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Unione europea

È davvero il momento di Tony Blair?

15 Ott 2009 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

“Tieni duro, Vaclav!”: l’incitamento al presidente della Repubblica ceca Vaclav Klaus, euroscettico convinto, potrebbe paradossalmente divenire il nuovo slogan degli euroentusiasti. Se Klaus dovesse infatti superare le sue esitazioni e firmare la ratifica del Trattato di Lisbona – consentendone così l’entrata in vigore – all’Unione europea verrebbe a mancare ogni alibi: ciò renderebbe drammaticamente palese la mancanza di volontà di dare nuovo impulso al processo di integrazione. Se Klaus, invece, non firmasse, qualcuno afferma che la crisi che ne conseguirebbe potrebbe causare scossoni magari anche salutari per l’Ue, innescando ‘scatti in avanti’ dei paesi che storicamente hanno guidato il progetto europeo.

Per il momento, comunque a Praga il ‘fattore K’ resiste. L’Alta Corte ceca si riunirà a Brno il 27 ottobre per avviare l’esame del ricorso contro il Trattato di Lisbona presentato da 17 senatori. Klaus si rifiuta di garantire la firma alla ratifica anche se i giudici dovessero respingere il ricorso. La stasi ceca sta già avendo qualche riflesso sull’Ue: il Vertice di fine ottobre, ad esempio, non potrà sciogliere i nodi delle nomine dei membri della nuova Commissione europea, del presidente stabile del Consiglio europeo e del Signor ‘politica estera’, tutte dipendenti dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona.

Lo spettro dei conservatori inglesi
Dopo il sì nel referendum irlandese del 2 ottobre e la firma del presidente polacco Lech Kaczynsky, il presidente ceco resta l’unico dei 27 leader Ue a non avere perfezionato, nonostante il voto favorevole del parlamento nazionale, la procedura di ratifica. Se non lo facesse entro maggio 2010, i conservatori inglesi, probabili vincitori delle elezioni politiche della prossima primavera, già promettono di sottoporre il varo del Trattato ad un ennesimo, e probabilmente esiziale, referendum nazionale.

Lo scenario più verosimile è tuttavia che Klaus giunga alla firma entro l’autunno, facendo entrare in vigore il Trattato di Lisbona senza, tuttavia, che i cittadini europei percepiscano veri cambiamenti, fatta eccezione per le nuove nomine, che potrebbero essere discusse in un Vertice straordinario convocato dalla presidenza di turno svedese. Del resto, basta ripercorrere le principali novità previste dal Trattato di Lisbona per capire che esse non avranno, nell’immediato, un forte impatto sulla vita quotidiana degli europei. Il nuovo testo ha l’obiettivo, tra l’altro, di adattare il funzionamento della vecchia Ue – nata a 12 e pensata al massimo a 15 – a un’Unione che ha ormai 27 membri, destinati a loro volta ad aumentare. Firmando la ratifica, il presidente polacco Kaczynski, ha detto, ad esempio, che l’Ue deve restare aperta ad ulteriori allargamenti, fino alla Georgia.

I leader più restii alla ratifica sottolineano, a ogni occasione, che il nuovo Trattato costituisce “un passo in avanti”, ma che “l’Ue resta un’Unione di Stati nazionali” sovrani e gelosi della propria sovranità. Parole che cozzano un po’ con quelle d’augurio e speranza del messaggio inviato al collega polacco dal presidente italiano Giorgio Napoletano, secondo cui l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona “potrà assicurare lo sviluppo dell’Unione e una maggiore solidarietà tra gli Stati e i Popoli d’Europa”.

Un’Unione più forte
Ricordiamo, dunque, le novità:
– il Parlamento europeo rafforza il suo ruolo e potrà dire la sua, tramite il processo di codecisione con il Consiglio dei Ministri dell’Ue, su nuove importanti materie, come giustizia, immigrazione, trattati internazionali;
– in ben 45 settori, il sistema di voto esclude il potere di veto, ovvero non impone che le decisioni vengano assunte all’unanimità, mentre lo mantiene in aree chiave come fiscalità e difesa. Il Trattato introduce inoltre, progressivamente fino al 2017, un meccanismo di voto a doppia maggioranza: ponderata dei Paesi e assoluta della popolazione. Per la prima volta, i Parlamenti nazionali compaiono nella mappa istituzionale dell’Unione europea, con una funzione di verifica del principio di sussidiarietà (se sia cioè meglio trattare una materia a livello europeo o nazionale);
– il potere d’iniziativa legislativa non sarà più esclusivo appannaggio della Commissione europea, perché i cittadini potranno lanciare un’iniziativa legislativa se saranno in grado di raggiungere un milione di firme raccolte in diversi paesi;
– cambiano i criteri di composizione della Commissione e del Parlamento europeo;
l’Ue acquisisce una personalità giuridica e viene introdotta una “clausola d’uscita” dall’Unione.

Le novità più attese e simbolicamente più rilevanti sono quelle del presidente stabile del Consiglio europeo e del “nuovo” Alto rappresentante per la politica estera. Il primo presiederà le riunioni dei capi di Stato o di governo dei 27 e avrà un mandato di due anni e mezzo rinnovabili, superando così, la mancanza di continuità determinata dalla rotazione semestrale delle presidenze. Il secondo è una sorta di ‘ministro degli esteri’, che sarà anche vice-presidente della Commissione e riunirà finalmente in una sola figura i poteri del commissario alle relazioni esterne e quelli dell’Alto rappresentante per la politica estera e di difesa già esistenti.

Come era inevitabile, a Bruxelles e nelle capitali si è già scatenato il ‘toto-nomine’, con la candidatura forte, per la presidenza dell’Ue di Tony Blair, laburista britannico, eurotiepido , e molto vicino al presidente Usa George Bush nel cruciale passaggio della guerra in Iraq. Sarebbe davvero singolare se l’Unione non riuscisse a darsi un ‘testimonial’ più rappresentativo di quello di un politico mai distintosi per europeismo, ormai marginale in patria – specie in caso di vittoria dei conservatori – e interprete di un atlantismo che sa più d’acquiescenza agli Stati Uniti che di paritario confronto fra alleati.

L’insoddisfazione per questa Europa “ibrida, ermafrodita, istituzionale e inter-governativa” – la definizione è di Giuliano Amato, ospite tempo fa di un Colloquio Spinelli – non deve tuttavia fare passare in secondo piano elementi positivi: che l’Unione non si sarebbe fatta tutta in una volta sola lo aveva già previsto il ministro degli esteri francese Robert Schuman nella lettera del 9 maggio 1950, da cui prese avvio il processo d’integrazione; e il percorso compiuto fino ad oggi è comunque stato, a parità di tempo decorso, maggiore di quello compiuto dagli Stati Uniti d’America nei loro primi sessant’anni di vita. Per non fermarsi proprio ora, tuttavia, è necessario scegliere leader non di facciata e che siano all’altezza della sfida. Che rimane, comunque, tutta in salita ed estremamente ambiziosa.

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Vedi anche:

G. Tosato: Se la Corte tedesca chiede più democrazia in Europa

G. Gramaglia: Il Trattato di Lisbona a un uomo dalla meta

M. Bothe: Integrazione europea e patriottismo parlamentare