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Nomine ai vertici dell’Ue

L’uscita di scena di Blair e l’ipotesi D’Alema

30 Ott 2009 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

I leader dei 27 danno otto giorni agli sherpa delle tre principali famiglie politiche europee (popolari, socialisti e liberali) per individuare le candidature a primo presidente permanente del Consiglio europeo e ad Alto rappresentante per la politica estera, due figure previste dal Trattato di Lisbona. Ma prima dell’avvio della selezione, il Partito socialista europeo (Pse) dà il benservito a Tony Blair, ex premier britannico, laburista, finora ritenuto il battistrada nella corsa alla guida del Vertice.

Riuniti a Bruxelles il 29 e 30 ottobre, i leader dei 27 – per l’Italia, assente per scarlattina il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, c’è il ministro degli esteri Franco Frattini – prendono tempo per le nomine, ma spianano la strada all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, venendo incontro alle richieste della Repubblica Ceca.

Il Consiglio europeo trova, inoltre, un compromesso più procedurale che sostanziale sul pacchetto di interventi per il clima, in vista del negoziato di Copenaghen sul ‘dopo protocollo di Kyoto’, e dà indicazioni su come affrontare l’emergenza immigrazione.

Nomine e deroghe
A sbloccare formalmente le consultazioni sulle nomine è la concessione a Praga della deroga per l’applicazione della Carta dei diritti fondamentali. Così, la via è libera per l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona: il presidente francese Nicolas Sarkozy spera sia cosa fatta entro il primo dicembre.

A completare le ratifiche manca solo la firma del presidente ceco Vaclav Klaus: l’Alta Corte di Praga si pronuncerà il 3 novembre sul ricorso presentato da 17 senatori e avallato da Klaus. Ma il presidente s’è già detto soddisfatto dell’intesa di Bruxelles, con cui la Repubblica Ceca ottiene deroghe analoghe a quelle concesse, nel 2007, a Gran Bretagna e Polonia.

E così l’attenzione si sposta sul valzer dei nomi per i due nuovi posti Ue, il presidente permanente e il cosiddetto ‘Mr. Pesc’. Gli sherpa, cioè i presidenti del Ppe Wilfried Martens (belga), del Pse Poul Nyrup Rasmussen (danese), coadiuvato dal premier spagnolo Josè Luis Zapatero, e dal liberale Olli Rehn (finlandese) devono definire in otto giorni una ‘short list’ da portare a un Vertice straordinario che potrebbe tenersi – è un’ipotesi – il 12 novembre.

Una cosa è certa: il Pse dichiara di puntare a ‘Mr. Pesc’ e silura, quindi, la candidatura di Blair a primo presidente permanente Ue – secondo un sondaggio per il Daily Telegraph, del resto, non lo appoggiava neppure un britannico su tre. Salgono, invece, le quotazioni dell’attuale ministro degli esteri britannico, il laburista David Milliband per il posto di capo della diplomazia europea e vicepresidente della Commissione (ma lui si schernisce, “non sono candidato”).

È una sconfitta per Blair, che paga l’essere un esponente del Paese più euroscettico tra i Grandi dell’Unione, l’adesione quasi acritica e incondizionata alla guerra all’Iraq del presidente Usa George W. Bush e anche l’insoddisfacente performance come inviato speciale dell’Ue per il Medio Oriente. Ma è una sconfitta anche per l’attuale premier britannico, Gordon Brown, rimasto solo a sostenere il suo predecessore e tagliato fuori dalle consultazioni della vigilia: cruciale quella, a Parigi, tra Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel.

Ma l’esclusione di Blair indebolisce anche il suo diretto rivale, il premier lussemburghese Claude Juncker. Così, i giochi paiono apertissimi: fra le alternative emerse, l’ex cancelliere austriaco Wolfgang Schuessel, l’ex premier finlandese Paavo Lipponen o l’ex presidente finlandese Martti Ahtisaari, noto mediatore internazionale e Nobel per la Pace nel 2008. Continuano a circolare pure i nomi di Felipe Gonzalez, ex capo del governo spagnolo, e di Peter Balkenende, premier olandese. E il borsino dei candidati registra anche quotazioni per l’ex premier irlandese Bertie Ahern, per il premier svedese Fredrik Reinfeldt e per l’ex premier belga Guy Verhofstadt, quello, fra tutti i citati, che all’Europa crede di più.

I giochi per il presidente del Consiglio Europeo si intrecciano con quelli per ‘Mr Pesc’: se il socialisti puntano al ‘ministro degli esteri’ europeo, non potranno avere il presidente; e i due ruoli dovranno andare a personalità di nazionalità diverse. Con Milliband, c’è in corsa il ministro degli esteri svedese Carl Bildt, ma anche lo sherpa Rehn, commissario Ue all’allargamento, l’ex commissario Chris Patten, britannico, e gli ex ministri degli esteri francese Michel Barnier e austriaco Ursula Plassnik.

L’Italia non avrebbe finora avanzato proprie candidature, ma Frattini, rispondendo a domande sull’ipotesi di Massimo D’Alema “Alto rappresentante per la Pesc”, risponde: “non voglio partecipare al totonomine, ma l’Italia giocherà la sua partita istituzionale e valuterà tutti i nomi che saranno presentati.” D’Alema viene definito “un eccellente candidato tra altri eccellenti candidati” dal capogruppo dei Socialisti e Democratici al PE, Martin Schultz. Mentre la Spagna si attende che sia l’Italia, eventualmente, a candidarlo.

La dubbia coesione sul clima
La Ue si presenterà alla trattativa di Copenaghen pronta a versare la propria parte del pacchetto di aiuti ai Paesi più poveri da 100 miliardi di dollari l’anno per il periodo dal 2013 al 2020. L’entità della quota europea sarà, però, precisata solo dopo che altri partner internazionali, in particolare gli Stati Uniti, avranno a loro volta assunto impegni comparabili.

Anche per gli aiuti del cosiddetto ‘fast treck’, cioè del periodo 2010-2013, c’è un compromesso: il contributo europeo previsto, dai cinque ai sette miliardi di euro l’anno, sarà in parte dato sulla base di un meccanismo volontario; e un gruppo di lavoro ad hoc presenterà proposte di riparto dello sforzo fra i 27, in modo da tenere conto delle richieste dei Paesi dell’Europa dell’Est, i ‘poveri’ fra i ‘ricchi’ dell’Ue.

Il Vertice di Bruxelles non ha quindi portato a decisioni dettagliate, ma ha evitato ‘rotture’. Il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso e il presidente di turno svedese Reinfeldt si sentono di affermare che i 27 si presentano a Copenaghen “più forti”.Al di là del persistere di differenze con la Polonia e i Paesi dell’Est che si riconoscono nella posizione di Varsavia – otto in tutto -, non sarebbe stato effettivamente prudente, per i 27, mettere sul tavolo con tanto anticipo cifre che altri Paesi potrebbero considerare una base di partenza per giocare al rialzo.

Il Vertice europeo del 10 e 11 dicembre, che chiuderà di fatto il semestre di presidenza svedese del Consiglio dell’Ue, è il più adatto, per la sua data, a definire nei dettagli la posizione da presentare nel forcing finale del negoziato climatico. La linea emersa è che “ognuno deve fare la sua parte” – parole di Frattini – e che, quindi, l’Ue non deve uscire allo scoperto per prima.

Il calendario di avvicinamento alla trattativa di Copenaghen prevede, la prossima settimana, dal 2 al 7 novembre, negoziati a Barcellona in sede Onu; poi, un intreccio di trattative bilaterali e regionali, fra cui una possibile riunione straordinaria del Consiglio Ambiente Ue verso la fine di novembre; infine, dal 7 al 18 dicembre, la vera e propria Conferenza sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite nella capitale danese.

A Bruxelles si è anche parlato di immigrazione nel Mediterraneo: l’Ue vuole rafforzare Frontex, l’agenzia di pattugliamento delle coste, fissando, fra l’altro, regole di ingaggio chiare per le operazioni in mare congiunte e il noleggio regolare dei voli di rimpatrio dei clandestini; intensificare il dialogo con la Libia e mostrare “solidarietà tangibile ed efficace” ai paesi “che subiscono particolare pressione” (fra questi, l’Italia). L’Agenzia europea per l’asilo, proposta dall’Italia, vedrà la luce “entro il 2009”.

Vedi Anche:

S. Silvestri: L’Europa della Quadriga

G. Gramaglia: È davvero il momento di Tony Blair?