesi europei (che, nel loro complesso, controllano la maggior parte delle risorse militari ed economiche non statunitensi) e vogliono probabilmente continuare ad avere una sorta di droit de regard sulle evoluzioni politiche ed istituzionali in corso in Europa. L’Alleanza con gli europei garantisce ancora alla superpotenza americana una prevalenza strategica ineguagliata. Soprattutto la situazione potrebbe drammaticamente evolvere a svantaggio di Washington se gli europei, o un numero consistente di essi, dovessero scegliere altre alleanze od orientamenti.

Oltre la “garanzia sistemica”
Il problema però è capire se, al di là di questa sua funzione “statica”, di garanzia sistemica, l’Alleanza possa anche avere un ruolo efficace per la gestione, contenimento e riduzione dei rischi e delle minacce. Questo non è, almeno in prima battuta, un problema militare, ma politico e di grande strategia. Alcuni pensano che bisognerebbe aggiornare e riscrivere il Trattato di Washington, ma questo non è un problema giuridico e formale, ma politico e sostanziale: quale potrebbe essere la nuova intesa strategica, il nuovo patto politico fondamentale, tra europei e americani, in sostituzione di quello del 1949? Se un tale accordo fosse possibile, sarebbe anche possibile avere una nuova e più vitale Alleanza, altrimenti è forse più prudente sopravvivere con quella attuale.

L’esigenza ci sarebbe. Sembra incontrovertibile la necessità di gestire l’insicurezza e le minacce derivanti dal processo di globalizzazione e dalla frammentazione e crisi di un gran numero di paesi, alla periferia del mondo sviluppato. C’è anche l’esigenza di contenere ed inquadrare in un contesto stabile la crescita di nuove potenze globali, come la Cina e l’India (senza dimenticarci della nuova Russia, del Brasile, delle nuove potenze nucleari “regionali”, eccetera).

Una Alleanza dinamica, capace di coniugare la forza militare con una larga panoplia di interventi politici ed economici, strettamente collegata a un disegno di ordine legale internazionale da rafforzare e istituzionalizzare, sarebbe certamente un guadagno per tutti, e potrebbe probabilmente fare cose che per le singole potenze nazionali potrebbero rivelarsi troppo difficili se non impossibili.

Perché una tale Alleanza esista tuttavia sarebbe necessario che europei ed americani condividessero lo stesso disegno politico di fondo, gli stessi obiettivi di breve, medio e lungo periodo, e accettassero di limitare reciprocamente la loro libertà d’azione, per la conduzione di una politica comune, cui dovrebbero essere disposti a destinare tutte le risorse necessarie.

Ma poiché il meglio può a volte essere nemico del bene, nel frattempo sarà opportuno arrangiarsi con quello che si ha, cercando di evitare un suo ulteriore degrado. La realtà è che l’Alleanza, in assenza di un nuovo patto fondatore transatlantico, non sarà più il centro unico dei rapporti euro-americani, la garanzia della reciproca solidarietà e il regolatore delle loro controversie. Più modestamente essa sarà un utile strumento di reciproca standardizzazione, che consentirà alle nostre forze armate di continuare ad operare congiuntamente, e uno dei possibili veicoli, forse anche il principale, per svolgere un certo numero, limitato, di compiti comuni di sicurezza, là dove sarà possibile trovare una larga intesa. Un’Alleanza permanente, insomma, che però agirà piuttosto come una “coalition of the willing” sul piano militare, a condizione naturalmente che il Consiglio Atlantico impari a individuare obiettivi comuni realistici e dimensionati alle effettiva capacità che gli alleati saranno realmente disposti a mettere a disposizione dell’Alleanza stessa.

Così, ad esempio, sarà opportuno evitare di accordarsi su obiettivi generici ed open-ended, come è avvenuto ancora lo scorso aprile nel caso dell’Afghanistan, quando il Consiglio Atlantico ha dichiarato che lo scopo dell’Alleanza è “helping the Afghan Government and its people to build a democratic, secure and stable country that will never again harbour terrorists who threaten Afghan and international security”. Dove sono la strategia, le risorse e i tempi necessari a conseguire tale obiettivo?

Egualmente bisognerebbe guardare con attento scetticismo a frasi ad effetto, come quelle recentemente pronunciate dal Generale James Jones, Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Obama, secondo il quale “we’re interested in a Nato that is, through a series of interactions with not only member-states but states who wish to have a working relationship with NATO on the basis of mutual values and commonly recognized threats, able to deter future conflicts in their embryonic stages and to take on the transnational threats that face us in an asymmetrical way today: terrorism, human trafficking, flow of energy, protection of critical infrastructure and proliferation”. Si può capire l’interesse di tutto ciò, a condizione di spiegarne chiaramente le basi politiche e di legittimità, i modi e i mezzi.

In altri termini, per evitare che la Nato, affaticata e delusa dal suo impegno in Afghanistan, divisa al suo interno da diverse percezioni delle minacce, apparentemente incapace di mobilitare l’insieme delle sue risorse per svolgere i compiti che essa stessa si è scelta, finisca per spaccarsi, o anche solo semplicemente per sparire lentamente all’orizzonte in un processo di lenta obsolescenza (come già sembra avvenire, in punta di piedi e in silenzio, alle armi nucleari americane presenti in Europa), sarebbe forse opportuno avere poche e più modeste ambizioni, per pochi e ben selezionati obiettivi, realmente raggiungibili.

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Vedi anche:

G. Gasparini: La Nato verso un nuovo concetto strategico

E. Alessandri: Tanti punti interrogativi sulla torta di compleanno della Nato