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Nazioni Unite

Seggio europeo all’Onu: pio desiderio o possibilità concreta?

16 Set 2009 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

Con l’apertura della 64esima sessione dell’Assemblea Generale (AG), dove interverranno, i rappresentanti, a più alto livello, degli stati membri delle Nazioni Unite, è stata riproposta sulla stampa italiana la riforma del Consiglio di sicurezza (Cds) delle Nazioni Unite. Le discussioni sulla riforma di tale organismo vanno avanti dal 1994 e non sono ancora approdate ad un esito positivo. Francamente non si vede ancora la fine di un dibattito, che si trascina di anno in anno. Talvolta i lavori restano quiescenti per un’intera sessione dell’Assemblea, talaltra vengono ripresi con maggiore fervore. Ma difficilmente interessano l’opinione pubblica e le istituzioni governative, tranne gli addetti ai lavori.

Il Cds, che si compone di 15 membri, di cui cinque a titolo permanente e gli altri dieci eletti con cadenza biennale dall’ Assemblea Generale, ma non immediatamente rieleggibili, è un organo che è rimasto immutato nel tempo quanto alla sua composizione, tranne l’aumento del numero dei membri non permanenti da 6 a 10 nel 1963. I suoi poteri sono però aumentati: autorizza gli stati ad usare la forza e addirittura si è arrogato poteri legislativi con l’adozione di risoluzioni che impongono agli stati di trasporre nel proprio ordinamento interno quanto disposto dalla risoluzione (come è avvenuto con le recenti risoluzioni contro il terrorismo).

Gioco di rimessa
I membri permanenti non solo non devono correre l’alea della elezione, ma sono anche dotati del potere di veto, un tempo largamente praticato dall’Unione Sovietica, ma ora non disdegnato dagli Stati Uniti, con cui possono bloccare una risoluzione contraria ai loro interessi.

Si comprende pertanto l’importanza della posta in gioco e la ricorrente litania che, qualora l’Italia, a differenza della Germania e del Giappone, non potesse ascendere all’empireo dei membri permanenti, con o senza diritto di veto, sarebbe ridotta al rango di potenza di serie B.

A cosa si è pensato per contrastare, secondo un’interpretazione maligna, la posizione tedesca e degli altri membri del G4 (Brasile, Giappone e India) che aspirano ad un seggio permanente? È venuta fuori la proposta di attribuire un seggio all’Unione Europea. In realtà si tratta di una proposta che rimane solo sullo sfondo nelle trattative del Gruppo di lavoro incaricato della questione della riforma del Cds, ma non viene formalmente avanzata dai nostri rappresentati alle Nazioni Unite, almeno negli ultimi tempi. Si tratta di una proposta immaginifica, che fa presa sull’opinione pubblica, tanto che un sondaggio condotto dal Corriere della Sera conta l’81,4% di favorevoli. La proposta è stata ripresa sul Corriere della Sera del 14 settembre da Franco Venturini, il quale consiglia di proporre la questione del seggio europeo in seno al Consiglio Europeo, mettendo così Francia e Germania con le spalle al muro. Bene ha fatto il nostro ministro degli Esteri a chiarire che si tratta per ora di un’opzione non immediatamente percorribile.

Ostacoli giuridici e politici
In realtà la proposta di un seggio europeo alle Nazioni Unite non tiene né giuridicamente né politicamente. Sul punto ci siamo già espressi con dovizia di argomenti in un articolo pubblicato sulla Rivista di diritto internazionale dal titolo “Il seggio europeo alle Nazioni Unite” 2008, pp. 79-98.

Giova elencare gli ostacoli principali.
a) La Carta delle Nazioni Unite è chiara (art. 4). Possono divenire membri dell’organizzazione solo gli Stati. L’Ue non è uno stato, ma solo un’organizzazione internazionale, quantunque caratterizzata da una forte integrazione. Senza scomodare il referendum irlandese sull’adesione all’Ue, basta far riferimento alla recente sentenza della Corte Costituzionale tedesca e i paletti che essa ha posto al processo d’integrazione europea per un’ulteriore spinta in senso federalista. Nessun rilievo è poi da attribuire, al contrario di quanto afferma certa cattiva letteratura politologica, alla disposizione del Trattato di Lisbona, che attribuisce all’Ue la personalità giuridica;
b) Ovviamente si potrebbe riformare l’art. 4 della Carta delle Nazioni Unite, che regola la procedura di ammissione all’organizzazione. Ma tale possibilità appare remota e, qualora si realizzasse, aprirebbe il vaso di pandora delle richieste delle altre organizzazioni regionali (Unione africana, Organizzazione degli Stati americani, Asean, etc.);
c) Francia e Regno Unito dovrebbero sacrificare il loro seggio permanente a favore dell’Ue o questo si sommerebbe ai due esistenti? Occorre considerare che l’Ue è sovrarappresentata in seno al Cds. Ha due membri permanenti e, con l’Ue a 27, vengono di solito eletti anche due membri non permanenti.

I vincoli del Trattato di Lisbona
Ma come far sentire la voce europea in seno al Cds? Intanto è necessario che una posizione comune esista, altrimenti non è possibile rappresentare un interesse europeo. Sui fatti importanti di politica estera, spesso gli europei sono divisi. Basti citare l’intervento anglo-americano in Iraq del 2003 o il riconoscimento del Kosovo. Il Trattato Ue dispone un meccanismo di coordinamento degli europei in seno alle organizzazioni internazionali, ma proprio per il Cds si è dettata una disposizione ad hoc, che salvaguarda le posizioni degli europei membri permanenti del Cds. Il Trattato di Lisbona apporta, ma solo apparentemente, un qualche miglioramento, poiché stabilisce che quando l’Ue abbia raggiunto una posizione comune, gli stati europei membri del Cds chiedano che l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune (Pesc) illustri la posizione Ue. Tuttavia, in sede di approvazione del Trattato di Lisbona, sono state formulate talune dichiarazioni riduttive che potrebbero essere interpretate come contrarie alla prospettiva del seggio europeo in seno al Cds e che comunque salvaguardano le prerogative dei membri permanenti del Cds.

In conclusione, la prospettiva di un seggio europeo in seno al Cds è per il momento solo un wishful thinking. Se si vuole, è una nobile aspirazione da rimandare al momento, per ora imprevedibile e non si sa se realizzabile, in cui l’Ue sarà trasformata in uno stato federale.

Un discorso diverso potrebbe essere intrapreso per gli organismi nati a Bretton Woods e in particolare per il Fondo monetario internazionale (Fmi), dove il sistema di voto, basato sulla ponderazione, è modulato in base alle quote versate dagli stati membri. L’Ue rappresenta una realtà monetaria unica, quantunque non tutti i membri abbiano adottato l’euro e questo dovrebbe aiutare a superare l’obiezione secondo cui la membership del Fondo è aperta solo agli stati. Analoghe considerazioni valgono per la Banca Mondiale.La questione merita di essere approfondita, anche in considerazione dell’auspicio, formulato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del seminario di Cernobbio, che i paesi europei accrescano il loro peso nel Fmi, unificando le quote di cui dispongono.

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Vedi anche:

N. Pirozzi: L’Italia e la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu

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