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Energia e ambiente

Il percorso ad ostacoli verso Copenhagen

1 Ott 2009 - Antonio Dai Pra - Antonio Dai Pra

Dal 7 al 18 dicembre si svolgerà a Copenhagen la conferenza mondiale per la revisione del Protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012. I lavori preparatori del summit si sono tenuti nel corso di tutto il 2009, ma non sono stati in grado di mettere d’accordo i rappresentanti dei 190 Paesi che nel 1997 firmarono il Protocollo. Le divergenze più importanti si manifestano fra le principali potenze mondiali (Cina, India, Ue, Usa), prime responsabili per le emissioni di CO2.


L’Unione europea è ancora leader nella lotta al cambiamento climatico, grazie all’approvazione nel mese di dicembre 2008 della cosiddetta direttiva 20-20-20. Si tratta di un insieme di atti legislativi che prevedono entro il 2020 non solo una riduzione delle emissioni del 20% rispetto al 1990, ma anche l’aumento del 20% nell’utilizzo delle energie rinnovabili. Tuttavia, molti analisti dubitano della reale capacità dell’Ue di raggiungere tali obiettivi.

L’attuale crisi economica ed il conseguente crollo dei consumi, associato ad un prezzo del petrolio e del gas relativamente basso, hanno ridotto notevolmente gli utili delle società energetiche. Di conseguenza molti gruppi energetici sono stati costretti a rivedere i loro investimenti in tecnologie meno inquinanti, mettendo in dubbio il raggiungimento degli obiettivi della direttiva.

Inoltre l’Ue appare spaccata al suo interno sulla definizione delle misure comunitarie per la lotta al cambiamento climatico a sostegno dei paesi in via di sviluppo. Nelle negoziazioni sulla revisione del Protocollo, alcune economie emergenti (Brasile, Filippine, Malesia, etc.) hanno infatti chiesto, a fronte del loro impegno a ridurre le emissioni, “know how” e sostegno finanziario da parte dei paesi industrializzati per progetti a favore della mitigazione del cambiamento climatico. Alcuni paesi europei sembrano propensi a finanziare solo in minima parte questi progetti, preferendo fornire solamente tecnologie e “know how”. Tale posizione è giustificata dai timori di molti governi europei sull’effettivo utilizzo dei fondi da parte delle èlites governative dei paesi in via di sviluppo.

Nel corso di tutto il 2009, prima la Presidenza ceca, poi quella svedese dell’Ue, hanno cercato, in sede negoziale, di convincere Usa e Cina ad accettare obiettivi vincolanti di riduzione simili a quelli europei. I risultati sono stati tuttavia scarsi, a causa delle diverse posizioni che gli altri Paesi partecipanti ai lavori hanno dimostrato nel corso dei negoziati.

Le difficoltà di Obama al Senato
Se l’amministrazione Bush era decisamente critica verso il Protocollo di Kyoto e l’introduzione di limiti alle emissioni di CO2, l’elezione di Obama ha determinato un nuovo approccio per gli Stati Uniti. Nel corso dei lavori preparatori della conferenza di Copenhagen la nuova amministrazione americana si è dichiarata disponibile ad impegnarsi affinché gli Usa riducano entro il 2020 le proprie emissioni del 17% rispetto ai livelli del 2005. Questo sforzo è tuttavia considerato insoddisfacente sia dall’Ue, sia dalle lobby ambientaliste americane, secondo le quali tale impegno porterebbe ad una riduzione delle emissioni solo del 4% rispetto al 1990: percentuale ben lontana dall’obiettivo del 20% proposto dall’Ue.

Sebbene al Congresso siano in discussione diverse iniziative legislative per la lotta al cambiamento climatico, molti analisti mostrano scetticismo sulla reale capacità dell’amministrazione americana di adottare misure effettive per la riduzione delle emissioni. L’opinione pubbica americana è decisamente meno sensibile, rispetto a quella europea, alle problematiche climatiche e questo costituisce sicuramente un problema importante per l’attuale amministrazione. Diversi sondaggi dimostrano infatti che la maggioranza degli americani considera il rischio del cambiamento climatico solo come un pericolo per il livello occupazionale nel paese. Tali considerazioni si ripercuotono inevitabilmente sul Congresso, dove la maggioranza democratica sta incontrando serie difficoltà nel far approvare l’American Clean Energy and Security Act (Aces) Si tratta di una serie di atti legislativi che oltre a prevedere l’aumento del 20% dell’utilizzo di energia da fonti rinnovabili entro il 2020 (misura peraltro già approvata dall’Ue), mirano anche a sviluppare su ampia scala impianti per la cattura e lo stoccaggio del carbonio per le centrali elettriche (responsabili del 40% delle emissioni).

Sebbene l’Aces sia stato approvato, non senza difficoltà, dalla Camera dei Rappresentanti il 26 giugno scorso, molti deputati appaiono scettici sulle effettive possibilità di farlo approvare al Senato, ove la maggioranza democratica necessaria ad evitare l’ostruzionismo (filibustering) dei repubblicani è molto a rischio. Nonostante le difficoltà di politica interna appaiano determinanti, il problema fondamentale è rappresentato dall’ostilità dei paesi in via di sviluppo (Brasile, Cina e India) all’introduzione di obblighi di riduzione vincolanti.

Questo rifiuto è stato utilizzato dalle lobby industriali fin dal luglio 1998, quando il Senato statunitense approvò la “Byrd-Hagel Resolution” che dichiarava l’impossibilità per l’esecutivo di siglare qualunque tipo di accordo internazionale che potesse ridurre la competitività delle imprese statunitensi o che non prevedesse obiettivi di riduzione obbligatori per i paesi in via di sviluppo. Alla luce dei numerosi problemi dell’amministrazione Obama, esiste la possibilità che gli Usa non aderiscano ad un nuovo accordo internazionale, per evitare possibili ostruzionismi al Congresso in sede di ratifica, preferendo invece la sigla di un accordo diretto con Cina, India e Ue. Tale approccio andrebbe tuttavia contro il nuovo corso multilaterale intrapreso sia dal presidente americano che dal Segretario di stato negli ultimi 9 mesi, ed appare dunque non facilmente perseguibile.

Cina, India e il gruppo dei 37
Sebbene Cina e India si siano sempre opposte all’introduzione di obiettivi vincolanti per la riduzione dei gas serra, al recente summit Onu di New York i governi di Pechino e Nuova Delhi hanno dato cenni di apertura alla possibilità di contenere le emissioni, pur senza proporre impegni precisi. Il presidente cinese Hu Jintao ha infatti dichiarato che entro il 2020 la Cina ridurrà le emissioni in misura consistente rispetto ai valori registrati nel 2005. Hu Jintao ha inoltre dichiarato che al 2020 il 15% dell’energia consumata in Cina sarà prodotta da fonti rinnovabili.

Nonostante l’apertura delle due potenze asiatiche, c’è grande scetticismo sulla reale volontà cinese e indiana di sottoscrivere un accordo internazionale che vincoli le loro economie a tetti massimi per le emissioni. Secondo molti diplomatici, infatti, India e Cina preferiscono verificare la reale volontà dei paesi occidentali di ridurre le proprie emissioni prima di prendere in considerazione la possibilità di adottare piani di riduzione, causando in questo modo una sostanziale paralisi dei negoziati. Contemporaneamente un gruppo di 37 paesi, costituiti per lo più dalle economie in via di sviluppo (fra le quali rientrano Brasile e Cina), si sono dichiarati disponibili a ridurre le loro emissioni del 40% rispetto ai valori del 1990, a fronte però di un notevole sostegno finanziario da parte dei paesi industrializzati.

Mesi infuocati
La firma di un nuovo accordo internazionale sul cambiamento climatico appare tanto importante quanto difficile da raggiungere. Sebbene i principali leader mondiali dichiarino la necessità di raggiungere un accordo entro la metà di dicembre, gli ostacoli appaiono, ad oggi, quasi insormontabili. Le difficoltà interne di Obama (la risicata maggioranza al Congresso e lo scarso sostegno dell’opinione pubblica), le paure di Cina e India per i propri settori industriali e la debolezza della diplomazia ambientalista europea lasciano presagire che, molto probabilmente, a Copenhagen non si riusciranno a raggiungere gli obiettivi largamente auspicati.

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Vedi anche:

F. Bindi: Il ritorno degli Usa alle Nazioni Unite

F. Chiesa: L’autunno caldo di Obama in vista di Copenhagen

R. Matarazzo: L’autunno caldo dell’Ue.