IAI
Ruolo internazionale dell’Italia

Per una politica estera meno provinciale

12 Ott 2009 - Emilio Ciarlo - Emilio Ciarlo

Capita sempre più spesso di leggere, sulle pagine dei quotidiani nazionali, interventi sul rischio di una perdita di status dell’Italia sulla scena internazionale, e sulle carte che il paese deve giocarsi per conservare un ruolo politico significativo. Gli autorevoli interventi apparsi su questa rivista costituiscono un importante contributo al riguardo e uno stimolo a ulteriori considerazioni sull’evoluzione della politica estera italiana negli ultimi anni.Nella lunga stagione avviata con il primo Governo Berlusconi del 1994, vanno distinte due fasi.

In una prima, dal 1996 fino al 2008, e in particolare durante gli anni della Presidenza Bush, si è assistito, come bene ha scritto nel suo intervento Alessandro Politi, allo sforzo di ridefinizione di alcune direttrici politiche tradizionali della politica estera italiana: un rapporto più critico con l’Europa, un atteggiamento più scettico nei riguardi dell’efficacia delle organizzazioni internazionali universali e del “multilateralismo”, una posizione sul conflitto arabo-israeliano caratterizzata da una maggiore attenzione alle preoccupazioni di Gerusalemme. A conti fatti, questo spostamento di baricentro, alla base anche delle dimissioni del Ministro degli Esteri Renato Ruggiero nel 2002, non è sembrato portare alcun vantaggio reale all’Italia né sotto il profilo della “special relationship” con Washington, che si è esaurita nell’evanescenza politica di un rapporto personale tra leader, né sotto quello di concrete acquisizioni in termini di status diplomatico. Al contrario, si potrebbe sostenere fondatamente, proprio questo nuovo “profilo” italiano ha finito per escluderci da alcuni importanti “format diplomatici”, a partire da quelli che si sono occupati del nucleare iraniano (attualmente il cosiddetto 5 più 1).

È una valutazione di questo genere, oltre che il cambiamento del contesto internazionale che ha convinto il nuovo governo Berlusconi ad inaugurare nel 2008 un approccio diverso anche se ugualmente preoccupante. Venuta meno la sponda dell’”amico Bush” ed esaurita la necessità di rimarcare l’euroscetticismo, sia per un autonomo indebolimento dell’Europa sia per la convenienza, in tempo di crisi economica, ad avere Bruxelles come garanzia per i mercati finanziari, l’azione di politica estera pare aver perso di “visione ideale” ed essersi piegata a ragioni più pragmatiche.

Interessi commerciali in prima linea
Quali appaiono, infatti, i principi ispiratori di questa nuova fase della politica estera berlusconiana? Innanzitutto l’idea che l’interesse nazionale del Paese coincida prevalentemente o esclusivamente con il sostegno alla penetrazione commerciale di alcune grandi aziende italiane, le più internazionalizzate, sui mercati esteri. L’esposizione politica sul progetto South Stream con Turchia e Russia, i rapporti con la Russia di Putin e Medvedev, i termini politici del trattato con la Libia, il dialogo avanzato con il presidente bielorusso, il respiro esclusivamente commerciale ed economico dell’azione nel Mediterraneo sono altrettanti segnali di un approccio che tende a circoscrivere il ruolo dell’Italia – o ad adattarlo – alle esigenze di mercato e agli interessi economici.

Di per sé l’idea di sostenere il dinamismo economico delle aziende italiane va benissimo. Il problema è quando ne consegue l’appannamento del profilo politico del paese e magari la sottovalutazione di esigenze di coerenza dell’azione, sia come Italia sia rispetto al contesto delle posizioni europee o “occidentali”. D’altra parte tale impostazione porta a trascurare alcune aree ritenute meno “interessanti”, ma oggetto di tradizionale influenza ed attenzione da parte italiana: dall’Africa, specie nella difficile ma strategica area del Corno, ai Balcani dove il pur condivisibile piano in otto punti di Frattini non ha finora fatto passi in avanti e l’Italia non pare aver il peso politico per trovare alleanze adeguate a sciogliere i nodi di fondo (dal problema serbo-kosovaro al futuro assetto della Bosnia, alla prospettiva europea per la regione). Infine, coerente con questa impostazione è la stessa idea di ridurre la nostra presenza militare all’estero (dall’Afghanistan al Libano alla Bosnia appunto), annunciata e richiesta da settori del governo, posizioni che tradiscono una volontà di rinuncia al nostro ruolo politico in favore di forme in parte di “isolazionismo” provinciale (nel caso della Lega), in parte di “neomercantilismo”.

Inevitabile precondizione per un più agile perseguimento di tale strategia politica è l’abbandono di qualsiasi “idealismo” – anche di quello non velleitario, per venire incontro ai giusti rilievi di Vittorio Emanuele Parsi – nella nostra politica estera a favore di una “realismo” che smentisce nei fatti tutta la retorica su libertà e democrazia versata a parole.

La “personalizzazione” delle relazioni internazionali in cui la figura del premier diventa lo strumento unico e ultimo dell’iniziativa italiana sulla scena internazionale, è un’ulteriore caratteristica di questa linea politica, un elemento, però, che spinge gli interlocutori esteri a interrogarsi sulla affidabilità e sulla persistenza delle scelte del Paese nel tempo, vista la loro scarsa “istituzionalità” e condivisione.

Il disegno complessivo che sembra venir fuori rimanda pericolosamente a quella nostalgia dell’Italietta indicata da Stefano Silvestri nell’intervento iniziale del dibattito promosso da questa rivista , una media potenza senza ambizioni, che gioca su tutti i tavoli per conseguire piccoli vantaggi particolari. Parrebbe questa, dunque, la risposta data dall’Italia alla transizione del sistema internazionale verso un probabile multipolarismo, in cui mutano rapporti di forza e punti di riferimento.

È palese, d’altra parte, la difficoltà dell’opposizione nel denunciare questa deriva, quando l’accusa di anti-italianità e di lavorare contro gli interessi del paese rende, per la debolezza della stessa opposizione, qualsiasi azione politica e parlamentare di critica o di stimolo facilmente strumentalizzabile.

Si potrebbe provare a ripartire da alcune proposte in grado di animare un dibattito bipartisan più serio e riflessivo, volto a indicare una strada comune al paese che almeno parzialmente compensi i forti limiti dell’attuale azione di politica estera. Provo a indicare, a titolo esemplificativo, alcune strade.

Recuperare un profilo ideale
La vittoria del sì nel recente referendum in Irlanda e la probabile entrata in vigore del trattato di Lisbona, restituiscono all’Italia l’opportunità di rilanciare il progetto europeo da protagonista. Si potrebbe pensare ad una sorta di “Nuovo Piano Delors” che proponga, ai paesi fondatori o a quelli dell’area euro, forme di “cooperazione rafforzata” nei settori di interesse strategico italiano (difesa, immigrazione, energia) e costruisca alleanze attorno a una incisiva riforma del bilancio comunitario e all’adozione di strumenti di debito pubblico europeo (eurobond). A questi temi, oltre che all’impegno ad esplorare in senso “europeista” tutte le potenzialità del Trattato – come ben ha scritto l’Ambasciatore Fagiolo – dovrebbe essere legato il nostro sostegno al futuro Presidente del Consiglio europeo, attribuendogli quella forza politica e quello spirito “comunitarista” che lo sottraggono a una logica puramente intergovernativa.

Una seconda direttrice dovrebbe riguardare il recupero di un profilo ideale, di una visione politica coerente e moderna della nostra politica estera, a cui andrebbe riattribuito il compito di contribuire a costruire un mondo più giusto, più democratico e più vivibile. Non inseguendo un “altromondismo” retorico, ma cercando di marcare, con idee e azioni, una presenza qualificata su alcuni temi centrali dell’agenda internazionale: dalla promozione e la tutela dei diritti umani, particolarmente nel Mediterraneo, all’impegno sul disarmo e la non proliferazione, da una visione forte e coerente per la nuova governance mondiale all’impegno per l’attuazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Tutti temi sui quali l’Italia deve ritrovare autorevolezza e uscire dalla dimensione provinciale e marginale di media potenza.

Per fare tutto questo, tuttavia, è improcrastinabile una riforma degli strumenti della politica estera italiana. Ad iniziare da un potenziamento della Farnesina, le cui risorse sono andate assottigliandosi e sono oggi considerevolmente più scarse della media dei partner europei. Al Ministero degli Esteri va affidato un maggior ruolo di valutazione strategica anche per politiche come quella energetica o degli armamenti, che pur essendo estranee al suo core business, sono cruciali per la proiezione esterna del paese e devono pertanto essere sottoposte a meccanismi di coordinamento che ne assicurino la coerenza con gli interessi nazionali ed europei.

Vedi anche:

F. Salleo: Il pericoloso paradosso del nazionalismo

A. De Robertis: Le opportunità dell’Italia nell’era Obama

R. Matarazzo: L’impegno in Afghanistan e la conventio ad excludendum contro l’Italia