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Clima

Cosa aspettarsi da Copenaghen

2 Dic 2009 - Filippo Chiesa - Filippo Chiesa

A pochi giorni dall’inizio della conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico – che si terrà a Copenaghen dal 7 al 18 dicembre – le speranze che vi si stipuli un trattato globale per la riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra sembrano essere sfumate. A Copenaghen potrebbero però essere avviate una serie di iniziative concrete per aprire la strada ad una transizione verso un’economia mondiale più sostenibile.

Il circolo vizioso che grava su Copenaghen
Nel 2007, gli oltre 190 paesi membri della Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc), riunitisi a Bali, si impegnarono a negoziare entro la fine del 2009 un trattato che potesse subentrare al protocollo di Kyoto, entrato in vigore nel 2005 senza la ratifica degli Usa e in scadenza nel 2012. L’obiettivo era quello di arrivare alla firma di un trattato globale per arrestare la concentrazione dei gas ad effetto serra nell’atmosfera. Il cammino verso Copenaghen si è presto trasformato, però, in una corsa a ostacoli contro il tempo.

Innanzitutto, le posizioni negoziali delle maggiori economie mondiali, quelle che più contribuiscono alle emissioni di gas serra, differiscono notevolmente. L’Unione europea mira a realizzare entro il 2020 la strategia del “20-20-20”, che prevede (1) un calo delle emissioni del 20% rispetto ai livelli del 1990; (2) un aumento dell’energia derivante dalle fonti rinnovabili in modo che queste ultimi arrivino a coprire il 20% del fabbisogno energetico interno dell’Ue; (3) una riduzione del 20% del consumo di energia grazie a misure dirette a renderlo più efficiente. Con questo piano ambizioso l’Ue ha cercato di assumere un ruolo propulsivo e di guida nell’ambito dei negoziati internazionali, ma si è scontrata con le forti resistenze dei paesi in via di sviluppo da un lato e con le reticenze degli Usa dall’altro.

Cina e India hanno ripetuto a più riprese che non accetteranno alcun limite alle proprie emissioni di gas serra, in quanto le loro emissioni pro capite sono notevolmente più basse di quelle di Europa e Stati Uniti che, oltretutto, hanno iniziato ad inquinare ben prima. Gli Stati Uniti, con la presidenza Obama, hanno infine riconosciuto la necessità di ridurre le loro emissioni di CO2, ma i progetti di legge in discussione al Congresso contemplano tagli molto più limitati di quelli Ue (che prevederebbero addirittura un calo delle emissioni pari al 30% entro il 2020 qualora gli Usa e altri paesi si impegnassero a prendere “misure comparabili”). La difficoltà di conciliare queste differenze è diventata esplicita quando sia il presidente Usa Obama sia il primo ministro danese Rasmussen hanno dichiarato di non aspettarsi la firma di un trattato globale al termine dei negoziati di Copenaghen.

Tra quanto deciso a Bali e la meta di Copenaghen si sono frapposti anche altri ostacoli. Come sottolineato da Valeria Termini e Antonio Dai Pra su questa rivista, la contrazione del credito dovuta alla crisi internazionale e la diminuzione del prezzo del petrolio hanno scoraggiato gli investimenti nelle fonti di energia rinnovabile. Inoltre, benché Obama abbia impresso un cambiamento di rotta alle politiche americane, il presidente Usa sta incontrando molte difficoltà a convincere il Congresso in assenza di un chiaro impegno internazionale da parte della Cina, che recentemente ha superato gli Stati Uniti come maggior paese emettitore di gas serra in termini assoluti. Dal canto suo, la Cina non è disposta a prendere impegni prima dell’approvazione negli Usa del pacchetto legislativo sul clima. È un circolo vizioso che getta un’ombra pesante su Copenaghen.

Alcuni segnali positivi
Negli ultimi dieci giorni sono arrivati però alcuni segnali positivi, che potrebbero contribuire al superamento dell’attuale impasse. Obama ha annunciato il 25 novembre che parteciperà alla settimana di apertura di Copenaghen, portando al tavolo dei negoziati l’impegno a ridurre entro il 2020 le emissioni di gas serra del 17% rispetto ai livelli del 2005. È una riduzione che appare quasi insignificante se si prende come anno base il 1990, come fa l’Ue. È anche vero, però, che, se si prendono in considerazione anche le misure di efficienza energetica e gli investimenti in energia rinnovabile previsti dal progetto di legge già approvato dalla Camera dei rappresentanti Usa, la riduzione effettiva di emissioni si avvicina notevolmente agli obiettivi posti dall’Ue, come sottolineato da un’analisi del World Resources Institute. Inoltre, l’obiettivo Usa per il 2020 rappresenterebbe solo il primo passo verso la creazione di un sistema di incentivi economici volti a favorire la transizione ad un’economia meno dipendente dalla coppia petrolio-carbone e a portare ad un calo delle emissioni dell’ordine dell’80% entro il 2050, in linea con gli obiettivi Ue.

Le dichiarazioni di Obama hanno trovato un riscontro positivo da parte cinese. Il giorno dopo Pechino ha annunciato che ridurrà l’intensità carbonica della sua economia (la quantità di CO2 emessa per unità di Pil) del 40 o 45% entro il 2020. Sebbene ciò non voglia dire che le emissioni dell’economia cinese inizieranno a calare in termini assoluti – dato l’alto tasso di crescita del Pil cinese – tale misura comporterebbe comunque una fondamentale trasformazione dei processi di produzione e di utilizzo dell’energia in un paese che è già leader nella produzione di energie rinnovabili. A sua volta, l’India ha dichiarato che l’obiettivo cinese rappresenta un modello per le economie emergenti. Questo circolo virtuoso innescato dalla dichiarazione di Obama potrebbe portare a un consolidamento della volontà politica di ridurre le emissioni di gas serra durante la conferenza di Copenaghen.

Le alternative ad un trattato globale
Resta il fatto che è ormai tardi per negoziare e firmare a Copenaghen un accordo globale. Cosa ci si può dunque aspettare dalla conferenza? Tre sono i fronti principali. In primo luogo, pare ancora possibile raggiungere un accordo politico sulle misure per ridurre la deforestazione, che contribuisce per il 15-20% delle emissioni globali di CO2. Il programma anti-deforestazione dell’Onu (Un-Redd) ha già riscosso un consenso di base; un accordo sulla preservazione delle foreste tropicali avrebbe anche il vantaggio di coinvolgere il Brasile, che ha già dimostrato di poter porre un argine alla distruzione della foresta amazzonica (che è la causa principale delle emissioni brasiliane).

In secondo luogo, la maggioranza dei paesi sviluppati riconosce la necessità di creare un fondo internazionale per l’adattamento dei paesi poveri ai cambiamenti climatici. I paesi dell’Africa subsahariana e le isole del Pacifico sono i meno responsabili e al tempo stesso i più esposti a cambiamenti del clima e all’innalzamento degli oceani che potrebbe derivarne. Per questo motivo i paesi ricchi del Commonwealth si sono già impegnati a stanziare dieci miliardi di dollari all’anno per aiutare i paesi più poveri ad affrontare le conseguenze del surriscaldamento globale; a Copenaghen si potrebbe decidere di intensificare gli sforzi in tal senso.

Infine, i paesi partecipanti alla conferenza potrebbero dare ancor più slancio alle iniziative nazionali, bilaterali e multilaterali che hanno un enorme potenziale nella lotta contro il cambiamento climatico. Durante il viaggio del presidente Usa in Cina, per esempio, i due governi si sono impegnati a istituire centri di ricerca congiunti sull’energia pulita, lanciando iniziative comuni su veicoli elettrici e efficienza energetica e una partnership sull’estrazione del gas naturale e sulla cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica.

Queste iniziative pragmatiche e immediatamente realizzabili potrebbero dare impulso alla trasformazione dell’economia mondiale, facilitando la formazione di un consenso che possa portare alla firma di un trattato internazionale entro la scadenza del protocollo di Kyoto. Vincolarsi ora ad obiettivi più ambiziosi di quelli che sono politicamente realizzabili (Obama ha bisogno di 67 voti su 100 in Senato per ottenere la ratifica di un trattato internazionale), equivarrebbe a fare il passo più lungo della gamba. Una serie di iniziative pragmatiche nei paesi in via di sviluppo, insieme al sostegno degli Usa e alla leadership europea, potrebbero invece consentire di realizzare da subito ciò che è possibile in modo che domani diventi possibile ciò che oggi non lo è.

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Vedi anche:

V. Termini, L’ombra della crisi sulla conferenza di Copenaghen

A. Dai Pra: Il percorso ad ostacoli verso Copenaghen

F. Chiesa: L’autunno caldo di Obama in vista di Copenaghen

World Resources Institute: Emission Reductions Under Cap & Trade Proposals In The 111th Congress

The Economist: Let’s agree to agree

The Economist: It’s off to Denmark we go