IAI
Non proliferazione nucleare

Obama alla prova del negoziato con l’Iran

1 Ott 2009 - Riccardo Alcaro - Riccardo Alcaro

Da quando nel 2003 si è aperto il contenzioso sul programma nucleare iraniano, ampiamente ritenuto avere una segreta destinazione militare, i rapporti con il paese non sono mai stati così critici. Le aspettative che gli incontri di Ginevra tra i rappresentanti del cosiddetto 5+1 – Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti più la Germania – e una delegazione dell’Iran facciano luce sulle sempre più sospette ambizioni nucleari di quest’ultimo, sono scarse.

Israele e la minaccia nucleare
La recente scoperta di un nuovo sito industriale segreto per l’arricchimento dell’uranio presso Qom, il più importante centro culturale dell’Iran sciita, ha scosso la comunità internazionale. L’arricchimento dell’uranio è considerato la parte più sensibile di un programma nucleare perché è facilmente convertibile ad usi militari. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha da tempo accertato che l’Iran dispone di sufficiente uranio arricchito per costruire il ‘cuore’ fissile di un ordigno atomico, a patto che l’uranio venga sottoposto a ulteriori processi di arricchimento (un’operazione tecnica relativamente semplice, difficile però da occultare agli ispettori Onu).

L’Iran ha fatto progressi anche nello sviluppo di missili balistici a corto e medio raggio, il secondo dei passaggi fondamentali verso una piena capacità nucleare. Sul terzo, la miniaturizzazione dell’uranio in una testata, le valutazioni dei servizi di intelligence occidentali divergono (in una strana riedizione di quanto è successo prima della guerra in Iraq, ma a parti rovesciate, gli americani sono molto più cauti rispetto a israeliani, tedeschi, britannici e francesi).

Israele è a portata dei missili balistici iraniani e si sente vulnerabile. È dubbio se la leadership israeliana creda davvero alla sua propaganda secondo la quale l’Iran non vede l’ora di sganciare una bomba H su Tel Aviv. È però certo che gli israeliani sono atterriti dall’ipotesi di perdere la supremazia nucleare nel Medio Oriente/Golfo a favore di un governo a loro ostile. L’amministrazione americana ha promesso che, in mancanza di una risposta adeguata all’overture di Obama, cercherà di “soffocare” (cripple) l’Iran per mezzo di sanzioni.

Il potere negoziale dell’Iran
I negoziati non ripartono dunque sotto i migliori auspici. Gli Usa chiederanno in primo luogo che il centro di Qom venga aperto al più presto – nel giro di poche settimane al massimo – agli ispettori dell’Aiea. In secondo luogo, premeranno perché l’Iran garantisca che non esistono altre istallazioni non dichiarate. Infine, gli Usa cercheranno di stabilire se esistono le condizioni perché l’Iran accetti di discutere questioni finora off-limits, in particolare il rafforzamento dei poteri di ispezione dell’Aiea.

Gli iraniani, dal canto loro, hanno ribadito una volta di più che non intendono discutere il dossier nucleare, motivando la loro presenza a Ginevra con l’intenzione di affrontare con i 5+1 questioni legate alla sicurezza regionale (incluse misure di non-proliferazione e disarmo). Hanno però anche fatto sapere che intendono consentire all’Aiea di ispezionare l’impianto di Qom, anche se sono rimasti vaghi sui tempi (che sono cruciali, perché potrebbero essere lunghi abbastanza da permettere la rimozione di prove compromettenti). Per il resto, l’Iran insisterà sul fatto che le risoluzioni Onu che chiedono maggiore trasparenza sono prive di base legale, ma non escluderà che in futuro si possa raggiungere un’intesa anche su questo. A condizione, tuttavia, che l’intesa non sia presentata come una concessione, ma come parte di un accordo più ampio e, soprattutto, tra pari.

Nonostante l’enorme pressione internazionale, il regime iraniano si sente ancora in una posizione di vantaggio. In sei anni di negoziati – prima con i tre europei per conto dell’Ue, poi con i 5+1 – le sue posizioni non sono arretrate di un pollice. Gli Usa, invece, hanno finalmente accettato di partecipare ai colloqui senza porre precondizioni e, cosa più importante, sembrano aver rinunciato alla pretesa che l’Iran congeli del tutto l’arricchimento dell’uranio.

Il governo iraniano ha due ragioni per essere ottimista. In primo luogo, la svolta autoritaria seguita alle contestatissime elezioni di giugno ha dato maggiore libertà d’azione alla fazione più favorevole allo scontro con gli americani. In secondo luogo, l’Iran conta sulle resistenze di Russia e Cina alle pressioni occidentali. Né Russia né Cina sono entusiaste all’idea di un Iran nucleare, ma entrambe ritengono che la minaccia non sia imminente. Più importante, per loro, è contenere l’influenza americana nella regione, cui l’Iran pone un argine. Ciò vale soprattutto per la Russia, che è determinata ad allentare la pressione americana sul Caucaso e in Asia centrale. Per la Cina, l’Iran rappresenta la porta d’accesso a enormi fonti di idrocarburi, di cui è notoriamente affamata. Oggi le forniture dall’Iran coprono il 15% circa delle importazioni energetiche cinesi, e il trend è in crescita: alienarsi del tutto l’Iran non è un’opzione a costo zero.

Ipotesi sanzioni
Se l’Iran non dovesse compiere qualche passo sostanziale, gli Usa chiederanno agli altri membri del 5+1 di inasprire le sanzioni. Il sostegno degli europei è certo. Mosca e Pechino potrebbero dare luce verde ad un irrigidimento ulteriore di sanzioni mirate, adottate dal Consiglio di sicurezza (si tratta soprattutto di restrizioni finanziarie e all’esportazioni di tecnologie nucleari in Iran). Ma l’Onu in questa vicenda gioca un ruolo di facciata. Gli Usa puntano ad un embargo di fatto sulle esportazioni di benzina in Iran.

La misura potrebbe davvero mettere in difficoltà il governo iraniano. Decenni di investimenti insufficienti hanno minato le capacità di raffinazione dell’Iran, col risultato che uno dei maggiori produttori di idrocarburi al mondo è un importatore netto di benzina. Se il mercato dei prodotti raffinati dovesse chiudersi, il malcontento popolare potrebbe espandersi oltre le fasce della popolazione a cui il regime clericale è già inviso. Questo almeno è il calcolo degli americani.

Per attuare un embargo sui raffinati gli Usa dovrebbero fare pressione su un gran numero di compagnie e governi amici (come gli Emirati Arabi Uniti), correndo il rischio di generare altre frizioni. Ma soprattutto dovrebbero ottenere la collaborazione di russi e cinesi. I primi sono potenzialmente in grado – o in modo autonomo o attraverso l’Azerbaigian e il Turkmenistan -, di rifornire gli iraniani senza che gli Usa possano farci nulla. I cinesi stanno già esportando benzina in Iran, anche se su scala ridotta. Mosca è in una posizione delicata, perché in qualche modo sente di avere per la prima volta da vent’anni un margine di influenza sugli Usa e non vuole rischiare di ‘sprecare’ l’occasione. La decisione di Obama di cancellare il piano di istallazione di difese missilistiche in Polonia e Repubblica ceca – che la Russia ha sempre considerato una minaccia diretta al suo deterrente nucleare – è un segnale che gli Usa sono disposti a fare concessioni concrete. I russi dovranno ponderare con attenzione i pro e i contro di non ricambiare in qualche modo. Se Mosca fa un passo avanti, la Cina potrebbe seguirla per non restare isolata, anche se questo non è affatto scontato.

Se anche la campagna di persuasione americana fosse coronata da successo e fosse imposto un embargo sulle esportazioni in Iran di raffinati, vigilarne sull’attuazione sarebbe estremamente dispendioso e complesso. Invece di cedere, l’Iran potrebbe optare per una strategia di resistenza, accelerando il programma nucleare. Più l’Iran si avvicinerà alla soglia, più Israele si sentirà minacciato. L’ipotesi di un attacco militare ‘punitivo’ (lo stesso segretario alla difesa Usa, Gates, ha riconosciuto che al massimo si potrebbe rallentare, ma non bloccare, il programma nucleare iraniano) si rafforzerebbe. Parlare di un attacco militare è però prematuro. Nonostante l’opzione sia da sempre ‘sul tavolo’ del presidente Usa, gli americani, e probabilmente anche gli israeliani, la considerano ancora perdente.

Per rompere il circolo vizioso serviranno scelte coraggiose e concessioni importanti. E potrebbero non bastare se il regime iraniano giungesse a concepire lo scontro con l’Occidente come funzionale alla sua sopravvivenza. La crisi iraniana sembra indirizzata verso una situazione lose-lose: tanti sconfitti e nessun vincitore.

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Vedi anche:

R. Aliboni: Un ombrello nucleare Usa sul Golfo?

R. Redaelli: L’Iran dall’apatia all’entusiasmo alla rabbia

N. Pedde: La crisi in Iran e le lenti distorte dell’Occidente

R. Alcaro: L’Iran, Obama e la lezione europea