IAI
Ruolo internazionale dell’Italia

Le opportunità dell’Italia nell’era Obama

1 Ott 2009 - AntonGiulio De’ Robertis - AntonGiulio De’ Robertis

Ha fatto bene Stefano Silvestri a sottolineare, nell’ambito dell’interessante dibattito sul ruolo internazionale dell’Italia aperto su questa rivista, che il paese ha indubbiamente “contribuito con poche altre potenze, per lo più occidentali” alla creazione dell’attuale sistema internazionale.

Quanto questa qualità di “socio fondatore” possa consentire all’Italia di confrontarsi su un piano di parità (concetto ben diverso dall’uguaglianza) con gli attori più influenti, dipenderà tuttavia da alcune variabili fondamentali: la vitalità che il suo sistema economico riuscirà ad esprimere, la disponibilità ad assumersi la propria quota di responsabilità per la sicurezza internazionale, ma anche e soprattutto la capacità di proporsi come autorevole interprete di quei valori fondamentali per la promozione di una governance internazionale sempre più democratica.

I vantaggi di una media potenza
Ferdinando Salleo ha ricordato che “abbiamo ben visto potenze medio-piccole esercitare grande influenze nel mondo grazie alla forza delle idee che propugnavano e all’abilità della loro diplomazia”. Il caso della Jugoslavia, determinante con Tito nella creazione del movimento dei non allineati e rivelatasi poi instabile e incapace di rimanere coeso, evidenzia non solo la grande importanza che le leadership possono avere per l’affermazione del ruolo in un paese, ma anche la funzionalità che solide idee e elaborazioni strategiche possono avere per dare prospettiva alla sua azione.

L’idea alla base dell’impegno internazionale dell’Italia fin dai primi anni del dopoguerra è stata l’universalità, invocata da Alcide De Gasperi nella prima discussione alla Camera dei Deputati, l’11 marzo 1949, sull’adesione all’Alleanza Atlantica. “Si tratta – diceva De Gasperi – di un’integrazione concreta dell’Onu, nel quadro della quale esso [il trattato] può agire come patto regionale equilibratore; l’Italia vi trova un suo posto, corrispondente al suo spirito universalista e pacifico”.

L’Alleanza veniva concepita da colui che viene ancora riconosciuto come uno dei padri delle democrazia europea, come un impegno di solidarietà in favore della pace e della sicurezza delle parti contraenti, in piena coerenza con quell’Onu, di cui l’Italia non era ancora partecipe, ma delle cui idealità di dominio universale del diritto e della legalità era già convinta assertrice.

Una nuova stagione
Dopo la fine della sbornia imperialista dell’America di Bush, le idee e la visione del mondo avanzate dalla nuova amministrazione americana sembrano riaprire una finestra di opportunità per l’Italia. Le recenti convergenze tra Usa e Russia sull’esigenza di rapporti internazionali sempre più ispirati al rispetto del diritto internazionale, sono un segno importante della stagione che si sta cercando di aprire.

Nelle recenti dichiarazioni del presidente Obama a Strasburgo, Istanbul e Mosca, è riecheggiato quel concetto di interdipendenza che aveva costituito il punto di partenza del new thinking di Michail Gorbaciov, poi naufragato con la sua uscita di scena insieme a quella del suo principale interlocutore, George H. Bush.

Sia gli Stati Uniti con Obama che la Federazione Russa con Medvedev sono fortunatamente ritornati ad esprimere la consapevolezza degli imperativi di dialogo e collaborazione imposti dalla sempre più diffusa interdipendenza globale; ciò potrebbe preparare la strada per l’affermazione di quella “struttura della comunità internazionale che privilegi le regole e le istituzioni rispetto alle alleanze occasionali e ai soli rapporti di forza” indicata da Silvio Fagiolo come un possibile fattore di conferma del rango dell’Italia. Il raggiungimento di questo obiettivo potrebbe rivelarsi coerente con quello che sembra emergere sempre più come lo Zeitgeist di questo tempo, in cui la storia, lungi dall’essere finita, è ritornata a condizionare l’agenda delle diplomazie di tutto il mondo, sempre più costrette a fare i conti con conflitti locali le cui radici affondano in un lontano passato.

Il ritorno del wilsonismo
Vi è quindi la possibilità di un’ulteriore svolta nelle relazioni internazionali e di un ritorno al “One World” ipotizzato da Wilson prima e da Roosevelt poi, purtroppo senza risultati duraturi. Memori della lezione di Robert Devine, oggi potremmo essere di fronte ad una terza chance per la realizzazione di quel nuovo ordine internazionale imperniato sulla difesa di un comune interesse e punto di arrivo di un processo che dal national interest di ieri riscopra il mutual interest evocato nei recenti discorsi di Obama. Un presidente che, ricalcando le orme dell’ultimo Reagan, con tutte le cautele del caso ha riproposto l’obiettivo di un mondo senza armi nucleari. Un traguardo configurato già nel Trattato di Non Proliferazione (Tnp) del 1968, ma considerato ormai come un’enunciazione retorica, a cui nessuno pensava di poter riferire i vari e faticosi passaggi dei negoziati degli ultimi anni.

Le missioni di peace keeping e peace enforcement realizzate dall’Italia in Afghanistan, Libano o nei Balcani declinano sul piano pratico esattamente questi principi, invece che considerali astratta retorica. Non è un caso che esse siano quelle che più ampiamente riscuotono il consenso delle popolazioni locali. Al di là dei meriti, pur fondamentali, del personale impegnato, la ragione più profonda del successo di queste missioni è la coerenza con principi ispiratori della politica estera italiana e l’imparziale esecuzione del mandato ricevuto. La capacità, in definitiva, di agire in modo percepito positivamente dai fruitori del servizio, è anche l’effetto dell’evidente coerenza degli operatori italiani.

Queste possono essere le credenziali per conservare l’autorevolezza di socio fondatore di quella governance globale cui è giusto che l’Italia continui a partecipare a pieno titolo .

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Vedi anche:

S. Silvestri: Italia o Italietta, al vertice o media potenza?

R. Matarazzo: L’impegno in Afghanistan e la conventio ad excludendum contro l’Italia

V.E. Parsi: Come evitare un destino da Italietta

S. Fagiolo: Identità nazionale e politica estera: un nesso indissolubile

F. Salleo: Il pericoloso paradosso del nazionalismo

R. Marchetti: Una rinnovata politica estera liberal-democratica