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Accadde domani

Il 2010 della politica internazionale

23 Dic 2009 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Cominciamo dall’esercizio più facile: diciamo che cosa non succederà nel 2010. Primo, la povertà nel Mondo non sarà sconfitta (e non lo sarà neppure nel 2015, il termine fissato dai Millennium Goals delle Nazioni Unite) e i Grandi non manterranno gli impegni con l’Africa presi – per l’ennesima volta – al Vertice del G8 dell’Aquila. Secondo, i problemi di salute della Terra, il clima, l’ambiente, non saranno risolti. Terzo, la pace definitiva in Medio Oriente tra israeliani e palestinesi non si farà e il riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele da parte di tutto il mondo islamico non avverrà. Quarto, la democrazia non si affermerà incontrastata negli ‘avamposti della dittatura’, dalla Corea del Nord all’Iran, dalla Bielorussia allo Zimbabwe, né si realizzerà compiuta in Iraq e in Afghanistan e altrove si sia cercato d’esportarla sulla punta delle baionette. Quinto, l’Unione europea non farà il passo decisivo verso la piena integrazione con l’abbandono delle decisioni all’unanimità e non si doterà di una politica fiscale comune e neppure di una politica di difesa comune. Sesto – ma questo c’entra poco ed è solo scaramanzia – l’Italia non ripeterà ai Mondiali in Sud Africa il successo del 2006.

Sfide comuni
E fate attenzione! Se tutto ciò davvero non avverrà nel 2010, la colpa non sarà di Barack Obama, che tradisce le speranze che la sua elezione aveva suscitato. Il presidente degli Stati Uniti non è il taumaturgo dei mali dell’umanità: perché il pianeta giri in tondo, non basta il carisma di un uomo, anche se è il primo nero alla Casa Bianca.

Più difficile, invece, è azzeccare che cosa succederà nel 2010, un anno segnato, come l’Agenda conferma, dalla consueta trafila di appuntamenti istituzionali internazionali – vertici, incontri, visite – e da una ridda di scadenze elettorali, fra le quali, forse, le più importanti sono le politiche in Gran Bretagna, attese a maggio, le presidenziali e le politiche in Brasile a ottobre e il voto di midterm negli Stati Uniti, il 2 novembre. In Italia, il momento politico saliente sarà il 28 e 29 marzo, con le elezioni regionali.

Azzardiamo qualche previsione nel segno d’un cauto ottimismo: progressi nella lotta contro il riscaldamento globale, se il ‘follow up’ a Bonn, dalla fine di maggio, del Vertice di Copenaghen – più fumo che arrosto, le conclusioni – sarà meno ambizioso e più concreto; passi avanti per lo sviluppo sostenibile del Quarto Mondo; un rilancio dell’azione di contrasto del terrorismo internazionale, dopo i rischi corsi sui voli di fine 2009; una ripresa dell’economia lenta ma solida, rispetto ai raid spericolati delle Borse, che sono già tornate sui livelli massimi, incuranti dell’impatto della speculazione di pochi sulle difficoltà di molti. Ma chi ci racconta che la crisi sarà presto un ricordo ci racconta frottole: la stragrande maggioranza delle persone del nostro mondo, l’Occidente ricco ed evoluto, come del mondo povero e sottosviluppato, stanno oggi peggio di un anno fa e lo staranno ancora almeno fino al 2012, forse fino al 2013, perché la caduta è stata brusca e forte e la ripresa – sempre che avvenga senza contraccolpi – sarà lenta e graduale.

La nuova governance mondiale alla prova
Ma andiamo avanti alla scoperta del 2010, che dirà la sua sulla governance mondiale: sopravvivenza – o meno – del G8, affermazione – o meno – del G20, consacrazione – o meno – del G2, ruolo dell’Europa. L’ambasciatore Piero Calamia, ex rappresentante dell’Italia presso la Cee, scrive, in un articolo per Affari Esteri (n. 164, ottobre 2009), dal titolo “Il G8, i nuovi equilibri internazionali e l’Europa”: “È fuor di dubbio che il G8 debba essere adattato all’evoluzione” dei rapporti di forza mondiali. Ma avanza, nel contempo, dubbi sulla validità e la tenuta del G20: “Va bene per il superamento della crisi economica mondiale”, ma “probabilmente tornerà in letargo con la ripresa” perché non è certo che “possa essere utile per fronteggiare altre crisi internazionali, dal Medio Oriente all’Afghanistan, dalla Corea del Nord all’Iran”.

Se Cesare Merlini, presidente del comitato dei garanti dello IAI, giudica l’Europa “sovra-rappresentata nella governance globale”, Calamia osserva, invece, che “i nuovi equilibri nel mondo multipolare non sono consolidati”: il ruolo e la rete di relazioni dell’Unione si rafforzano costantemente “in contrasto con i segnali di scetticismo che si manifestano” al suo interno. Il peso dell’Europa si può consolidare e rafforzare “a una condizione: che le Istituzioni europee e i governi dei 27 remino nella stessa direzione”. Con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e il rafforzamento delle Istituzioni comuni, ciò è possibile, anche se vari leader europei, e fra questi il presidente francese Nicolas Sarkozy, non sono pronti a concedere più sovranità all’Europa e sono ancorati a una visione intergovernativa.

L’Europa post-Lisbona
Certo, l’europeismo ‘sui generis’ di Sarkozy ha consentito d’intesa con la Germania l’adozione del Trattato di Lisbona, un testo ‘leggero’, che non è la Costituzione, ma che è in vigore; ha ‘comunitarizzato’ l’Unione mediterranea; ha reintegrato la Francia nella struttura militare Nato. L’integrazione europea – osservava di recente a un convegno Giuliano Amato – è stata sempre basata sulla somma delle volontà degli Stati e dei cittadini. E c’è oggi bisogno di rafforzare gli elementi unificanti, dopo che le divisioni sulla guerra in Iraq prima e gli egoismi di fronte alla crisi poi hanno riproposto il crinale tra la vecchia Europa e una nuova Europa meno europeista e più atlantica, cui appartengono quasi tutti i nuovi membri dell’Est ex comunista.

Il 2010 sarà l’anno di questo rafforzamento, di una nuova coesione? Questo progetto deve convivere con un altro sogno, che il ministro degli esteri italiano Franco Frattini ha espresso incontrando a Roma il vice-premier serbo Bozidar Djelic, alla vigilia della presentazione della domanda di adesione all’Ue della Serbia: che nel 2014, a un secolo esatto dall’attentato di Sarajevo, i Balcani siano tutti ancorati alla pace e alla democrazia dentro l’Unione europea (la Slovenia c’è già; Croazia, Bosnia e Macedonia stanno negoziando l’ingresso e Serbia, Kosovo e Montenegro bussano alla porta).

Ma Emma Bonino, ex commissario europeo e vice-presidente del Senato, apre un’altra prospettiva all’Unione 2010: l’integrazione della Francia nella struttura militare atlantica, voluta da Sarkozy, consente – ha sostenuto qualche settimana or sono – un nuovo approccio al tema della difesa europea. Se la crisi ci trova ancora “nel mezzo del nulla” e se la governante mondiale non è definita perché “il G20 non è un formato per decisioni”, la Bonino indica all’Ue di cominciare a misurarsi sul terreno della difesa comune con l’obiettivo, che va al di là dei prossimi 12 mesi, di un esercito europeo.

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