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La sentenza sul Trattato di Lisbona

Se la Corte tedesca chiede più democrazia in Europa

5 Ott 2009 - Gian Luigi Tosato - Gian Luigi Tosato

In molti ritengono che la recente sentenza della Corte costituzionale tedesca sul Trattato di Lisbona abbia posto limiti e condizioni tali al processo di integrazione, che l’idea di un’Unione sempre più stretta sia giunta inesorabilmente al capolinea e sia destinata ad un ripiegamento. In realtà, il dispositivo della sentenza non incide sul diritto dell’Unione. Le novità del Trattato di Lisbona non sono censurate.

La Corte non si oppone all’ampliamento delle competenze dell’Ue e agli sviluppi istituzionali previsti dal nuovo Trattato. Le sue critiche si indirizzano al processo decisionale interno, ai rapporti in Germania fra Parlamento e Governo nella conduzione degli affari europei. La Corte tedesca richiede che nei casi di ‘sviluppo dinamico’ dei Trattati, il Parlamento si pronunci in via preventiva e il Governo non possa scostarsi dalle indicazioni parlamentari. È chiaro, dunque, che si tratta di una questione interna, che attiene all’assetto costituzionale tedesco ed è estranea al diritto dell’Unione.

Competenze dell’Unione e sovranità nazionale
Per quel che riguarda il sistema europeo, la Corte riconosce che le competenze dell’Unione possono raggiungere anche le aree più tradizionalmente connesse alla sovranità dello Stato. Essa si limita ad esigere che, in queste aree, gli Stati membri conservino uno ‘spazio sufficiente’ (‘ausreichender Raum’) per lo sviluppo di proprie politiche nazionali: uno spazio ‘sufficiente’, dunque, non esclusivo di concorrenti attribuzioni dell’Unione, specie in fattispecie di rilevanza trasfrontaliera.

In materia militare, l’impiego dell’esercito (Bundeswehr) all’estero può essere autorizzata solo dal Bundestag. Al riguardo la posizione della Corte è molto netta. Ma questo non pregiudica la creazione di forze armate e comandi congiunti a livello europeo, come pure un sistema coordinato per l’approvvigionamento degli armamenti. Quanto alle politiche di bilancio, è ammessa una tassazione sopranazionale, purché di dimensioni non prevalenti. Anche l’attuazione dello stato sociale deve rimanere un compito primario dello Stato. Ma, di nuovo, questo non impedisce iniziative da parte delle istituzioni europee, anzi lo sviluppo di un’Europa sociale è individuato dalla sentenza come un preciso requisito per la partecipazione della Germania al processo di integrazione. Infine, la cultura, la scuola, il sistema di istruzione, il diritto di famiglia, i mezzi di informazione, lo status delle chiese e delle associazioni politiche e religiose: anche in queste aree la Corte tedesca rivendica la responsabilità primaria degli Stati; che peraltro non esclude l’esercizio di competenze concorrenti da parte dell’Unione.

Alla sentenza si rimprovera una interpretazione riduttiva delle clausole sull’Europa contenute nella Legge fondamentale tedesca (Grundgesetz). Alcuni passi della sentenza testimoniano tuttavia una perdurante centralità dell’integrazione europea nel sistema costituzionale tedesco. La partecipazione all’integrazione non è rimessa al potere discrezionale degli organi costituzionali tedeschi. Essa costituisce una finalità costituzionalmente non derogabile. La Corte tedesca precisa anche che la qualifica dell’Unione come associazione di Stati non impedisce che ad essa vengano conferiti poteri e funzioni di natura politica. L’Unione non deve essere confinata al settore economico e monetario.

Una Ue più democratica
La sentenza non trasforma dunque la Germania da paese costituzionalmente amico (“freundlich”) a paese costituzionalmente nemico (“feindlich”) dell’Europa. Il messaggio che se ne trae, sembra diverso: non è l’integrazione europea ad essere giunta al capolinea; è piuttosto un certo modo di realizzarla che viene messo in dubbio.

L’Europa degli esecutivi, del metodo diplomatico, della concertazione, dei tecnici e delle élites, non pare più sufficiente. Le si devono riconoscere grandi meriti: ha consentito all’Unione di darsi un mercato interno e una moneta unica; può produrre altri frutti di carattere funzionale e settoriale, che vanno comunque perseguiti. Ma per portare avanti disegni più ambiziosi di unione politica, per affrontare i problemi che toccano più da vicino i cittadini, per dare all’Europa la capacità di farsi sentire nell’arena mondiale, forse anche per difendere l’unione economica e monetaria in essere, è necessario un salto di qualità in chiave democratica. Occorre coinvolgere l’opinione pubblica, sviluppare partiti europei, individuare istituzioni e leader politicamente responsabili: in altre parole, creare uno spazio europeo che è ancora carente. E se non tutti gli Stati membri e i loro cittadini fossero pronti a questo passo, sarà inevitabile procedere a più velocità.

Gli sviluppi in corso sono indispensabili e urgenti. Lo confermano la decrescente partecipazione alle elezioni del Parlamento europeo, le bocciature referendarie dei trattati, la mancanza di forti iniziative europee di fronte a problemi scottanti come la crisi economica mondiale, l’immigrazione, l’energia. Dalla Corte tedesca, dalla sua puntigliosa difesa dei parlamenti e dei valori costituzionali nazionali, mi sembra che venga un segnale nella medesima direzione: non tanto il blocco di ulteriori progressi dell’integrazione europea, ma piuttosto l’esigenza di un metodo pienamente democratico per realizzarli.

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Il testo completo dell’articolo è disponibile su Astrid Rassegna n.16/2009 del 18 settembre 2009.

Vedi anche:

M. Bothe: Integrazione europea e patriottismo parlamentare

Luicia Serena Rossi: Integrazione europea al capolinea?

Cesare Merlini: La camicia di forza della Corte Costituzionale tedesca

Ettore Greco: L’anello mancante della democrazia europea