IAI
Missioni civili e ricostruzione

La nuova strategia per l’Afghanistan e il ruolo dell’Italia

10 Nov 2009 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

In 12 anni, il mondo spenderà per aiutare gli afgani meno di quanto gli Stati Uniti spendono, nel solo 2009, per fare la guerra in Afghanistan. Il dato dimostra, di per sé, che l’attuale strategia va cambiata, perché inefficace e ‘fuori bersaglio’. Al di là degli slogan, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno fin qui dedicato molte più risorse a cercare di vincere (senza riuscirci) la guerra guerreggiata, che a provare a vincere con la pace, la democrazia, la tolleranza e lo sviluppo la “battaglia delle menti e dei cuori”.

Tra il 2002 e il 2013, gli aiuti internazionali all’Afghanistan ammonteranno a poco più di 50 miliardi di dollari (fonte Csis), se tutti gli impegni finora presi saranno rispettati dai singoli Stati e dalle organizzazioni internazionali. Gli Stati Uniti, il maggior donatore, hanno impegnato 31.682 milioni di dollari; l’Italia, che è undicesima nella classifica per Stati, 637 milioni di dollari, senza contare quelli investiti tramite l’Unione europea o la Banca Mondiale.

Le spese militari degli Usa in Afghanistan, soltanto e limitatamente al 2009, superano i 55 miliardi di dollari (fonte Csis). E, tra il 2001 e il 2008, gli Stati Uniti hanno investito oltre 178 miliardi di dollari per combattere in Afghanistan (qui non si parla di impegni, ma di esborsi), che vanno a sommarsi, nell’economia bellica di questi anni, agli oltre 680 miliardi di dollari ‘bruciati’ in Iraq.

Ogni miliardo di dollari, cinque soldati uccisi: le perdite americane in Afghanistan erano, a ottobre, 881, quelle alleate complessivamente 1463 (22 le italiane). In Iraq, il rapporto è peggiore: ogni miliardo, almeno sette caduti. Calcoli istintivi, non scientifici, ma che colpiscono (anche se qualcuno ci spiegherà perché non è giusto farli).

Un dollaro per la pace in 12 anni, quasi 8 per la guerra in 9 anni: se queste sono le cifre (Usa), stupisce più che la guerra vada male in Afghanistan piuttosto che il paese vada alla deriva e che la democrazia, invece di avvicinarsi, sembri allontanarsi: dall’agosto del 2005 all’agosto 2009, le truppe straniere nel paese, anziché diminuire, si sono quadruplicate, da 26 mila a 102 mila (62 mila gli americani, 2.800 gli italiani, che sono il quinto contingente, nell’ambito dell’Isaf).

Contemporaneamente l’Afghanistan, che era risalito al 117mo posto nella classifica globale della corruzione stilata da Transparency International su 180 Paesi, è riprecipitato sul fondo, al 176mo posto. Il tasso di crescita annuale dell’economia resta alto, ma è ai minimi dall’inizio della guerra, al 10% (fonte Brookings), con un tasso di inflazione del 10%: il 42% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, il 20% a ridosso.

L’impero dell’oppio
Meno di un afgano su quattro dispone di acqua potabile, quasi uno su due non ha un’alimentazione sufficiente e appena uno su otto può ricevere cure mediche adeguate. Il numero di bambini che vanno a scuola, alle elementari, è effettivamente salito dal 2005 del 50% circa, da 4,7 a 6,3 milioni. Però, oltre 4 milioni sono maschietti e appena due milioni femminucce: mancano all’appello nelle classi almeno due milioni di bambine.

E intanto la produzione di oppio nel paese prospera, con la colpevole complicità dell’Occidente consumatore. Dopo il crollo del 2001, l’anno del rovesciamento del regime dei taleban, i raccolti della droga erano tornati a oscillare intorno a valori tra 3.000 e 4.000 tonnellate l’anno (il record era stato nel 1999, anno talebano, con 4.568 tonnellate). Poi, mentre la guerra s’incancreniva e la corruzione tornava a crescere, la produzione di oppio s’è impennata: 6.100 tonnellate nel 2006 e quindi 8.200 – il record – 7.700 e, 6.900 quest’anno. L’Afghanistan ormai produce oltre il 90% dell’oppio mondiale, una percentuale che non aveva mai raggiunto.

Sono tutti dati che lo IAI ha raccolto in vista di un recente incontro al Ministero degli Esteri sulle prospettive dell’Afghanistan dopo le elezioni e sul ruolo della comunità internazionale, nell’attesa che si posi la polvere sollevata dall’esito controverso delle elezioni presidenziali: i brogli, la convocazione del referendum, l’annullamento dello stesso dopo la rinuncia dello ‘sfidante’ Abdullah Abdullah, la proclamazione della rielezione di Hamid Karzai.

A bocce ferme, il presidente statunitense Barack Obama dovrà annunciare le sue scelte: la revisione di strategia in corso considera Afghanistan e Pakistan un unico scenario e colloca lo sforzo militare in uno spettro più ampio. L’attesa è che tutto non si risolva nell’aumento delle unità sul terreno chiesto dal generale Stanley McChrystal, che comanda le forze statunitensi e la missione Nato e che vorrebbe incrementare i suoi effettivi di 40mila unità, il 40% del totale.

Eppure, tutte le cifre fin qui presentate indicano che l’Afghanistan ha bisogno soprattutto di azioni civili, per lo sviluppo, contro la povertà, per migliorare la qualità della vita. E per ottenere risultati positivi su quei fronti bastano molti meno soldi di quelli finora spesi per condurre la guerra senza vincerla.

L’Italia e il ruolo chiave delle missioni civili
Uno strumento per conquistare “i cuori e le menti” delle popolazioni afghane sono le missioni di pace civili, cui IAI e Ministero degli Esteri hanno dedicato un’altra iniziativa: un seminario di due giorni a inizio novembre, proprio mentre il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva parole di sprone e di incoraggiamento all’impegno internazionale dell’Italia e il presidente Obama faceva complimenti e ringraziamenti all’Italia per la partecipazione alle missioni di pace, militari e civili, in varie parti del mondo.

Fra i 27, l’Italia è il secondo contributore alle missioni civili Ue, strumenti di pace là dove il mondo è in guerra o esce da un conflitto: l’Italia è preceduta dalla Francia e seguita da Germania, Romania e Polonia. In Kosovo, investigatori della Polizia di Stato italiana dirigono e coordinano alcune fra le maggiori indagini criminali condotte negli ultimi anni. In Afghanistan, specialisti italiani sono al lavoro per ammodernare l’apparato di polizia e favorire, così, l’interazione fra sistema giudiziario e penale e il rispetto dello Stato di diritto. Nella regione di Aceh, in Indonesia, l’Italia ha contribuito ad attuare il processo di pace e a disarmare i combattenti reintegrandoli nella società con aiuti e programmi di formazione. In Iraq, giuristi italiani hanno partecipato alla riforma della giustizia e al ripristino del funzionamento dei tribunali.

Nonostante i risultati positivi conseguiti, tutti i Paesi Ue hanno difficoltà a mantenere gli impegni, sul fronte delle missioni civili: il personale attualmente impegnato in missioni europee ammonta a 1.914 unità, rispetto alle 11.196 unità previste (il 17%); l’Italia impiega 272 unità, rispetto alle 1.208 promesse (il 23 %). Le missioni civili europee ora attive sono undici, quelle in cui l’Italia è oggi coinvolta sono otto: in Afghanistan, Kosovo, Bosnia, Georgia, al Valico di Rafah e nei Territori, due in Congo – tutte tranne quelle in Iraq, al confine tra Moldavia e Ucraina e in Guinea-Bissau.

Il seminario MAE/IAI voleva proprio attirare l’attenzione su tutto il fermento di queste iniziative, spesso poco conosciute perché quasi sempre trascurate dai media, che mobilitano risorse ed energie, che richiedono all’Italia e a chi le conduce, impegno e sacrificio e che possono conseguire risultati di rilievo per la pace e lo sviluppo. Dai lavori sono scaturite alcune indicazioni precise: pianificare meglio le missioni a livello europeo e definirne meglio la linea di comando e controllo; rafforzare il coordinamento della partecipazione italiana fra le diverse Amministrazioni coinvolte, affidandolo al Ministero degli Esteri; garantire la certezza delle risorse inserendo i finanziamenti nei bilanci ordinari dell’Amministrazione statale; rendere più efficace il reclutamento e la formazione.

Le conclusioni del seminario saranno portate all’esame del Parlamento, dove si discute una legge sull’invio di personale italiano all’esterno. E potrebbero essere utili alla stesura di un documento sulla gestione delle crisi: un contributo italiano alla trasformazione della strategia di guerra in Afghanistan (e altrove) in strategia di pace.

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Vedi anche:

M. Arpino: Afghanistan tra guerra e politica

N. Ronzitti: La missione italiana in Afghanistan e l’articolo 11 della Costituzione

M. Rossoni: Un ‘conflitto’ nel conflitto: ricostruzione civile ed attività militari in Afghanistan