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Assemblea Generale dell’Onu

Il ritorno degli Usa alle Nazioni Unite

1 Ott 2009 - Federiga Bindi - Federiga Bindi

La sessantaquattresima Assemblea Generale delle Nazioni Unite (Unga) si è aperta nel segno di Barack Obama. Il presidente americano ha ricevuto una calda accoglienza da parte delle delegazioni internazionali a New York, in parziale contrasto con l’atmosfera che lo circonda a casa, dove anche tra i democratici di più provata fede stanno emergendo prese di distanza e atteggiamenti critici. Nella migliore tradizione di double track diplomacy, l’Unga è stata dunque per Obama un’occasione preziosa per mandare messaggi, oltre che al mondo, soprattutto all’arena domestica. Un tentativo, tuttavia, non privo di rischi.

Il presidente americano si è distinto in tre momenti chiave: il vertice sui cambiamenti climatici, il discorso in Assemblea Generale e la riunione del Consiglio di Sicurezza sulla non proliferazione nucleare.

Sfida al climate change
Nel vertice sui cambiamenti climatici Obama ha ribadito la centralità della sfida ambientale per la sua amministrazione, anche in vista della conferenza internazionale che si svolgerà a dicembre a Copenhagen. Per il presidente americano se i paesi sviluppati svolgessero un ruolo guida e mantenessero gli impegni assunti, i Paesi in Via di Sviluppo (Pvs) li seguirebbero, puntando anche più direttamente sullo sviluppo delle tecnologie verdi. Un leit motive, questo, ripreso anche dal presidente francese Nikolas Sarzozy, che ribadendo l’impegno europeo in campo ambientale ha evocato l’ipotesi dell’introduzione di dazi anti-CO2 da parte dell’Ue verso i paesi in via di sviluppo. Il presidente americano ha invece ricordato gli importanti contenuti del il Clean Act, approvato a fine giugno dalla Camera dei Rappresentanti, che pone per gli Usa degli obiettivi comparabili alla direttiva dell’Ue 20-20-20. Il Clean Act non è stato tuttavia ancora approvato dal Senato, dove nonostante i democratici abbiano un’ampia maggioranza, non è certo che riescano a raggiungere i 60 voti necessari a prevenire l’ostruzionismo (filibustering) dei repubblicani: alcuni senatori democratici rappresentanti degli stati produttori di carbone hanno, infatti, serie difficoltà a sostenerlo.

L’intervento in Assemblea Generale è stato usato dal presidente Usa per enucleare, non senza efficacia, anche le altre priorità della sua agenda internazionale: dal rilancio ai rapporti con la Russia, alla ratifica da parte Usa del Trattato per il bando complessivo degli esperimenti nucleari – Comprehensive Test Ban Treaty(Ctbt), al Medio Oriente, le pandemie, senza dimenticare gli intricati nodi del quadrante Afghanistan-Pakistan (il cosiddetto Af-Pak). Quanto al metodo, la nuova amministrazione punta sul multilateralismo; ne è prova la nomina della fedelissima Susan Rice a Rappresentante Permanente presso le Nazioni Unite (rendendole il rango di Cabinet member che fu di Madeleine Albright), il fatto che gli Usa abbiano saldato i debiti pregressi con le Nazioni Unite e che siano entrati nel nuovo Consiglio per i Diritti Umani. Ma il discorso di Obama era anche rivolto al pubblico americano: lo si è visto dall’enfasi con cui il Presidente ha spiegato perché questa agenda meglio corrisponda all’interesse americano e contribuisca a restituire agli Usa un ruolo di supremazia e credibilità nel mondo. Ciò non semplifica, tuttavia, le difficoltà interne di Obama nel dar seguito agli impegni assunti a livello internazionale.

Il pensiero rivolto all’America
Esempio lampante di tali difficoltà è la questione della non proliferazione nucleare e, specificatamente, della ratifica del Ctbt. Come aveva già annunciato a Praga, nel discorso al Consiglio di Sicurezza, Obama ha affermato che gli Usa ratificheranno il Ctbt. Ma, anche in questo caso, in Senato sembrano mancare i voti necessari e il Trattato, dopo la mancata ratifica del 1999, non verrà riproposto finché non si avrà almeno la ragionevole speranza dell’approvazione. Questo può voler dire che per la ratifica americana si dovrà attendere l’anno prossimo, se non addirittura il 2011.

Con buona pace dello slancio che, si sperava, la ratifica Usa avrebbe dato alla conferenza del riesame del Trattato di Non Proliferazione, che avrà luogo nella primavera del 2010. Il double track diplomacy è dunque forse più rischioso in questo campo che rispetto ai temi ambientali. Per il pubblico americano, infatti, ciò che conta maggiormente nelle relazioni internazionali è la capacità di leadership mondiale degli Usa. D’altro canto, in campo repubblicano (ma non solo) esiste un forte scetticismo verso il multilateralismo: il messaggio di Obama, congiunto alla recente decisione di rinunciare allo scudo missilistico in Polonia e Repubblica ceca, alla ripresa di relazioni di buon vicinato con la Russia, alla mano tesa all’Iran, ecc., può potenzialmente esacerbare piuttosto che migliorare la situazione, qualora venisse male interpretato.

La non proliferazione è infatti tema da specialisti e sostanzialmente materia negletta in Congresso negli ultimi 10 anni. Per poter giungere ad una ratifica del Ctbt sarà dunque necessario mettere in campo una notevole dose di moral suasion nei confronti del Senato e dell’opinione pubblica americana, che tuttavia non ne garantiranno il successo. Insomma, Obama si sta assumendo una gran quantità di rischi, in aggiunta alle difficili battaglie – in primis sulla riforma sanitaria – che sta combattendo a casa e che possono trasformarlo, a seconda degli esiti, nel più grande presidente Usa del dopoguerra o, al contrario, in un novello Jimmy Carter.

Il contributo dell’Italia
Anche all’Unga, l’Italia ha fatto la sua parte per sostenere il presidente americano. La non proliferazione e l’Iran sono temi strettamente interconnessi, perché se l’Iran non risponderà adeguatamente alle aperture negoziali di Obama, c’è il rischio che la sua intera strategia antiproliferazione vada in fumo. L’Italia, del resto, aveva posto la questione della non proliferazione al centro della sua presidenza del G8 ancor prima che il nuovo presidente americano venisse eletto, grazie a un’importante azione politica e di public diplomacy. Dal seminario sulla non proliferazione tenutosi a Washington nel dicembre 2008, al grande evento organizzato ad aprile 2009 sulla Nuclear Threat Initiavive (Nti) – il vero motore dell’azione di Obama sulla non proliferazione – l’Italia ha utilizzato la presidenza del G8 per portare avanti questi temi in agenda. La dichiarazione sulla non proliferazione adottata all’Aquila – un documento ad hoc invece di un paragrafo nel documento finale – era una scommessa ed un rischio che l’Italia ha corso ed ha vinto. Segno che l’Italia continua con serietà a giocare un ruolo importante nelle relazioni internazionali, che si spera le verrà riconosciuto quando verrà il momento opportuno.

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Vedi anche:

R. Aliboni: Le sfide della politica di Obama in Medio Oriente

R. Matarazzo: L’impegno in Afghanistan e la conventio ad excludendum contro l’Italia