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Unione europea

Il menu à la carte della cena sulle nomine Ue

18 Nov 2009 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Una cena fra i leader dei 27 per decidere i nuovi assetti dell’Unione europea dopo l’entrata in vigore, il 1° dicembre, del Trattato di Lisbona: si tratta di scegliere il primo presidente stabile del Consiglio europeo, che avrà un mandato di due anni e mezzo rinnovabile, e il responsabile della politica estera e di sicurezza comune, alias ‘Mr. Pesc’, o ‘ministro degli esteri europeo’, che sarà pure vice-presidente dell’esecutivo Ue e commissario alle relazioni esterne.

Favoriti e outsider
Per i favoriti della vigilia, la cena di Bruxelles potrebbe anche rivelarsi una ‘cena delle beffe’, perché le decisioni non sono affatto scontate e sorprese sono possibili, anzi probabili. L’accordo pare ancora lontano, al punto che s’ipotizzano ‘tempi supplementari’ nel difficile negoziato, con un breakfast domani mattina o, addirittura, un bis del consulto il 1.o dicembre.

Da giorni, dopo il Vertice europeo di fine ottobre, che non raggiunse un’intesa, e dopo la conclusione del processo di ratifica del Trattato, il 3 novembre, il premier belga Herman Van Rompuy e l’ex presidente del Consiglio italiano e ministro degli esteri Massimo D’Alema fanno sui media la corsa in testa: una volata lunga, che li espone a un sorpasso in extremis da parte di chi ha finora corso coperto. C’è anche la possibilità di rimonta da parte di cavalli che parevano fuori corsa, come l’ex premier britannico Tony Blair, per cui il suo successore Gordon Brown continua a fare campagna e che piace ad alcuni dei Grandi dell’Ue.

E chi non ha propri candidati cerca scambi, come la Germania che, secondo il Financial Times, vorrebbe la prossima presidenza della Banca centrale europea, posto per cui viene pure citato il governatore di BankItalia Mario Draghi.

Contano prestigio, nazionalità, appartenenza politica; e pesa pure il ‘fattore rosa’, in un’Unione ai cui vertici ci sono poche donne (al momento, non ve ne sono affatto). Ecco allora fra le altre la candidatura dell’ex presidente lettone Vaira Vike-Freiberga, che, in un’intervista a Le Figaro, si dice “pronta alla presidenza”: brava Vaira a farsi avanti, ma che l’Ue scelga, come primo presidente stabile del Consiglio europeo, una baltica più ‘americana’ che europea per formazione e mentalità suonerebbe davvero sberleffo.

La mediazione della presidenza di turno svedese del Consiglio europeo è stata condizionata dagli impegni internazionali degli ultimi giorni: ci sono state a Berlino ‘consultazioni al Muro’, a margine delle celebrazioni per il ventennale della caduta del Muro; c’è stato il vertice della Fao a Roma, che i leader dei 27 hanno snobbato, quasi all’unisono – un bel segnale che l’Europa (non) c’è dove te l’aspetti, sui fronti dello sviluppo e della solidarietà; adesso, c’è il vertice con la Russia – crisi, scambi, lotta contro la pirateria nel Golfo di Aden, elicotteristi russi in missioni europee in Africa.

Il rebus D’Alema
Frastagliata e sfrangiata, la trattativa lascia spazio alle lobby, politiche, nazionali, d’ogni genere. Proprio sul nome di D’Alema, l’intreccio delle prese di posizione è stato più forte. Si va dal pieno appoggio del gruppo socialista al Parlamento europeo alle riserve del Ppe e di alcuni Paesi dell’Europa ex comunista su “candidati associati a dei regimi oppressivi di destra o di sinistra o che abbiano partecipato a movimenti non democratici o che si siano macchiati di corruzione”, dove si legge un riferimento al passato comunista. C’è l’attestato di stima dell’attuale ‘Mr. Pesc’ Javier Solana e ci sono le critiche al vetriolo del Financial Times: “baffo di ferro – scrive Tony Barber – ha familiarità con l’arte oscura dell’intrigo politico italiano”, oltre a essere portatore di posizioni anti-americane e anti-israeliane. Si passa dall’appoggio di Farefuturo, la Fondazione del presidente della Camera Gianfranco Fini, all’acidità del vice ministro leghista Roberto Castelli, che trova la candidatura “sconcertante”.

A conti fatti, i rappresentanti della presidenza svedese dell’Ue, il premier Fredrik Reinfeldt e il ministro degli esteri Carl Bildt, arrivano alla cena di Bruxelles senza menu fisso. Bildt conta una decina di candidati, avverte che non è neppure certo quello che appariva sicuro a fine ottobre, cioè che il presidente stabile sia espresso dalla famiglia politica del Partito popolare europeo e il ‘ministro degli esteri’ dalla famiglia socialista, cui il Pd è apparentato. Per entrambi i ruoli, circolano nomi di Paesi e famiglie politiche diversi, compresi conservatori, liberali, indipendenti.

Candidati a go-go
Van Rompuy, con il premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, e D’Alema, insieme con l’enigmatica figura del ministro degli esteri britannico David Miliband, sono i nomi che tornano con maggiore frequenza nei pronostici, o nelle cronache delle trattative.

Ma i nomi di cui si discute sono di più. Un documento che circola nelle cancellerie, e cui l’Ansa faceva riferimento il 17 novembre, ne cita almeno 14 con un sostegno politico o istituzionale, senza contarne altri ‘poco probabili’, ma non da escludere: otto gli ‘aspiranti presidente’ e sei gli ‘aspiranti ministro degli esteri’.

Fra i primi, con Van Rompuy, Juncker, Blair e la Freiberga, il premier olandese Jan Balkenende, il premier francese Francois Fillon, l’ex cancelliere austriaco Wolfgang Schuessel, l’ex presidente finlandese Tarja Halonen. Fra i secondi, oltre a d’Alema e Miliband, ecco lo stesso Bildt, i commissari europei all’allargamento Oli Rehn e al commercio estero Catherine Ashton, baronessa, l’ex ministro degli esteri austriaco Ursula Plassnik.

Nelle ultime ore, è spuntato e ha preso quota il ministro degli esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos, contro cui sta il fatto di essere spagnolo (si tratta di succedere allo spagnolo Javier Solana) e iberico (il presidente dell’Esecutivo Barroso è portoghese), ma che i bookmakers di Londra danno 5/1, mentre D’Alema è 2/1 e Milliband 10/1. Alle scommesse, va forte pure l’ex ministro degli esteri romeno Adrian Severin, 6/1.

Si accettano puntate anche su altri italiani: come presidente stabile, Romano Prodi è 35/1 e Giuliano Amato 66/1; come ‘ministro degli esteri’ Franco Frattini è 12/1 e ancora Amato, che sarebbe un’eccellente soluzione e che ottiene una citazione del Financial Times, 14/1.

Se andiamo a vedere gli outsider, ci troviamo, fra i ‘presidenti’, accanto a Reinfeldt, l’ex presidente finlandese e Nobel per la Pace Martti Ahtisaari e l’ex premier finlandese Paavo Lipponen, l’ex capo del governo spagnolo Felipe Gonzales, l’ex presidente irlandese Mary Robinson, e l’ex premier irlandese Bertie Aherns, il presidente estone Toomas Hendrik, l’ex cancelliere austriaco Alfred Gusenbauer.

Il rischio di una scelta di basso profilo
C’è di che giustificare i timori italiani, espressi sia dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sia dal ministro degli esteri Franco Frattini, che “si vada verso una scelta di persone non conosciute e senza esperienza”: un duo di ‘frilli’ non farebbe ombra a nessuno, ma non contribuirebbe al prestigio e alla credibilità dell’Unione del Trattato di Lisbona (e, inoltre, sarebbe una campana a morto per la candidatura D’Alema).

In un’ottica europea, la cosa più importante è che, dalla cena di Bruxelles, esca un consenso alto e unanime. Ma un voto a maggioranza non è escluso. Bildt avverte che c’è il rischio di mancare “un’occasione storica”. E, sul Messaggero di domenica 15, l’ex presidente del Consiglio italiano ed ex presidente della Commissione europea Romano Prodi scriveva che le nomine devono dare all’Unione la spinta per riaprire il “laboratorio” dell’integrazione, che ora pare “un museo”, e per rilanciare l’Europa ed evitare “il rischio che diventi irrilevante nel futuro della politica e dell’economia mondiale”. Ci vogliono persone “autorevoli e fornite di reale spirito comunitario, per riprendere il cammino dell’integrazione che da qualche anno segna il passo”.

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Vedi anche:

F. Eichberg: Un atto di coraggio per la guida dell’Ue

S. Silvestri: L’Europa della Quadriga