IAI
Scenari strategici

La sicurezza europea tra Nato e Ue

1 Ott 2009 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Il tema della “sicurezza europea” riaffiora spesso nel dibattito politico e accademico, intrecciandosi sia agli sviluppi della Ue e della Nato, sia all’evoluzione delle numerose missioni di pace condotte sotto bandiera Ue (le missioni Pesd in corso sono ben 13, quelle già concluse 12). Sia nel mondo accademico che tra gli addetti ai lavori si dibatte da anni dei limiti del concetto di sicurezza e del suo rapporto con quello di “difesa”. Questo dibattito è conseguenza della crescente percezione di insicurezza delle società occidentali e dei processi politici e mediatici che tendono a far rientrare sotto la categoria di “sicurezza” temi più vasti, come il cambiamento climatico o le pandemie. “Securitization” ed insicurezza si presentano dunque come aspetti caratterizzanti di società che la globalizzazione mette in connessione con minacce, come il terrorismo internazionale o i flussi migratori, dovuti a instabilità regionali e che nascono lontano dai confini nazionali.

Un interessante contributo a questa riflessione è stato offerto dal primo workshop dello European Security and Defence Forum organizzato da, Chatham House in collaborazione con lo IAI e Finmeccanica. Uno dei passaggi chiave del rapporto evidenzia come il concetto e la politica di sicurezza siano passati dall’affrontare minacce di per sé tangibili e facilmente identificabili, come ad esempio l’arsenale nucleare sovietico puntato sul territorio degli alleati, a rischi più complessi, transnazionali e difficilmente prevedibili, come il terrorismo, la proliferazione di armi di distruzione di massa, la sicurezza energetica e i cyber attacchi. Non è un caso che la Strategia europea di sicurezza includa una gamma di minacce per la sicurezza dell’Ue e dei suoi cittadini, che va ben oltre l’attacco militare convenzionale.


La Ue rappresenta l’altro pilastro del binomio sicurezza-europea. A quasi dieci anni di distanza dalla dichiarazione di Saint-Malo che ha messo in moto la Politica europea di sicurezza e difesa (Pesd), le istituzioni dell’Unione sono diventate per molti governi europei un punto di riferimento per rispondere a crisi regionali non lontane dai confini europei. È ormai quasi un luogo comune dire che minacce e rischi globali richiedono una risposta globale. La novità è che quattro decadi dopo il fallimento della Comunità Europea di Difesa, e mezzo secolo dopo l’istituzione della Nato, sicurezza e difesa sono entrate nel raggio di azione delle istituzioni dell’Ue.

Certo, un conto è affermare che la risposta ai problemi di sicurezza deve essere transnazionale, un altro è raggiungere una percezione comune di tali problemi tra i paesi europei, coordinare le strategie nazionali e mettere in campo la volontà politica e le risorse necessarie per dare corpo alla “risposta europea”. Anche mettendo da parte il caso traumatico della guerra in Iraq, i paesi membri dell’Ue hanno avuto posizioni divergenti sulle principali questioni di sicurezza venute alla luce negli ultimi anni: dal riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo, all’aggressività della potenza energetica e militare russa. Tuttavia, quegli stessi paesi membri sono sempre più impegnati nella faticosa opera di mediazione e coordinamento, che ha fruttato anche importanti assunzioni di responsabilità, come nel caso della missione Pesd inviata in Georgia a seguito del cessate il fuoco negoziato dall’allora presidenza di turno francese dell’Ue.

Pragmatismo tra Nato e Pesd
Il punto è ora capire in base a quali linee guida, e in quali casi, l’Ue possa rivelarsi un mezzo più efficace della Nato a disposizione dei governi europei per garantire e mantenere la sicurezza europea. Il quadro è ulteriormente complicato dal fatto che, come sottolineato anche in un recente studio dello IAI, la cooperazione tra Nato e Pesd è deficitaria per problemi politici piuttosto che tecnici: un esempio lampante è la vertenza tra Turchia e Cipro che causa un veto incrociato da parte dei due paesi (rispettivamente membri della Nato e dell’Ue) alla cooperazione tra le due istituzioni. Anche in quest’ottica la situazione non è però cristallizzata, e vi sono positivi segnali di cambiamento.

Il rientro della Francia nel comando integrato dell’Alleanza Atlantica dello scorso marzo, ad esempio, ha segnato un passo in avanti a favore di una maggiore cooperazione tra le due istituzioni di Bruxelles, dando sostanza politica alla rete di accordi organizzativi già esistenti sulla base degli accordi “Berlin Plus”. Passare da discussioni astratte su quale “divisione del lavoro” adottare tra le due organizzazioni responsabili per la sicurezza europea, a un pragmatico approccio alle crisi e minacce da affrontare volta per volta, contribuirebbe fortemente ad una efficace politica di sicurezza. Infatti, la rapida evoluzione del contesto strategico internazionale mal si adatta a schemi rigidi e preordinati, che in ogni caso dipendono dalla volontà politica dei singoli governi di impegnare (o disimpegnare) risorse umane e materiali in questo o quel teatro di crisi. Inoltre, spesso Nato ed Ue sono impegnate contemporaneamente in teatri come i Balcani o l’Afghanistan, con diversi compiti e risorse, e in questi casi paradossalmente la cooperazione sul terreno funziona meglio di quella strategica tra i palazzi di Bruxelles e delle capitali europee.

Nei prossimi mesi il quadro della sicurezza europea sarà soggetto ad ulteriori, importanti cambiamenti. L’ auspicata ratifica del Trattato di Lisbona e la definizione del nuovo Concetto Strategico Nato rappresentano per Ue e Nato due passaggi obbligati. Al tempo stesso, i Balcani e l’Afghanistan costituiscono i maggiori banchi di prova per la capacità e le ambizioni delle due organizzazioni di provvedere alla sicurezza europea in modo diretto, nelle regioni ancora instabili del Vecchio Continente, o indiretto, là dove minacce transnazionali come il terrorismo hanno origine. La riflessione sulla sicurezza europea, la politica per garantirla e le azioni per realizzarla, dovranno essere dunque all’altezza della sfida che le attende.

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Vedi anche:

M. Nones: Un passo avanti verso l’integrazione del mercato europeo della difesa

S. Silvestri: La Nato entra nella terza età. Decadenza o rilancio?