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Economia e ambiente

L’ombra della crisi sulla conferenza di Copenaghen

29 Ott 2009 - Valeria Termini - Valeria Termini

Mancano poche settimane alla conferenza sul clima di Copenhagen, dove i 190 paesi che nel 2007 avevano trovato un accordo di massima a Bali, saranno chiamati a tradurlo in impegni e politiche concrete. Che cosa aspettarsi? Continuità con l’accordo di Kyoto, nonostante i risultati deludenti fin qui raggiunti, o un drastico cambiamento di rotta? Gli scenari oscillano tra due estremi: uno scontro potenzialmente insanabile sulle questioni più spinose – ripartizione degli oneri fra le varie aree, quantificazione degli obiettivi, definizione degli strumenti – o, all’opposto, una mera adesione di principio agli indirizzi generali della Convenzione quadro dell’Onu sui cambiamenti climatici (Unfccc).

Gli effetti della crisi finanziaria potrebbero tuttavia far emergere, un nuovo approccio pragmatico, ma sorretto da una visione di ampio respiro, che sarebbe di grande vantaggio per lo sviluppo sostenibile globale. Dipenderà dall’atteggiamento che assumeranno i leader dei principali paesi inquinatori. Terranno conto delle interdipendenze tra le politiche di contrasto al cambiamento climatico e quelle volte a correggere gli altri macro-squilibri? Sapranno collegare in positivo le politiche climatiche con gli accordi commerciali, con le strategie di uscita dalla crisi e con le esigenze di crescita e di sicurezza energetica? O rimarranno impantanati nelle tante contraddizioni che oggi caratterizzano queste politiche?

Un esempio positivo di raccordo tra diversi tavoli negoziali fu proprio la ratifica del Protocollo di Kyoto da parte di Putin, nel 2004, che consentì l’entrata in vigore dell’accordo, in cambio dell’impegno dell’Ue a sostenere l’ingresso della Russia nell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Un esempio negativo, invece, è il recente blocco dei negoziati nell’Omc, a causa della minaccia di alcuni paesi industrializzati di imporre border taxes per difendere le proprie imprese dal dumping ambientale dei paesi non sottoposti a vincoli.

Una soluzione win-win a Copenhagen
In un’ottica di lungo periodo la tecnologia può essere la chiave di un nuovo modello di crescita. È fin troppo scontato che la ricerca nei paesi industrializzati è un fattore cruciale per compiere il salto tecnologico richiesto dalla conservazione del pianeta. Ma la crisi, paradossalmente, offre la possibilità di individuare soluzioni win-win anche per trasferire le tecnologie meno inquinanti ai paesi emergenti che inquinano di più, ad esempio per la produzione di energia elettrica, purché ciò si accompagni a vincoli ambientali condivisi anche in quelle regioni.

Questa politica presenterebbe un triplo vantaggio: porrebbe le basi per consentire a quei paesi (in particolare Cina e India) di saltare la fase di industrializzazione ad altissima densità di carbone e di contenere le emissioni legate alla crescita industriale, senza imporre freni allo sviluppo; contribuirebbe alla crescita della domanda dei paesi asiatici, le cui esportazioni si sono drasticamente ridotte per la crisi e dai quali non ci si possono attendere misure per sostenere la domanda interna; offrirebbe ai paesi industrializzati un mercato per i beni intermedi e ad alta tecnologia dopo che si è inceppato il motore rappresentato dalla domanda interna americana.

Gli strumenti ci sono anche in Europa e nell’ambito del Protocollo di Kyoto. I clean development mechanisms, ad esempio, per promuovere progetti congiunti e investimenti low carbon tra paesi europei e paesi in via di sviluppo andrebbero tolti dall’angolo in cui li ha relegati la Commissione europea, che ha imposto un tetto troppo stretto al loro utilizzo da parte delle imprese per ottenere crediti di emissioni. Questi strumenti potrebbero costituire per i paesi dell’Unione europea una leva per la crescita economica sostenibile, insieme ad altri che, consentendo la formazione di un prezzo per le emissioni di Co2, con lo sviluppo di mercati globali dei diritti di emissione, darebbero più certezze agli investitori.

Senza attendersi accordi dettagliati e obiettivi troppo ambiziosi, se prevalesse una simile impostazione pragmatica la conferenza di Copenhagen potrebbe costituire un’occasione importante per uscire dagli egoismi miopi dei governi nazionali, stretti tra la sfida competitiva e le tentazioni protezionistiche verso il nuovo Oriente.

Interessi contrastanti in gioco
I contrasti sorgono tra chi produce inquinando (soprattutto i paesi emergenti dell’Asia) e chi consuma inquinando (gli Stati Uniti in primis, ma anche Australia o Canada, che ben poco si sono spesi in politiche attive per il contenimento delle emissioni). Tra di essi si colloca l’Europa, che ha assunto un ruolo trainante nei negoziati multilaterali, ma non ha poi adempiuto con coerenza agli impegni assunti. A questi contrasti si aggiunge il problema dei paesi e delle regioni più povere, che contribuiscono in misura consistente alle emissioni e sono particolarmente esposti alle conseguenze del riscaldamento del pianeta come l’Indonesia, terzo paese tra i grandi inquinatori a causa della deforestazione, e l’Africa, che paradossalmente inquina proprio per mancanza di energia elettrica.

Dagli indicatori di inquinamento che verranno scelti nel corso della conferenza si capirà anche su quali paesi ricadranno le maggiori responsabilità. Se l’accento verrà posto sulla produzione, l’onere maggiore peserà sui paesi asiatici, che utilizzano tecnologie inquinanti e fanno un uso intenso del carbone. Se l’accento verrà posto invece sulle emissioni pro capite si evidenzierà il basso consumo di energia dei paesi emergenti e saranno i paesi più industrializzati a doversi sobbarcare i maggiori costi. In una stagione di recessione globale si riuscirà a trovare un punto di equilibrio tra queste diverse esigenze?

La crisi e l’agenda del clima
Nell’immediato, come era da aspettarsi, la crisi ha fortemente ridotto i consumi energetici, cui si imputa il 70% delle emissioni di biossido di carbonio nell’atmosfera. Nel 2009, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, l’Agenzia internazionale dell’energia ha registrato una contrazione netta della domanda mondiale di energia, stimando una riduzione della domanda di elettricità del 3,5%. Ciò non implica affatto, tuttavia, un miglioramento strutturale della questione ambientale. La difficoltà di ottenere credito e la riduzione del prezzo dei combustibili fossili, infatti, non possono che favorire il ricorso a fonti più economiche, ma anche più inquinanti, rispetto ad altre più costose, come le rinnovabili, o a più alta intensità di capitale, come il nucleare. Inoltre, la straordinaria contrazione degli investimenti in impianti di produzione di energia rinnovabile (diminuiti del 42% globalmente nel 2009, dopo la crescita che si era registrata nel 2007-2008) non potrà che avere effetti duraturi.

Sugli investimenti si gioca larga parte della partita energetica. L’abbattimento delle emissioni richiede finanziamenti ingenti per il lungo periodo. I governi potranno decidere di fare del cambiamento climatico una delle componenti chiave delle strategie di uscita dalla crisi o, al contrario, relegare la questione ambientale a obiettivo secondario, ad esempio, rispetto alla stabilizzazione del settore finanziario. L’Ocse stima che solo il 5% circa degli interventi di stimolo per uscire dalla crisi, che ammontano a 2,6 trilioni di dollari, è stato destinato al sostegno dell’efficienza energetica e della produzione di energie pulite: si va, dal 39% della Francia al 3.6% dell’Italia, e dal 10,4% del Giappone al 5,2% della Cina. L’Ocse ha anche segnalato che gli incentivi offerti dai governi spesso contrastano con gli indirizzi ambientali; ne sono un esempio evidente gli interventi incondizionati a sostegno del settore dell’auto o il sostegno indifferenziato ai consumi di energia elettrica.

Infine, la svolta impressa dal presidente Obama alle politiche ambientali americane potrebbe segnare un punto di convergenza positiva nei rapporti transatlantici, ma solo se l’Europa saprà cogliere l’occasione che le si prospetta.

Vedi anche:

A. Dai Pra: Il percorso ad ostacoli verso Copenhagen

F. Chiesa: L’autunno caldo di Obama in vista di Copenhagen

F. Chiesa: Uno scudo di emergenza contro il riscaldamento climatico