IAI
Terrorismo internazionale

L’attentato di Milano e il jihadismo in Italia

16 Ott 2009 - Ludovico Carlino - Ludovico Carlino

Il 12 ottobre Mohammed Game, ingegnere libico di 35 anni immigrato da tempo in Italia, ha fatto esplodere due chili di nitrato mentre tentava di entrare nella caserma Santa Barbara di Milano. Game avrebbe agito con l’ausilio di due complici, ma le prime informazioni sull’attentato hanno fatto pensare ad una caso isolato, perpetrato da individui senza contatti concreti con le reti del terrorismo islamista, ma intenzionati a solidarizzare con esso. Il capoluogo milanese è stato tuttavia un crocevia del terrorismo internazionale sin dagli anni ’90, una base logistica per cellule transnazionali operanti in Europa che hanno collaborato attivamente per portare il jihad nel vecchio continente. Il caso di Game non appartiene a queste trame, ma suggerisce che la minaccia attuale per l’Italia, come per l’Europa, può provenire soprattutto da individui o gruppi la cui adesione al terrorismo matura non fuori, ma all’interno dei singoli paesi europei.

Milano crocevia del terrorismo internazionale
Gli attentati dell’11 marzo 2004 di Madrid e del 7 luglio 2005 di Londra sono stati la conferma per molti analisti di ciò che si temeva dopo l’11 settembre 2001: anche l’Europa è diventata un obiettivo sensibile del nuovo terrorismo jihadista.

Non che il vecchio continente fosse stato immune, nella decade precedente, dalla presenza del terrorismo islamista. Ma fino agli attentati alla stazione Atocha di Madrid, la sensazione diffusa era che l’Europa fungesse più da base logistica per cellule transnazionali che da centro operativo della moderna militanza islamica. Prima che quest’ultimo scenario si concretizzasse, il territorio italiano è stato usato, sin dagli anni ’90, come base di appoggio per i terroristi specialmente nel corso delle guerre nell’ex-Jugoslavia, che i mujaheddin tentarono di trasformare in un nuovo campo di battaglia per il Jihad. Grazie alla sua posizione geografica che permetteva un facile accesso al Nord Europa e ai Balcani, Milano divenne il crocevia dell’estremismo islamico in Italia, e l’Istituto culturale islamico (Ici) di viale Jenner un centro di proselitismo e reclutamento con connessioni internazionali per combattenti da inviare in Bosnia e Cecenia. L’Ici forniva documenti, appoggio logistico e denaro per i volontari arabi, e il suo Imam, Anwar Shabaan, uno dei principali leader della Gamaa Islamiya egiziana, divenne tra l’altro comandante del Battaglione dei mujaheddin in Bosnia, fino a quando rimase ucciso nel 1996 in Croazia. Sempre nel capoluogo lombardo, dal 1998 al 2001 operò la cellula di Essid Sami Ben Khemais, tunisino legato al Gruppo di Francoforte (che pianificò l’attentato fortunatamente sventato contro la cattedrale di Strasburgo nel 2000) e frequentatore dei campi di addestramento di al-Qaeda in Afghanistan.

Nonostante le numerose operazioni delle forze di sicurezza italiane che più volte hanno smantellato le reti legate al Centro, la rete milanese è stata in grado di rigenerarsi nel tempo, e cellule di questo network che già avevano reclutato volontari per la guerra in Afghanistan riuscirono a inviare combattenti anche in Iraq. Oltre a Milano, in diverse città del Nord Italia negli ultimi anni sono stati sventati complotti collegati a cellule principalmente composte da individui nordafricani e connesse al “gruppo salafita per la predicazione e il combattimento” algerino e al “gruppo combattente islamico” marocchino.

La ricostruzione della trama degli attentati di Madrid ha poi confermato chiaramente la natura del terrorismo islamista che minaccia l’Europa: un terrorismo transnazionale che oltrepassa frontiere, collega individui di differente nazionalità e diversa affiliazione e, come gli attentati di Londra e Madrid insegnano, sa essere altamente letale.

Il 4 febbraio del 2004, cinque settimane prima dell’11 marzo, Rabei Osman Es Sayad Ahmed, presunta mente degli attentati di Madrid, e conosciuto come Mohammed l’egiziano, attivò per la prima volta un indirizzo di posta elettronica introducendo nel formulario un nome immaginario, un domicilio fittizio e una data di nascita per nulla casuale: 11 marzo. Lo fece dalla sua casa di Milano, la stessa nella quale venne arrestato nel giugno 2004 dalla Digos, in quanto sospettato di pianificare attentati in Europa e Italia e di reclutare attentatori suicidi desiderosi di combattere il loro jihad in Iraq. In Italia Rabei è stato condannato a 10 anni di carcere, mentre i giudici spagnoli lo hanno assolto dalle accuse di essere tra gli ideatori dei “treni della morte”, nonostante le intercettazioni telefoniche condotte dalle autorità italiane sembrassero indicare il contrario.

Una guerra santa “individualizzata”
L’attentato contro la caserma Santa Barbara di Milano, riporta quindi l’attenzione sul terrorismo in Italia a quasi un mese dall’attentato contro i sei militari della Folgore che hanno perso la vita a Kabul. A prescindere da quello che le indagini dimostreranno, se cioè il libico Mohammed Game abbia agito per contro proprio con gli altri due complici o nell’ambito di una rete fondamentalista più ampia, da quanto accaduto possono essere tratte alcune valutazioni.

Secondo il direttore della polizia di prevenzione, Carlo De Stefano, l’attentato presenta aspetti di gravità che fanno ipotizzare che l’obiettivo fosse quello di provocare vittime. L’ordigno che è stato utilizzato,pur rudimentale, non è esploso del tutto, e i due chili della sostanza adoperata per fabbricarlo, più i 40 sequestrati nello ore successive, indicano che non si è trattato di un semplice gesto dimostrativo. Anche se fortunatamente l’attentato non è stato letale e con tutta probabilità è stato isolato, un militare è rimasto lievemente ferito mentre Game ha subito gravi ferite. Si tratta comunque del primo caso del genere che interessa direttamente l’Italia.

Gli studi sulle cellule jihadiste in Europa indicano, del resto, che gli individui che passano da semplici visioni estremistiche alla decisione di compiere un atto terroristico hanno soprattutto motivazioni politiche. Gli attentati Madrid e Londra hanno poi rappresentato uno spartiacque per l’Europa, con la formazione di cellule genericamente ispirate dal “qaedismo” piuttosto che affiliate ad al-Qaeda.

Negli ultimi anni è aumentato in Europa il numero di incidenti che hanno coinvolto individui che operano singolarmente, un modus operandi diverso rispetto al passato e che si richiama ad un jihad “individualizzato”. Una strategia che a volte può risultare efficace, e che per questo motivo è stata anche consigliata dai teorici di al-Qaeda. Sebbene non vada ingigantita la portata di quanto accaduto a Milano, è indubbio che l’attenzione debba rimanere costante.

Il pericolo per l’Italia, come per l’Europa, sembra attualmente provenire proprio dai terroristi “cresciuti in Italia, appartenenti principalmente alle seconde e terze generazioni di immigrati che si radicalizzano nella ricerca, spesso tramite internet, di una ispirazione ideologica che possa legittimare il proprio jihad e indicazioni tecnico-operative che gli consentano di passare all’azione. Secondo quanto segnala Abdel Amid Shaari, presidente del Centro Islamico di Milano, Game si recava in moschea ogni tre o quattro mesi, la storia personale dell’attentatore rientra in questa casistica: si tratta spesso di individui che sembrano inizialmente disattenti nei confronti della religione, che non pregano regolarmente in moschea e che vivono crisi personali prima di determinarsi ad agire.

Il pericolo di questo genere di attentati persiste proprio perché è impossibile prevederli in assenza di una struttura organizzata, una circostanza che rende più complesso il lavoro di intelligence. Ma non va nemmeno dimenticato che l’Italia, come altri paesi Nato impegnati in prima linea nel contrasto del terrorismo internazionale in Afghanistan, rimane pur sempre un obiettivo della retorica anti-occidentale e del fanatismo jihadista.

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Vedi anche:

R. Fabiani: Al-Qaeda in Nord Africa fra propaganda e realtà

R. Matarazzo: L’impegno in Afghanistan e la conventio ad excludendum contro l’Italia