IAI
I nuovi vertici europei

Il poeta mediatore e la baronessa laburista

20 Nov 2009 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Saranno famosi. E, magari, saranno pure bravissimi. Ma, per il momento, sono solo due carneadi, neppure troppo illustri, messi dai leader dei 27 sugli scranni simbolo dell’Unione europea con l’entrata in vigore, il 1° dicembre, del Trattato di Lisbona. Il Vertice delle nomine, una cena a Bruxelles fra capi di Stato o di governo dei paesi dell’Ue, è stato più facile del previsto, perché l’asse franco-tedesco ha ancora una volta funzionato: tutto s’è risolto in fretta, con una conferma e una sorpresa.

La conferma è la designazione del premier belga Herman Van Rompuy a presidente stabile del Consiglio europeo, con un mandato di due anni e mezzo rinnovabile. La sorpresa è la scelta di Catherine Ashton, lady Ashton, a responsabile della politica estera e di sicurezza comune, alias ‘Mr. Pesc’, o ‘ministro degli esteri europeo’: la Ashton sarà pure vice-presidente dell’Esecutivo Ue e commissario alle relazioni esterne.

Rischio mercantilismo
Van Rompuy, un politico poeta, era da giorni il favorito. La Ashton era un outsider: la corsa in testa, per quel ruolo, l’aveva fatta Massimo D’Alema, ex presidente del Consiglio italiano ed ex ministro degli esteri, un curriculum e un’esperienza di grande spessore. A bocciare D’Alema non è stato il Vertice, ma gli otto capi di governo membri del Partito socialista europeo, cui il Pd è apparentato.

A favore della Ashton, hanno giocato il fatto di essere inglese (il premier britannico Gordon Brown aveva già incassato l’eliminazione del suo predecessore Tony Blair dalla presidenza stabile del Consiglio europeo) e di essere donna; ma determinante è stato il fatto di non avere un alto profilo politico: inglese, laburista e baronessa (!), Catherine Ashton, finora commissaria Ue al commercio estero, è espressione della dimensione mercantile dell’Europa ‘in salsa britannica’.

Daniel Cohn-Bendit, capogruppo dei Verdi al Parlamento europeo, uno che non usa mezze parole, dice che “l’Europa ha toccato il fondo”, con la nomina dello “scialbo” Van Rompuy e dell’ “insignificante” Ashton. La frase è trita: serve ad annunciare l’alba di un rilancio imminente quando la notte è più buia – un auspicio senza certezze.

Le scelte di ieri rendono più attuale la costruzione di quella “Europa potenza” che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ieri preconizzato da Ankara. “Europa potenza” è un’espressione coniata da Valèry Giscard d’Estaing, ex presidente francese e presidente di quella Convenzione europea che doveva redigere un progetto di Costituzione europea: vuole definire una parte dell’Unione “sempre più fortemente integrata con compiti realisticamente delimitati” che ha finora trovato una sua realizzazione nell’Eurogruppo, cioè nei Paesi che hanno l’euro.

Per Napolitano, l’Ue di Lisbona “non può rimanere sospesa al conseguimento dell’unanimità, né può rinunciare alle nuove possibilità che il Trattato offre per andare avanti alla velocità e sui contenuti che una parte importante dei suoi Stati membri è pronta a definire”. Insomma, dove tutti insieme non si arriva, può arrivare con le cosiddette ‘cooperazioni rafforzate’ un’avanguardia di coraggiosi.

Intendiamoci, nel valutare le scelte dei leader scaturite dal Vertice di Bruxelles i nomi contano (e sui nomi, infatti, s’era negoziato per settimane senza trovare un’intesa), ma i ruoli contano di più. Nell’Unione del nuovo Trattato, nata al minimo comune denominatore, senza utopie e con ambizioni limitate, le figure del presidente stabile e del ‘ministro degli esteri europeo’ sono il massimo del simbolismo consentito.

Il fragile equilibrio
Il presidente stabile attenua la frammentarietà del processo decisionale Ue, dando ai negoziati nel Consiglio europeo quella continuità che la rotazione semestrale della presidenza di turno del Consiglio dei ministri dell’Ue rende impossibile. Dovrà essere, parola di Jacques Delors, “presidente e mediatore”.

Certo, la figura del presidente stabile si sovrappone, e non si sostituisce, a quella dei presidenti a rotazione: i suoi compiti sono interni al clan dei leader, di mediazione, coordinamento, gestione, oltre che esterni, di rappresentanza e di simbolo dell’Unione. E qualche frizione nel triangolo tra presidente stabile, presidente a rotazione e presidente della Commissione europea è prevedibile, quando si tratterà di sedere per l’Ue in un Vertice multilaterale o di incontrare un Grande della Terra.

Il responsabile della politica estera e di sicurezza comune è invece destinato a essere percepito come ‘ministro degli esteri europeo’ e sarà subito chiamato a svolgere davvero il ruolo, ben di più di quanto non potesse fin qui fare l’ottimo Javier Solana, che è stato un ‘alto rappresentante’ competente, efficace, attivo.

Anche qui, certo, è facile prevedere frizioni fra ‘Mr. Pesc’ e i ministri degli esteri dei singoli Stati Ue, ma ci sono funzioni e posti che competono a ‘Mr. Pesc senz’ombra di equivoco. Inoltre, il nuovo responsabile farà parte della Commissione e non sarà estraneo ad essa, come Solana, e sarà pure dotato di una vera e propria diplomazia europea, per quanto embrionale.

L’essenziale, ora, è che Van Rompuy e Lady Ashton entrino in carica e dimostrino, esercitando i loro poteri, e magari superando le diffidenze, di essere le persone giuste al posto giusto. Per il ruolo di presidente stabile, una personalità concreta e rispettata, ma più incline a risolvere i problemi che a coltivare la propria immagine, è sulla carta meglio di una figura brillante ma poco disponibile alla mediazione sotto traccia. Per il ruolo di ‘ministro degli esteri europeo’, invece, ci sarebbe voluto, sempre sulla carta, un politico d’esperienza ma ancora dinamico, capace di essere il volto affidabile, convincente e accattivante dell’Unione nei confronti internazionali e là dove il crinale fra pace e conflitto è più stretto.

Europa minima
La scelta della Ashton, una figura senza esperienza diplomatica, per di più esponente di un partito che, fra pochi mesi, non conterà nulla in patria, dà la sensazione che abbia prevalso fra i leader la tentazione di continuare a portare avanti un’Europa al minimo comune denominatore, capace, magari, di allargarsi ed annacquarsi ancora, ma non di approfondire i legami e rafforzare le politiche.

Ovviamente, le dichiarazioni a fine Vertice sono state di segno opposto: il presidente di turno svedese Fredrik Reinfeldt esalta il “momento storico”, pensando forse più all’entrata in vigore del Trattato che alle nomine; il presidente della Commissione Josè Manuel Barroso si preoccupa di completare ora l’Esecutivo; e il cancelliere tedesco Angela Merkel parla di “nuova era”. Invece, il presidente francese Nicolas Sarkozy, che, dopo il fallo di mano mondiale, non può vantare lo scippo europeo, sposta lo sguardo sul prossimo ostacolo: al Vertice sul clima di Copenaghen, l’Europa vuole – dice – “accordi vincolanti e cifre precise”. Un impegno a costo zero, tanto a Copenaghen ci penseranno Usa e Cina, il G2 dei Grandi Inquinatori, a vanificare la buona volontà della Vecchia Europa.

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Vedi anche:

S. Silvestri: L’Europa della Quadriga

C. Merlini: L’asse franco-tedesco, la cabina di regia dell’Ue e il ruolo dell’Italia