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Sicurezza e difesa

Perché gli Usa hanno rinunciato allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca

1 Ott 2009 - Fabio Dani - Fabio Dani

Il recente annuncio del presidente degli Stati Uniti relativo all’abbandono del progetto di installazione di uno “scudo antimissile” – composto da Ground Based Interceptors (Gbi) e radar – in Polonia e Repubblica Ceca, lascia aperto il vecchio interrogativo sulle reali motivazioni di quel progetto e ne apre di nuovi sull’attuale strategia della Casa Bianca. Nonostante l’intento dichiarato dello scudo fosse di fronteggiare un’eventuale minaccia iraniana, il progetto deciso nel 2007 da Bush aveva creato tensioni con Mosca, rischiando di ostacolare, tra l’altro, il raggiungimento del nuovo accordo tra americani e russi sulla riduzione degli arsenali nucleari strategici.

L’alibi dei motivi “tecnici”
La decisione di rinunciare al progetto è stata presa, ufficialmente, per motivi tecnico-militari. Per il prossimo futuro, si è affermato, l’Iran non sembra in grado di sviluppare le capacità per il lancio di missili (nucleari o meno) a lunga gittata. Quindi non vi sarebbe un pericolo reale ed imminente per i paesi dell’Europa centrale e occidentale. Poiché nei prossimi anni, invece, i missili iraniani potranno minacciare solo paesi relativamente vicini come la Turchia o quelli dei Balcani, è più funzionale pensare ad un sistema antimissile meno potente, basato sullo Standard Missile3 (SM3), e installato sulle navi Aegis della flotta Usa del Mediterraneo.

Questa spiegazione ha aspetti non chiari e solleva nuovi interrogativi. In primo luogo, il nuovo sistema, basato su sette navi Aegis dislocate in vari punti del Mediterraneo, non sarà pienamente operativo prima del 2015: ma secondo le previsioni fatte dalla precedente amministrazione Usa – di cui, per inciso, faceva parte lo stesso segretario alla Difesa, Robert Gates, che si è fatto promotore del cambio di strategia – per quella data gli iraniani dovrebbero appunto poter disporre di missili a lunga gittata.

Perché, improvvisamente e proprio intorno a quella data, si individui un pericolo maggiore nei missili iraniani a medio raggio (gli attuali Sejil2 a combustibile solido o gli Shahab3, con una portata di circa 2000 km) non è stato sufficientemente chiarito. E comunque, perché non mantenere contemporaneamente il precedente programma Gbi?

L’amministrazione Obama ha fino ad ora risposto al quesito sostenendo che si tratta di ragioni prevalentemente economiche. Ma l’amministrazione ha anche fatto sapere che, in realtà, se si vorrà proteggere efficacemente tutta l’Europa, gli SM3 attuali dovranno essere sostituiti entro il 2018 da una nuova generazione di missili, gli SM3 Block Iia, alcuni dei quali basati a terra, preferibilmente in Turchia e/o in Europa centrale, con tutti i problemi che ciò comporterebbe. Il costo di una tale operazione, secondo un recente documento del Congresso, è più o meno il doppio del programma Gbi! La possibile spiegazione di queste incongruenze si può forse trovare tra le motivazioni che erano alla base del precedente programma Gbi.

Le vere motivazioni politiche
All’epoca di Bush si sosteneva che, in vista della possibilità che l’Iran si dotasse in tempi relativamente brevi di missili a lunga gittata – o comunque con una portata di 3000 Km e oltre -, fosse necessario approntare un sistema antimissile adeguato, il Gbi appunto. E si aggiungeva che tale sistema dovesse essere installato in Paesi come la Polonia e la Repubblica Ceca per un’esigenza squisitamente tecnica: per avere la certezza che quei missili antimissile colpiscano il loro bersaglio occorre infatti che si trovino ad una adeguata distanza dal punto di partenza del missile nemico, dal momento che è praticamente impossibile colpirlo nella fase iniziale della sua traiettoria. Tale fu infatti, tra l’altro, la risposta del generale del Pentagono responsabile dello scudo antimissili ad una domanda postagli durante un seminario a porte chiuse svoltosi su questo tema, nel 2007, a Washington.

Nel corso di successive conversazioni riservate, è stato possibile chiedere al generale perché, allora, non erano state prese in considerazione per l’installazione del sistema aree come la Grecia o l’Italia meridionale, più vicine all’ipotizzato luogo del lancio, ma sufficientemente lontane da garantire un adeguato funzionamento del sistema (la Turchia era stata esplicitamente esclusa dal generale perché, appunto, troppo vicina). A questa domanda non fu data risposta.

Se si prende per buona la spiegazione tecnica della progettata dislocazione dello scudo antimissili in Polonia e Repubblica Ceca, così come la spiegazione tecnica del mutamento di strategia attuale apparentemente dovuto ad una diversa valutazione delle capacità missilistiche dell’Iran, resta quindi da chiedersi: è possibile che per quasi cinque anni questa valutazione sia stata così clamorosamente errata? Perché, inoltre, nel progettare lo scudo antimissili, non si è almeno pensato a soluzioni tecnicamente più idonee, come quella di installare i missili in Grecia o in Italia meridionale?

La spiegazione più logica di queste incongruenze è certo quella accennata sopra: la scelta iniziale della Polonia e della Repubblica Ceca aveva soprattutto un motivo politico, riguardante, come è stato sottolineato da molti osservatori e in primo luogo dai russi, la delicata situazione dello scacchiere est-europeo; e anche la recente decisione di Obama è collegata a queste problematiche, essendo destinata ad allentare le tensioni con la Russia in un nuovo spirito multilateralista. Certo, è anche possibile che gli Usa, a suo tempo, abbiano effettivamente sondato Grecia e Italia in merito alla disponibilità ad ospitare lo scudo antimissili, e ne abbiano ricevuto risposte politico-diplomatiche negative: anche questo sarebbe estremamente interessante sapere.

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Vedi anche:

S. Raffaelli: Il nuovo scudo antimissile di Obama

N. Sartori: Le ambizioni frustrate del riarmo russo

M. Davì: La Russia in cerca di una nuova architettura della sicurezza europea