IAI
I negoziati sul programma nucleare di Teheran

Le sanzioni all’Iran e il ruolo chiave della Russia

2 Ott 2009 - Andrea Bonzanni - Andrea Bonzanni

Gli Stati Uniti sembrano avere poca fiducia nella volontà dell’Iran di giungere ad un accordo sul programma nucleare. Nonostante lo storico riavvio dei negoziati con il 5+1 (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti più la Germania) avvenuta il primo ottobre a Ginevra, l’amministrazione Obama sta infatti già lavorando ad un possibile inasprimento delle sanzioni economiche, in caso di fallimento delle trattative. Durante il recente G20 di Pittsburgh, il presidente Obama ha denunciato con toni particolarmente duri l’esistenza di un impianto nucleare iraniano segreto, segnalando un mutamento di atteggiamento da parte americana: Washington appare ora molto più “allarmista” e in sintonia con le preoccupazioni israeliane.

Il cambio di approccio era già parzialmente emerso il 9 settembre, quando alcuni rapporti di intelligence consegnati alla Casa Bianca e le parole dell’ambasciatore americano presso l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), avevano reso pubblico che la Repubblica islamica disporrebbe della tecnologia e del know-how necessari per produrre una bomba in tempi molto brevi. Queste sortite americane rappresentano una probabile rivalutazione della pericolosità del programma nucleare iraniano, dovuta a nuove informazioni provenienti da recenti operazioni di spionaggio. Secondo diverse fonti, tuttavia, esse vanno anche intese come un mezzo per aumentare la pressione sugli alleati (in particolare le recalcitranti Cina e Germania, rispettivamente primo e terzo esportatore verso l’Iran) per convincerli ad accettare un più duro regime di sanzioni economiche contro l’Iran.

Il ruolo strategico della Russia
L’operazione sembra tuttavia avere poco effetto sul maggiore sponsor internazionale della Repubblica islamica, ovvero la Federazione russa. La non partecipazione russa ridurrebbe sensibilmente l’efficacia di eventuali sanzioni all’Iran. In qualità di membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e negoziatore in seno al 5+1, la Russia può bloccare ogni cambiamento al regime delle sanzioni. Inoltre, anche nell’eventualità che gli Stati Uniti riescano a convincere Mosca a non usare il veto di cui dispone, non vi sono garanzie che la Russia mantenga gli impegni assunti.

La Russia è un alleato fondamentale per Teheran. Ha fornito il supporto tecnico al programma nucleare a partire dai primi anni novanta, con tecnologie che oggi stanno portando al completamento della prima centrale nucleare a Bushehr. L’Iran ha inoltre acquistato dalla Russia sistemi di difesa anti-aerea ed ha imbastito trattative per l’acquisizione di missili terra-aria che, a detta di esperti militari, renderebbero difficilmente attuabile l’opzione di un attacco lampo americano o israeliano contro i siti sensibili. L’appoggio russo significa anche che l’Iran può ritenersi relativamente sicuro di mantenere un approvvigionamento di beni primari (carburante in particolare) in caso di restrizioni commerciali.

I recenti sviluppi della situazione politica iraniana hanno inoltre accresciuto il ruolo della Russia nella controversia con l’Iran. Le sanzioni economiche sono diventate infatti uno strumento potenzialmente più efficace dopo le proteste seguite alle ultime elezioni. Il peggioramento della situazione economica e il conseguente aumento dello scontento popolare potrebbero indebolire ulteriormente la già contestatissima leadership iraniana, favorendo l’ascesa di settori meno oltranzisti del regime. Il supporto della Russia alla Repubblica islamica rappresenta dunque un fattore chiave nei rapporti di forza con gli Stati Uniti. Convincere Mosca ad allinearsi ai paesi occidentali è dunque una priorità per l’amministrazione Obama, anche se l’esito è tutt’altro che scontato.

Un legame profondo
L’asse tra Teheran e Mosca si fonda su comuni priorità geopolitiche e consolidati rapporti economici. Entrambi i paesi hanno interesse a indebolire i paesi del Caucaso e dell’Asia centrale. Se da un lato la Russia intende continuare a trattare questi paesi come stati-satellite, l’Iran trae beneficio dal mantenimento dello status-quo. Date le complesse dinamiche dei movimenti etnici nella regione, Teheran teme soprattutto che stati turcofoni a nord dei suoi confini possano far riemergere i movimenti nazionalisti tra la cospicua minoranza azera che ha per molto tempo rappresentato una minaccia alla stabilità dello Shah. Non è un caso che l’Iran abbia recentemente acquisito lo status di osservatore nell’Organizzazione di Shangai, il cui obiettivo primario è appunto la stabilità e la sicurezza in Asia centrale. Inoltre, il quasi-monopolio del commercio con l’Iran di armi e materiale legato al programma nucleare, rappresenta una cospicua fonte di reddito per gli influenti complessi industriali post-sovietici, che anche un rafforzato Cremlino potrebbe avere difficoltà a bloccare.

Gli interessi di Mosca non si limitano a questo. Un Iran isolato significa infatti anche assenza di investimenti nell’estrazione di petrolio e gas naturale, così come una generale mancanza di capitali e tecnologia per la manutenzione delle infrastrutture esistenti. L’Iran fatica a mettere sul mercato le sue ingenti risorse gasifere e presto potrebbe diventare un importatore netto di greggio, nonostante l’International Energy Agency (Iea) stimi che le sue riserve di petrolio convenzionale siano seconde soltanto a quelle saudite. Questa situazione offre diversi vantaggi alla Russia, che mette così fuori gioco un possibile fattore di indebolimento della sua posizione dominante nell’approvvigionamento europeo di gas. In questo quadro la Russia può anche arricchirsi grazie agli alti prezzi di un mercato petrolifero in cui l’offerta fatica a tenere il passo con una sempre crescente domanda. Analogamente, il sostegno a una leadership iraniana poco abituata a scendere a compromessi internazionali perpetua la situazione di incertezza circa lo status legale del mar Caspio, rallentando l’esplorazione e l’estrazione di idrocarburi in Asia centrale.

Le mosse degli Stati Uniti
Alla luce di queste interconnessioni, non sarà facile modificare la posizione russa nei confronti dell’Iran. Tuttavia, il “reset” nelle relazioni tra Stati Uniti e Russia inaugurato dalla nuova amministrazione consente di collegare il negoziato con l’Iran a altri dossier cui Mosca è particolarmente interessata. Grande rilevanza potrebbe avere, ad esempio, il dietro-front americano sul posizionamento di missili in Europa orientale, anticipato nella missiva “segreta” inviata al Presidente russo Dmitry Medvedev durante le prime settimane della presidenza Obama e ufficializzato il 17 settembre. La reazione russa è stata finora contraddittoria, oscillando tra le posizioni collaborative di Medvedev al G20 di Pittsburgh e l’usuale intransigenza dei settori diplomatici, amplificata dalle dichiarazioni del ministro degli esteri Sergey Lavrov. Questa indecisione potrebbe tuttavia essere letta anche come un segnale positivo, indicativo del fatto che per Mosca il supporto all’Iran potrebbe anche essere negoziabile. Gli Stati Uniti potrebbero infatti avere altre carte da giocare, in particolare sulle questioni dell’Artico e sulle “regole del gioco” in materia di commercio del gas. Ma offrire concessioni in questi altri settori sarà più complesso, visto il coinvolgimento sia del Canada che dell’Europa, importanti alleati degli Usa.

In Iran, coloro che sono pronti a rinunciare al programma nucleare per incentivi economici sono ancora un’esigua minoranza. Per questo, le prossime tappe del negoziato sono difficili da prevedere e i progressi potrebbero non essere immediati. L’attuale coincidenza tra una debole leadership iraniana e l’apertura di una nuova stagione di dialogo tra Washington e Mosca costituisce un’opportunità. Gli Stati Uniti non possono lasciarsela scappare se vogliono che le eventuali sanzioni all’Iran possano avere una qualche efficacia.

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Vedi anche:

R. Alcaro: Obama alla prova del negoziato con l’Iran

F. Dani: Perché gli Usa hanno rinunciato allo scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca

R. Aliboni: Le sfide della politica di Obama in Medio Oriente