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Il nuovo rapporto della Commissione europea

Se la Turchia si allontana dall’Ue

10 Nov 2009 - Emanuele Schibotto - Emanuele Schibotto

Il recente rapporto della Commissione europea sullo stato di avanzamento del processo di adesione all’Unione europea ha confermato la condizione di limbo nella quale versa la candidatura della Turchia. Il rapporto ha dato luce verde per Croazia ed Islanda, (che probabilmente accederanno già nel 2012), ha approvato l’avvio dei negoziati con la Macedonia (per molti Stati Fyrom), ha dato segnali di apertura a tutti i Paesi dei Balcani, a partire dalla Serbia. Ma la Turchia sembra rimanere sospesa.

Il nodo del rispetto dei diritti umani
Secondo la Commissione, il cammino di riforme intrapreso da Ankara va nella giusta direzione, ma procede a rilento su troppi volet, soprattutto nei capitoli relativi al rispetto dei diritti umani e della protezione delle minoranze e alla normalizzazione dei rapporti con la Repubblica di Cipro. Il governo turco ha sottolineato le divergenze che emergono tra il rapporto della Commissione, che contiene luci e ombre, e la rigidità che persiste in alcune capitali europee contro l’accesso della Turchia. Oltre al ritardo su alcuni capitoli di riforma, altre motivazioni sembrano infatti inficiare l’avvicinamento tra l’Europa e la Turchia.

La motivazione religiosa. La Turchia viene avvertita da una parte della classe politica e dell’opinione pubblica europea come l’”eccezione musulmana” in un’Europa cristiana. Ma se si intende considerare l’Unione europea una “casa comune” laica, allora è opportuno ricordare che la Turchia rimane uno dei pochi paesi a maggioranza musulmana dove la separazione tra Stato e religione esiste davvero. Il partito islamico-moderato di governo, Giustizia e Sviluppo (Akp), ha finora rispettato il principio della laicità così come imposto dalla Carta costituzionale (articolo 2) ed ha avviato una (seppur timida) politica del dialogo con le minoranze religiose, come sottolineato dalla stessa Commissione nel rapporto.

La motivazione geografica. La Turchia non è Europa, tuonano i detrattori dell’ingresso di Ankara nell’Ue. Ma a questa tesi si oppone l’evidenza dettata dalla collocazione geografica della Repubblica di Cipro, divenuta membro dell’Ue nel 2004. Cipro si trova nel Mar Mediterraneo orientale, al largo delle coste della Turchia, della Siria e del Libano. Evidentemente, non è la geografia la determinante dell’impasse turca.

La motivazione economica. La Turchia è davvero un paese vittima del sottosviluppo, povero e abitato da milioni di cittadini pronti ad invadere l’Europa? Anzitutto, la Repubblica turca è la diciassettesima economia del mondo e la settima a livello europeo, con un mercato interno in forte espansione e un prodotto interno lordo che dal 2005 al 2008 è cresciuto, in termini reali, del 5,1%. In secondo luogo, il rapporto della Commissione definisce la Turchia “una economia di mercato funzionante […] in grado di far fronte alla pressione competitiva e alle forze di mercato presenti all’interno dell’Unione nel medio periodo” (Communication from the Commission to the Council and the European Parliament “Enlargement Strategy and Main Challenges 2009-2010, Conclusions on Turkey).
In terzo luogo, è significativo notare che, nel 2007, il livello medio del reddito pro-capite annuale attribuito ad un cittadino turco superava di gran lunga il reddito annuale percepito mediamente dagli abitanti di Romania e Bulgaria, paesi entrati nell’Unione europea proprio nel 2007. Infine, il timore dell’invasione di milioni di lavoratori turchi nei mercati dei paesi membri, in grado di rubare il lavoro a cittadini dei paesi di destinazione, ricalca la paura dell’”idraulico polacco” paventata allorché la Polonia si apprestava ad entrare nell’Unione nel 2004. Un timore che si è rivelato in larga parte infondato. Anche in caso di adesione della Turchia gli Stati membri, infatti, potrebbero decidere di porre una riserva (clausola di opt-out) riguardante la libera circolazione di cittadini e lavoratori turchi, regolandone di fatto l’ingresso nel territorio nazionale.

La motivazione politica. Diversi analisti politici concordano sul fatto che il peso demografico della Turchia andrà a sminuire l’importanza delle potenze europee in seno alle istituzioni comunitarie, in particolar modo all’interno del Consiglio dell’Unione europea. Per le decisioni prese dal Consiglio nelle materie in cui non è richiesta l’unanimità, contano i singoli voti di ciascun paese membro, ripartiti in base alla popolazione nazionale. La Turchia, con una popolazione attuale superiore ai 75 milioni di abitanti, potrà certamente far sentire la sua voce a Bruxelles. Ankara avrebbe diritto verosimilmente allo stesso numero di voti concesso a Germania, Francia, Italia e Regno Unito e diventerebbe così un par in parem tra i grandi attori europei. Se si ragiona in termini di interesse nazionale, appare questa la motivazione più credibile per un no alla Turchia in Europa. Tuttavia, solo Parigi e Berlino praticano una ferma opposizione, mentre Londra e Roma sono importanti sostenitori della candidatura turca.
In realtà non è ancora chiaro quale sarà l’orientamento del nuovo governo tedesco: nonostante il tendenziale favore dei liberali della Fdp all’ingresso della Turchia, i primi segnali successivi all’insediamento del governo non sembrano favorevoli a questa ipotesi.

Il rischio precipuo del non considerare con la dovuta attenzione il processo di adesione della Turchia, rimandando all’infinito una possibile data utile, risiede nella disaffezione turca verso il progetto europeo e nel suo conseguente allontanamento dal campo occidentale; tendenza peraltro gia in atto, come osservato recentemente anche da Phil Stephens sul Financial Times e da Soner Cagaptay su Foreign Affairs.

In un’intervista al Guardian, il primo ministro turco Erdogan arriva ad affermare che Francia e Germania “hanno pregiudizi verso la Turchia” mentre il Ministro degli Esteri Davutoglu, in un’intervista concessa ad Al Jazeera, chiede a Bruxelles un impegno maggiore nel promuovere la pace nell’Isola di Cipro. È molto importante per l’Unione europea riportare il dossier turco al vertice della sua agenda. Il limbo in cui si trova ora la Turchia non potrà durare ancora per molto; al duraturo desiderio di Europa del popolo turco, manifesto sin dagli anni sessanta, si sta infatti gradualmente sostituendo un pericoloso risentimento, che nel medio periodo potrebbe accrescersi, diventando deleterio sia per la Turchia che per l’Unione europea.

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