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Vertici Ue

Commissione europea: squadra fatta, Barroso cambia tutto

26 Nov 2009 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

La squadra è fatta, i ruoli sono stati assegnati. Molte le richieste dei Governi, molte le sorprese rispetto alle previsioni: nessuno dei veterani resta al proprio posto, quasi nessuno dei nuovi ottiene tutto quello che vuole.

“Alla fine, ho deciso io” dice, con qualche orgoglio, il presidente Josè Manuel Durao Barroso, che manda in campo con il 9 sulla maglia Lady Ashton, donna di punta della formazione, responsabile della politica estera e di sicurezza comune. L’8 e il 10, i numeri di chi gioca a tutto campo, vanno al finlandese che non t’aspetti Olli Rehn – affari economici e monetari – e al francese che tutti pronosticavano Michel Barnier – mercato interno con in più i servizi finanziari, nonostante gli strepiti di Londra.

L’Italia esce bene: Antonio Tajani, confermato vice-presidente, lascia i trasporti e prende l’industria e l’imprenditoria, con il turismo che il Trattato di Lisbona fa diventare materia comunitaria. Benino la Germania (l’energia a un esordiente), meglio la Spagna (concorrenza allo sperimentato Joaquin Almunia, che lascia, però, affari economici e monetari).

Valanga rosa
La Commissione europea 2009/2014, la seconda presieduta dal portoghese Barroso, la prima dell’Unione del Trattato di Lisbona, è stata completata molto in fretta, dopo che i leader dei 27 avevano assegnato il 19 novembre le due nuove cariche simbolo Ue, il presidente stabile del Consiglio europeo e il ‘ministro degli esteri’ europeo (rispettivamente al premier belga Herman Van Rompuy e a Lady Ashton).

Chiesta a gran voce dalle lobbies femminili, auspicata dal presidente Barroso, anche per sventare una minaccia di ostruzionismo nel Parlamento, una ‘valanga rosa’ ha investito il Berlaymont, il palazzo a stella d’acciaio che ospita la Commissione: nove le donne, un terzo del totale dei commissari; 13 i volti nuovi, quasi la metà. Tra i 27, ci sono ben otto liberali, solo sei socialisti e 13 esponenti della famiglia dei popolari.

La ‘Barroso 2’ sarà – è attesa diffusa, negli ambienti comunitari – una Commissione ben diversa dalla ‘Barroso 1’: il presidente, non più condizionato dai calcoli per ottenere una conferma – nessun suo predecessore è mai oltre il secondo mandato – potrà sentirsi più svincolato dalle volontà dei governi dei 27 e prendere quindi decisioni coraggiose, avendo al massimo un occhio di riguardo per l’opinione pubblica portoghese se progettasse un futuro presidenziale nel suo paese. Gli eurocrati più ottimisti s’attendono, dunque, una Commissione “più politica e meno burocratica”, avendo sempre come punto di riferimento gli anni ormai mitici (1985-’94) dei collegi europei presieduti da Jacques Delors.

Nuovi poteri, diverse priorità
In forza del Trattato di Lisbona, che ne aumenta la legittimità e le prerogative, Barroso sarà il presidente più potente nella storia dell’integrazione europea. Ed è pure uscito vincente dal ‘match delle nomine’: i leader dei 27 hanno scelto in Lady Ashton un ‘ministro degli esteri’ europeo che non può fargli ombra. Diverso sarebbe stato se Barroso si fosse trovato come vice-presidente e commissario alle relazioni esterne un ‘Mr Pesc’ di grande prestigio e di notevole visibilità, come, ad esempio, sarebbe stato l’ex presidente del Consiglio ed ex ministro degli esteri italiano Massimo D’Alema.

Analogamente, la relativa visibilità internazionale di molti nuovi commissari, con eccezioni di spicco, come il francese Barnier, un ‘cavallo di ritorno’ che è stato, nel frattempo, capo della diplomazia francese e ministro dell’agricoltura, pare, a priori, lasciare più spazio a ‘tenori’ confermati, fra cui lo spagnolo Joaquin Almunia, l’olandese Neelie Kroes e la lussemburghese Viviane Reding (non a caso, si ritrovano tutti e tre vice-presidenti, accanto allo Ashton, a Tajani e a due veterani dell’Est Europa).

Come potrebbero utilizzare il presidente e la Commissione il loro potere e il loro coraggio politico, se ne avranno? Fra le priorità del nuovo collegio, c’è la riforma già avviata del bilancio comunitario, con lo sforzo di ridare all’Unione risorse proprie autonome, e la ‘green economy’, cioè l’attenzione ai temi dell’ambiente, del clima e dell’energia, che si è tradotta in un portafoglio ‘ad hoc’ simbolicamente affidato a Connie Hedegaard (nella foto), il ministro danese che ha preparato e organizzato la conferenza sul clima che sta per aprirsi a Copenaghen. Inoltre, Barroso e la Ashton hanno davanti la grande avventura del servizio diplomatico europeo, lo strumento per dare concretezza alle ambizioni di una vera politica estera comune.

L’Italia è stata fra gli ultimi Paesi a ufficializzare, con una lettera a Barroso del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la designazione del suo commissario europeo. L’attesa non dipendeva da incertezze sul nome di Tajani, che il premier aveva già detto di voler confermare: c’era di mezzo il tentativo di D’Alema di divenire ‘ministro degli esteri’ europeo, il che avrebbe escluso Tajani. Andata a vuoto la candidatura D’Alema, cui i leader socialisti europei hanno anteposto la Ashton, laburista e baronessa, la conferma di Tajani è presto giunta. Portavoce di Berlusconi agli esordi in politica e al potere, per anni elemento di riferimento di Forza Italia nel Ppe al Parlamento europeo, Tajani è diventato per la prima volta membro della Commissione nell’aprile 2008, dopo il rientro in Italia di Franco Frattini per assumere la guida della Farnesina.

Il rebus dei portafogli
Barroso è stato molto rapido nel ‘dare le carte’ ai suoi commissari, cioè nel ripartire i portafogli: se l’è cavata in 48 ore, da quando ha conosciuto tutta la composizione della sua squadra. Il presidente è stato abile e saggio: l’esercizio crea tensioni e produce insoddisfazioni ed è meglio lasciare poco spazio alle pressioni governative. Barroso l’ha fatto sparigliando le previsioni, che andavano tutte prese con beneficio d’inventario.

Ora, prima che la nuova Commissione s’insedi, la parola sarà al Parlamento europeo: audizioni dei vari commissari nelle commissioni specializzate – dall’11 gennaio, con l’eccezione di Lady Ashton che deve prendere servizio il primo dicembre – e poi voto in plenaria, non prima del 20 gennaio, ma forse a febbraio. Sorprese e incidenti di percorso non sono esclusi: in passato, ne fece le spese un italiano, Rocco Buttiglione.

Nominati il presidente stabile del Consiglio europeo e ‘Mrs Pesc’, fatto il collegio, dopo avere appena rinnovato nel giugno scorso il Parlamento europeo, gli assetti dell’Unione sono definiti per qualche tempo? In realtà, il valzer delle poltrone non si ferma mai: a fine 2010, ci sarà da assegnare la presidenza dell’Eurogruppo – l’Italia potrebbe mettere in campo il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, per rimpiazzare il lussemburghese JeanClaude Juncker; e, a fine 2011, ci sarà da rinnovare la presidenza della Banca centrale europea, e l’Italia potrebbe candidare il governatore di BankItalia Mario Draghi, al posto del francese JeanClaude Trichet.

Ma su entrambi i fronti la concorrenza è elevata e, nel Risiko dei posti che contano nell’Unione, alcuni giochi potrebbero essere già stati fatti a margine dei negoziati su Van Rompuy e la Ashton. Francia Germania, infatti, non hanno partecipato a quella corsa, forse perché Parigi intende piazzare l’attuale ministro delle Finanze Christine Lagarde alla guida del ‘club’ dei colleghi dei Paesi dell’euro, mentre Berlino vuole la presidenza della Bce e ha un candidato eccellente, l’attuale presidente della Bundesbank Alex Weber.

Se l’Italia, già rimasta al palo al momento dell’elezione del presidente del Parlamento europeo, restasse di nuovo fuori dal giro, tornerebbe fuori il ritornello della ‘logica del bilancino’ e del ‘gioco delle compensazioni’ tra i maggiori Paesi europei, in cui Roma non riuscirebbe a entrare.

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Vedi anche:

R. Matarazzo: L’eroica missione del nuovo ministro degli esteri dell’Ue

S. Silvestri: L’Europa della Quadriga