IAI
Ruolo internazionale dell’Italia

Una rinnovata politica estera liberal-democratica

1 Set 2009 - Raffaele Marchetti - Raffaele Marchetti

In un’epoca in cui i confini tra le questioni nazionali e quelle internazionali sono sempre più labili, il dibattito di politica estera in Italia rimane perlopiù ristretto allo spazio mentale nazionale. Non si riesce a dare una risposta convincente alle sfide più importanti del nostro tempo proprio perché non le si inquadra in un’ottica più ampia. Il dibattito sul ruolo internazionale dell’Italia lanciato su questa rivista da un articolo di Stefano Silvestri può risultare particolarmente utile proprio perché invita a ripensare la proiezione internazionale del nostro paese prendendo la globalizzazione come quadro di riferimento.

Quale spazio per l’Italia nel mondo globalizzato?
La globalizzazione offre importanti opportunità, ma espone anche a una serie di rischi e minacce. Sta ad ogni paese accettare la sfida e cercare di trarne il massimo vantaggio, ovvero ripiegare su se stesso con politiche autocentrate che non possono che fallire. Non potendo essere ignorata, la globalizzazione va governata. La costruzione di un nuovo spazio politico globale è d’altronde in corso e l’Italia deve cercare di avere voce in capitolo.

Che mondo vogliamo? Che tipo di relazioni internazionali siamo pronti a costruire in un mondo globalizzato? Quali attori e quali azioni bisogna sostenere? Di modelli di politica globale in discussione ce ne sono molti: da quello di stampo neo-liberale, a quello altermondialista e localista di stampo radicale; da quello macroregionalista a quello liberaldemocratico di stampo cosmopolita.

I maggiori attori internazionali stanno prendendo posizione. È bene che anche in Italia se ne discuta in modo approfondito. A dire il vero, aveva iniziato a ragionarci su il gruppo di riflessione presso il Ministero degli Esteri che aveva prodotto il “Rapporto 2020: le scelte di politica estera”. Recentemente anche autorevoli esponenti del mondo politico si sono impegnati su una riflessione di questo tipo (si vedano i recenti saggi di Fausto Bertinotti, Massimo D’Alema, e Giulio Tremonti). Ciononostante non si notano ancora significative ricadute di queste discussioni sulle scelte di politica estera.

Nuove direttrici per la proiezione internazionale
È l’ottica liberaldemocratica quella più efficace per promuovere il ruolo internazionale del nostro paese. Muovendo da una realistica presa d’atto delle dinamiche della globalizzazione, essa auspica una fuoriuscita dall’occidentalo-centrismo ormai insostenibile in un mondo in cui non solo gli “altri contano”, ma ci stanno ormai sorpassando.

Tradizionalmente la politica estera italiana si è sviluppata lungo quattro direttrici: l’alleanza atlantica, il progetto europeo, i rapporti mediterranei e l’area balcanica. Queste linee d’azione rimangono centrali, ma non sono più sufficienti: vanno integrate con tre nuove direttrici che tengano conto del mutato scenario in cui l’Italia si trova oggi ad agire.

La prima direttrice riguarda lo sviluppo di maggiori legami con le potenze emergenti a livello globale. Naturalmente qui il riferimento immediato sono i paesi del gruppo Bric (Brasile, Russia, India, Cina) e il Giappone, ma non soltanto. Ignorare una serie di altri paesi in ascesa, quali la Corea, il Messico o l’Indonesia, potrebbe costare molto caro al nostro paese. Per rimanere competitivi a livello economico è necessario integrarsi con queste economie; si rischia altrimenti di perdere in partenza la scommessa del benessere delle future generazioni italiane. Allo stesso modo, non aprire un serio dialogo culturale con il mondo arabo, cinese, indiano o russo significherebbe chiudersi in un autismo culturale che soffocherebbe la nostra vitalità intellettuale.

La seconda direttrice è quella di una maggiore attenzione strategica all’azione del nostro paese all’interno delle organizzazioni internazionali. Ha ragione Vittorio Emanuele Parsi a sostenere che l’azione internazionale dell’Italia non può prescindere dall’Europa. Ma, va aggiunto, non può prescindere nemmeno dalle istituzioni multilaterali. La politica estera del nostro paese dovrà necessariamente passare per queste istituzioni se vorrà incidere in profondità sull’agenda globale. Maggiore attenzione andrebbe altresì dedicata agli italiani che in queste istituzioni lavorano, a partire dagli europarlamentari, considerati ancora, ahimè, onorevoli di serie B.

Valorizzare le fonti del soft power
La terza direttrice è la valorizzazione di alcuni storici punti di forza della proiezione internazionale dell’Italia. A cominciare dagli italiani all’estero: gli emigrati dei secoli passati e la loro discendenza, ma anche tutti quegli italiani che hanno scelto volontariamente di vivere all’estero in tempi più recenti: imprenditori, lavoratori, ricercatori (“i cervelli in fuga”), operatori del terzo settore etc. Tutti insieme formano uno straordinario serbatoio di vitalità, imprenditorialità, conoscenza che andrebbe utilizzati in modo più sistematico, così come fanno già altri paesi più avveduti. Una seconda componente sono i legami storici con le ex colonie. Un terza componente riguarda, infine, tutti coloro che subiscono il fascino del nostro paese: gli “innamorati” dell’Italia. Sono migliaia le persone attratte dal nostro paese per svariati motivi. È un vero peccato che non si utilizzino queste potenziali fonti di soft power.

In linea con le considerazioni precedenti, la politica estera italiana andrebbe considerata in senso più ampio, non quindi circoscritta alle forme diplomatiche tradizionali. Come detto, maggiore interazione si dovrebbe cercare con gli italiani e gli italofili all’estero. Ma si dovrebbero anche attuare politiche volte ad aumentare la capacità di attrazione del nostro paese nei confronti degli stranieri – investitori, studenti, lavoratori etc. – che possono contribuire alla crescita del paese. Alcuni degli investimenti in questa direzione non possono che essere valutati nel lungo termine, eppure senza questo tipo di strategia di lunga durata (che ben si presta ad essere sviluppata in modo bipartisan) sembra difficile mettere in piedi un programma ambizioso di consolidamento della presenza italiana a livello internazionale in un mondo in cui la competizione dei paesi emergenti è sempre maggiore.

Infine la questione del Ministero degli affari esteri. La politica estera non si fa soltanto attraverso il Mae, e probabilmente la si farà sempre meno attraverso di esso (penso al futuro corpo diplomatico europeo). E tuttavia è importante riformare tale istituzione per renderla in grado di cogliere sempre meglio le opportunità che la globalizzazione offre all’Italia. Mi limiterò a menzionare soltanto due questioni. Da un lato bisognerebbe accentuare la specializzazione di area del corpo diplomatico. È necessario che si conosca maggiormente il contesto – la lingua, la cultura etc. – in cui si opera. Sarebbe opportuno inquadrare la carriera diplomatica in macro-aree regionali. Dall’altro lato le ambasciate dovrebbero creare più sinergie tra le varie componenti della presenza italiana nel paese. Ciò implica una maggiore attenzione a tutte le attività in cui è coinvolto il sistema paese, da quelle economiche a quelle culturali. Il sostegno alle imprese all’estero è ancora inadeguato. Nostri diretti competitori, come Francia, Germania e Spagna, riescono a coordinare meglio le energie nazionali e in tal modo a promuovere più efficacemente il sistema paese nel suo insieme.

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Vedi anche:

S. Fagiolo: Identità nazionale e politica estera: un nesso indissolubile

F. Salleo: Il pericoloso paradosso del nazionalismo