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Dopo il si irlandese

Il Trattato di Lisbona a un uomo dalla meta

4 Ott 2009 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Un uomo solo contro il Trattato di Lisbona: dopo il sì dell’Irlanda, scaturito a larga maggioranza dal referendum del 2 ottobre, il presidente ceco Vaclav Klaus resta l’ultimo vero ostacolo al completamento delle ratifiche e all’entrata in vigore del Trattato. Ancora prima di conoscere il risultato irlandese – un sì più netto di quanto non lo era stato il no nel giugno 2008 – il presidente euroscettico aveva detto alla tv ceca che in nessun caso si sarebbe sentito vincolato ad apporre la sua firma alla ratifica: “Se gli irlandesi voteranno a favore, non vuol dire che io un minuto dopo firmerò: prima”, aveva concluso, “aspetterò la nuova delibera della Corte costituzionale ceca”.

La corsa alle nuove cariche
Dopo lo sblocco irlandese il presidente polacco Lech Kaczynski, l’altro la cui firma s’è fatta finora attendere, potrebbe invece firmare il Trattato di Lisbona nel giro di pochi giorni. La firma del capo dello Stato polacco è necessaria per ultimare il processo di ratifica della Polonia, dopo che il parlamento di Varsavia ha espresso il voto positivo sulla ratifica il 1˚aprile scorso.

Riserve di Klaus a parte, il sì dell’Irlanda rappresenta un passo avanti necessario e probabilmente decisivo verso l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona. E ha subito innescato manovre politiche e diplomatiche. Da una parte, va rinnovata la Commissione europea, il cui presidente Josè Manuel Barroso è stato confermato il mese scorso dal Parlamento europeo, ma molti dei cui commissari sono destinati a essere avvicendati – resterà al suo posto, però, l’italiano Antonio Tajani. Dall’altra, si tratta di designare la nuova figura del presidente del Consiglio europeo (che secondo il Trattato di Lisbona rimarrà in carica due anni e mezzo rinnovabili) e dell’Alto rappresentante della Politica estera e di sicurezza comune (Pesc).

C’è chi dà per scontata la prima scelta. La stampa popolare britannica scommette che l’ex premier laburista Tony Blair sarà il primo ‘presidente Ue’ e che sarà nominato entro la fine di ottobre: pressioni per una decisione in tempi brevi verrebbero, secondo le fonti citate dai giornali londinesi, dalla presidenza di turno svedese dell’Ue.

Il nodo della Corte costituzionale ceca
La fretta dovrà, però, essere mitigata: Klaus e la Corte costituzionale ceca hanno i loro tempi. Martedì 29 settembre, un nuovo ricorso contro il Trattato è stato presentato davanti all’Alta Corte da un gruppo di esponenti liberali. Il presidente della Corte ha ora due settimane di tempo per fare conoscere il proprio parere, mentre la Corte ha tre settimane per annunciare la data della pronuncia, prima della quale sembra escluso che Klaus firmi.

Lo scorso autunno, la Corte costituzionale aveva espresso un giudizio favorevole, ma parziale sulla costituzionalità del Trattato. Questa volta l’Alta Corte è chiamata a valutare il Trattato nel suo insieme. Uno degli autori dell’attuale ricorso, il senatore Jiri Oberfalzer, sostiene che la Corte deve stabilire se l’Ue rimane “un’organizzazione internazionale” o se diventa “un Superstato” che limita la sovranità nazionale ceca.Il Trattato è stato approvato da entrambi i rami del Parlamento di Praga: a febbraio dalla Camera e a maggio dal Senato.

Il sospiro di sollievo dell’Ue
In attesa delle nuove prove, l’Unione europea può, intanto, godersi una giornata di festa e tirare un sospiro di sollievo, come emerge da tutte le dichiarazioni che piovono da Bruxelles e dalle capitali: di sollievo, prima ancora che di soddisfazione. Con il referendum di sabato, che ha interessato circa 3,1 milioni di elettori chiamati, in fondo, a decidere per 500 milioni di cittadini europei, l’Irlanda s’è pronunciata per la seconda volta in meno di 16 mesi sul Trattato di Lisbona e, di fatto, sul futuro dell’Unione Europea.

Se nel giugno del 2008 i no erano stati il 53,4% – un risultato sorprendente in un Paese che ha tratto indubbi benefici economici e sociali dalla sua partecipazione all’Unione europea – questa volta il successo dei sì non è mai stato in discussione. A partire dagli exit poll circolati dopo la chiusura dei seggi alle 22.00 locali, fino all’arrivo dei primi risultati inviati dai 43 collegi elettorali al Castello di Dublino, il trend è risultato subito chiarissimo: la partecipazione è andata oltre il 60% e ha superato di almeno sette punti quella dell’anno scorso.

Per il progetto di integrazione europea, da tempo in stallo, il rischio era elevato: il sì è pesante, ma di per sé non è sufficiente a rimuovere gli ostacoli che restano sulla via dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona; un no sarebbe stato invece decisivo, perché avrebbe bloccato ‘sine die’ il Trattato di Lisbona e avrebbe probabilmente aperto crepe nella struttura dell’Ue, compromettendone non solo lo sviluppo, ma la tenuta stessa.

Per convincere i suoi connazionali, il premier irlandese Brian Cowen, questa volta iperattivo nella campagna per il sì, ha sostenuto che un no avrebbe innescato un’Europa a due velocità. Scenario poco auspicabile per un Paese come l’Irlanda, che si sarebbe ‘auto-condannato’ a restare nel convoglio più lento dell’integrazione, magari insieme ai britannici e a molti dei neo-membri dell’ex Europa comunista. Oltre a quello del governo, il Trattato di Lisbona aveva il sostegno di grande aziende – fra tutte,la Ryanair, i cui aerei esibivano un messaggio ‘pro sì’ – e di tutti i partiti politici maggiori, meno lo Sinn Fein e l’estrema sinistra.

Ma in Irlanda c’era da contrastare un forte malcontento, una rabbia quasi palpabile: il no a Lisbona poteva essere un modo, come lo era stato nel 2008, di dire no, più che all’Europa, al governo e alla paura. Dopo essere stata un fenomeno economico più che decennale, l’Irlanda è infatti recentemente tornata ad annaspare, travolta dalla crisi internazionale. Il messaggio del fronte del no mescolava gli argomenti: evocava, in caso di vittoria dei si, il sorgere di un governo sovranazionale poco legittimato; enfatizzava una sovranità nazionale conquistata col sangue e ora minacciata dagli eurocrati; annunciava una fantasiosa riduzione della paga oraria (a un euro e 84 centesimi, precisava); sosteneva persino che le nuove leggi europee avrebbero intaccato la moralità delle ragazze d’Irlanda.

Il premier Cowen aveva negoziato a Bruxelles garanzie che il Trattato non avrebbe intaccato alcuni settori della sovranità nazionale: neutralità militare, tasse, aborto, ovvero gli spauracchi usati dal fronte del no per vincere la prima volta. Declan Ganley, l’imprenditore divenuto ‘Mr.No’, sosteneva, però, che “l’Irlanda non ha nulla da perdere a votare No” e che “questo Trattato non è affatto cambiato da quando lo abbiamo bocciato”.

Questa volta, però, gli irlandesi hanno ascoltato più Cowen che Ganley. Adesso, l’Europa e il signor Klaus non devono deluderli.

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Vedi anche:

M. Bothe: Integrazione europea e patriottismo parlamentare

R. Matarazzo: L’autunno caldo dell’Ue